Soul Boys of the Western World – Spandau Ballet

Soul Boys of the Western World – Spandau Ballet

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La storia di una band e di un fenomeno di costume: Soul Boys of the Western World di George Hencken, documentario dedicato agli Spandau Ballet, è sospeso tra spettacolarizzazione della memoria collettiva e commercio della nostalgia. Al Festival di Roma 2014.

Siamo i ragazzi di ieri

Gli anni ’80 sono stati una decade unica e irripetibile, forse l’ultima in cui essere giovani consentiva ancora una certa tracotanza e il fatto di avere successo chiamava un sano e spavaldo autocompiacimento. D’altronde parliamo di un’epoca che ha fatto dell’esaltazione dell’effimero il suo principale credo, e del trasformismo e della stravaganza la sua legge. Per ritrarre questa era gaudente – almeno dal punto di vista del costume – è dunque richiesta una discreta dose di leggerezza, una sfacciata mitomania, tanta nostalgia e un pizzico di feticismo, più o meno a scopo mercantile.
Fa leva su questi allettanti ingredienti Soul Boys of the Western World di George Hencken, documentario dedicato agli Spandau Ballet presentato in anteprima al Festival di Roma.
Completamente narrato dai cinque membri della band (Tony Hadley, Gary e Martin Kemp, Steve Norman e John Keeble), il film segue cronologicamente le loro storie, dall’infanzia al primo incontro, dalle band primigenie (The Cut, Gentry) alla nascita degli Spandau Ballet, poi il successo globale, la rivalità con i coevi Duran Duran, lo scioglimento (nel 1990), una mesta fase processuale e la recente reunion (2009).

Coadiuvato da un’ottima selezione di materiali di repertorio, che comprendono anche home movie in Super8 dei protagonisti, oltre ad immagini di repertorio di eventi salienti dell’epoca (gli scioperi anti-Thatcher, il matrimonio reale, la guerra nelle Falkland, il crollo del muro di Berlino), il documentario della Hencken analizza la band e il suo contesto, affrontando un fenomeno pop generazionale e di costume, che ebbe come culla d’elezione lo stravagante club londinese Blitz e tra le sue influenze, come indica il titolo, la musica soul.
La regista si concentra poi anche sull’evoluzione musicale degli Spandau: si parte dal punk dei tardi anni ’70, attraversando il fenomeno della disco music (le note di Giorgio Moroder, dalla Ost di Fuga di mezzanotte accompagnano questo passaggio), mentre i cinque si allontanavano gradualmente sia dal soul che dal punk per virare verso una svolta musicale (in direzione di una new wave sempre più pop), governata da due imperativi: comprare un sintetizzatore e suonare in 4/4. Anche le immagini di Soul Boys of the Western World, con lo scorrere degli anni, seguono il loro percorso, e dalla grana del Super8 si passa al videotape, evidentemente un formato più labile, più luminoso ma di difficile conservazione (i colori fuoriescono dai margini, l’immagine è scomposta dalle righe orizzontali), tuttavia perfetto per il sound e il look artefatto dei cinque eroi new romantic, abbigliati ora con pantaloni da pirata e maniche a sbuffo, ora con casacche da Robin Hood e fasce tra i capelli o vistosi scialli.

È un lavoro accurato dunque quello svolto dalla Henken, che forse non possiede particolari guizzi autoriali, ma va a comporre un ottimo prodotto, pensato per entusiasmare e intrattenere il grande pubblico, assecondando la nostalgia e il feticismo di chi c’era allora così come di chi non ha vissuto quegli anni, ma viene perfettamente messo in grado di appassionarsi alla parabola di questi dandy proletari che in fondo sognavano solo di essere ricchi e famosi.
Proprio la scelta a monte della regista di lasciare – senza dunque far mai percepire la sua presenza – che i cinque si raccontino da soli, assume poi un significato ulteriore quando ci si avvia verso la fase discendente della band. Finché dura il successo infatti tutto fila per il meglio, ma quando compaiono i primi squilibri, dovuti all’ego – in realtà giustificato – di Gary Kemp, autore e compositore di tutti i brani della band, diventa sempre più chiaro che quello che si è visto fino a quel momento sono cinque storie parallele e non la storia di una band. Perché forse non c’è nessuna band: gli Spandau Ballet sono cinque individui in grado di fare squadra solo sul palco.
Un retrogusto di amarezza pervade dunque la visione della parte conclusiva del film – specie quando viene raccontato del processo in cui Hadley, Norman e Keeble tentarono, invano, di avere accesso alle royalties dei brani firmati da Gary Kemp – ma soprattutto deflagra sullo schermo a partire dal momento della reunion, quando i nostri ex ragazzi si ripresentano alla stampa e poi al pubblico.

A quel punto si percepisce netto il sentore che Soul Boys of the Western World sia un grande e altisonante spot promozionale per la reunion e per una serie di date di concerti che, non a caso, sono state inserite in una schermata prima dei titoli di testa, insieme alla copertina del nuovo album. Ma pazienza, resta un bel ritratto di un’epoca e della sua spavalderia giovanile, c’è la musica e poi ci sono quei frammenti di memoria collettiva, lacerti di un immaginario pop oramai senza tempo, destinato a tornare nei suoi aspetti più esteriori sotto forma di citazione o rielaborazione modaiola. D’altronde da quando “vintage” è diventato un aggettivo di uso comune, il passato e le sue nobili scorie hanno tutto un altro sapore, meno autentico e malinconico di quel che dovrebbe essere, un po’ plasticoso; e di pari passo l’adorazione nostalgica dei fan nei confronti dei loro idoli pop diventa sempre più pilotata dal feticismo per la merce che questi producono. Ma in fondo proprio questa è l’essenza del “pop”: dare un prezzo, magari accessibile, alle emozioni.

INFO
Il sito ufficiale di Soul Boys of the Western World.
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