Il mio amico Nanuk

Il mio amico Nanuk

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Un film per famiglie dal retrogusto disneyano, che ha nei panorami mozzafiato e in qualche momento di tensione i principali motivi di interesse. Il resto sa di già visto. Il mio amico Nanuk: evento speciale di Alice nella Città.

Ogni scarrafone è bello ‘a mamma soia

Tra i ghiacci del Canada settentrionale, il piccolo Luke scopre che un giovane cucciolo di orso polare è stato separato dalla madre. Ponendosi come obiettivo quello di trovare un modo per ricongiungere i due, Luke trova l’aiuto di Muktuk, mezzo Inuit e mezzo canadese, che conosce bene il territorio dove vivono gli orsi polari. Per portare a termine la missione, Luke dovrà imparare a proteggere se stesso e il cucciolo dai pericoli che la natura selvaggia offre… [sinossi]

Per chi fa cinema esistono poche e precise regole basilari da rispettare per evitare di imbattersi in qualche incidente di percorso, ma anche una manciata di suggerimenti utili a mettersi al riparo da problemi di carattere organizzativo e produttivo: limitare la presenza di bambini nel cast, fare a meno degli animali e se possibile evitare di girare in location geograficamente complicate. Attenersi a questo breve vademecum significherebbe nella stragrande maggioranza dei casi portare a termine la lavorazione di un film. Ma c’è chi, come la coppia formata da Brando Quilici e Roger Spottiswoode, ha preferito correre tutti i rischi possibili e immaginabili scegliendo di filmare le avventure tra i ghiacci artici di un cucciolo d’uomo e di uno d’orso polare. Fortunatamente le cose sono andate per il verso giusto e il risultato del loro lavoro, dal titolo Il mio amico Nanuk, approderà sugli schermi nostrani a partire dal 13 novembre con Medusa, non prima della presentazione in anteprima alla nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, come evento speciale della sezione Alice nella Città.

Piaccia oppure no, la pellicola e i suoi autori meritano a prescindere dal risultato ottenuto un plauso solo per averla portata a termine, nonostante le indubbie difficoltà insite in un’operazione del genere, ma soprattutto per alcune decisioni prese durante la lavorazione, vale a dire quelle di avere filmato in ambienti reali con orsi in carne, ossa e pelliccia, invece che in studio con l’ausilio della computer grafica.
Detto ciò, il risultato è il classico film per famiglie dall’inconfondibile retrogusto disneyano portatore sano di morale, buoni propositi, lezioni di vita e spunti di riflessione. Il tutto si riversa in uno script che si appoggia su un plot esile e lineare, senza particolari pretese se non quelle di offrire a genitori e prole al seguito un’occasione per trascorrere del prezioso tempo insieme. Storia piuttosto semplice, quella che anima una pellicola che per dinamiche drammaturgiche e disegno dei personaggi non ha molto da dire sul fronte dell’originalità, poiché costruito su uno schema narrativo ampiamente collaudato e abusato, retto da situazioni decisamente codificate che riportano la mente dello spettatore a una moltitudine di titoli con i quali è possibile rintracciare omonimie, assonanze, similitudini e punti di contatto: da 8 amici da salvare (a sua volta remake del giapponese Nankyoku monogatari) a Belle et Sébastien, passando per La volpe e la bambina. Così ci troviamo di fronte all’ennesimo viaggio di crescita interiore e fisica, oltre che a una grande storia di amicizia messa in pericolo dagli innumerevoli ostacoli naturali, climatici e umani che di volta in volta appaiono lungo il cammino. Di conseguenza, quello che transita sullo schermo ha il gusto inconfondibile del già visto, con continui déjà vu che rendono tutto ampiamente prevedibile, sia sul versante della progressione del racconto sia da quello dello sviluppo dei singoli personaggi che lo popolano.

Per questo, i motivi d’interesse nei confronti dell’opera dal punto di vista della scrittura scemano, al di là di qualche momento di forte tensione che scuote la narrazione (la scialuppa che imbarca acqua o la scena della tempesta), diversamente da quelli che possono nascere dalla componente visiva, arricchita dalla bellezza sprigionata dai panorami mozzafiato che fanno da cornice al racconto. Ed è proprio grazie ad essi che l’operazione torna in quota sufficienza, con Quilici (sue le riprese artiche) e Spottiswoode registicamente capaci di rendere giustizia con inquadrature di grande effetto (vedi le riprese aeree) alle meravigliose location a disposizione.

Info
Il trailer de Il mio amico Nanuk.
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