NN

Una storia che acquista sempre di più un sapore universale, in Sudamerica, Africa, Ex Jugoslavia, come nelle Filippine di Lav Diaz: medici legali che disseppelliscono e cercano di identificare le spoglie di uomini fatti sparire in fosse comuni. NN di Héctor Gálvez, presentato a Roma in Cinema d’Oggi.

Memorie dal sottosuolo

I resti di un uomo scomparso durante gli anni degli scontri politici in Perù vengono riesumati, ma nessun familiare reclama il suo corpo. L’unico indizio per identificarlo è l’immagine di una ragazza sorridente trovata nella tasca della sua camicia. Solo una fotografia sfocata, lo scatto di un tempo e di un ricordo… [sinossi]

Con un piano sequenza in campo lungo comincia il film: persone impegnate in scavi in un’area transennata. Archeologi? Paleontologi? Antropologi? La narrazione del film si snoda lenta e solo dopo un po’, e dopo una serie di informazioni, capiamo che si tratta di ossa, misere spoglie umane di desaparecidos da identificare. “Si sono accaniti su di lui”, commentano i medici legali osservando con un briciolo di compassione le ossa martoriate di uno di questi. Identificazione che avviene tramite effetti personali, indumenti, esposti con le ossa per il rito, burocratico, del riconoscimento da parte dei famigliari. Famigliari dignitosi e composti, che hanno ormai elaborato il lutto, e cercano un corpo da poter inumare. Parlano in tono pacato, quello della rassegnazione.
Siamo in Perù, paese che per vent’anni ha vissuto, tra il 1980 e il 2000, momenti di forte violenza, nello scontro tra i terroristi di Sendero Luminoso e lo stato che ha attuato una repressione di estrema violenza, causando circa 69 000 vittime.

Héctor Gálvez, che si è fatto conoscere a Locarno con Paraiso, costruisce con NN un’opera che, qualche anno fa sarebbe stata classificata come docufiction, quando questo termine andava di moda. Si concentra sui medici legali stessi, con frammenti della loro vita quotidiana. “Vai a casa?” ”No, vado a prendere Isabel?”, si dicono dopo una giornata di lavoro, passata a scandagliare ossa, esaminare brandelli di vestiti. Gálvez ce li mostra in tutta la loro professionalità, che tuttavia li rende ormai insensibili alla tragedia che il loro lavoro testimonia. La loro abilità, quasi un’arte, è quella di ricostruire un corpo, un volto da pochi frammenti. Sono dei travet delle esumazioni e della necroscopia. Come si vede anche dalla rigida procedura burocratica che seguono nel trattare i famigliari, il loro distacco, il loro cinismo. E può succedere che nelle pause degli scavi vadano a bere e scherzare allegramente in compagnia. Gálvez si concentra però su uno di questi, che, turbato comincia a perdere quella insensibilità e a preoccuparsi di dare un nome a uno di questi poveri resti, per il rapporto umano che ha instaurato con la vedova. Finirà per andarle incontro e il regista suggerisce situazioni di falsità o ambiguità, come in due occasioni in cui i famigliari riconoscono dettagli del proprio congiunto, un rattoppo del vestito per esempio, solo dopo averli visti, come fosse una forzatura.

Gálvez lavora con un cinema fatto di volti, di primi piani, scavando i suoi personaggi. E al tempo stesso alternandoli con campi lunghissimi, paesaggi naturali che fanno da sfondo alle scene di scavo all’aperto. Paesaggi maestosi, di grande bellezza, distese di erba delle Pampas, monti circondati da nuvole rosa. Come il Vulcano Mayon nel cinema di Lav Diaz, è la natura imperturbabile, che esiste da tempi geologici, che rimane immobile, indifferente alle misere vicende umane che si susseguono.

Info
Il sito del Festival di Roma
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