Haider

Il grande Bardo ha scritto cose che sono eterne, universali, valide per qualsiasi epoca storica e in qualsiasi parte del mondo. Gli intrighi del potere, i sentimenti umani. Lo ha capito il regista Vishal Bhardwaj che fa rivivere l’Amleto all’epoca dei conflitti nel Kashmir negli anni novanta. Presentato in Mondo Genere al Festival di Roma.

C’è del marcio nel Kashmir

Tornando a casa in Kashmir, Haider viene a sapere della morte del padre. Sconvolto, scopre che il genitore è stato incarcerato dai servizi segreti dopo che questi aveva concesso asilo politico a un gruppo di militanti politici ostili al governo. La madre di Haider, dopo l’eliminazione del marito, ha intrecciato una relazione con suo zio, un uomo avido di potere. Disperato, Haider scopre che è lo zio il responsabile della morte di suo padre scatenando violenti conflitti. La vendetta diventa la sua ossessione. [sinossi]

Il regista indiano Vishal Bhardwaj con Haider, ispirato all’Amleto, completa la sua trilogia shakespeariana, dopo Maqbool, dal Macbeth e Omkara dall’Otello. L’errore è semmai quello di esplicitare questa derivazione finanche nei titoli di coda, scadendo nel didascalico. Così alcuni momenti sembrano in effetti gratuiti, come quando il protagonista impugna il teschio di Yorick. Più interessante riprendere il sottotesto edipico shakespeariano nel rapporto tra Haider e la madre, una Gertrude che finirà per farsi esplodere.

Si può parlare di ‘New Bollywood’? Vale a dire di un rinnovamento della mecca del cinema indiano analogo a quello della New Hollywood degli anni sessanta. Haider così come altri esempi interessanti, vedi Gangs of Wasseypur, fanno propendere per questa sensazione. Bhardwaj sembra voler tenere le distanze da quel cinema tutto lustrini e cotillons, inserendo vari inserti di danze da film bollywoodiani tradizionali, visti in televisione o al cinema. Impietosamente evidenziati così nella loro vacuità trash, in un film che tratta tematiche scomode, alte e che si rifà per l’appunto a Shakespeare. E il momento in cui i guerriglieri interrompono una proiezione al cinema, in una sala enorme gremita di spettatori, sembra proprio suggerire una pietra tombale nei suoi confronti.
Scene di musica e danza ci sono anche in Haider comunque, poche e collegate all’Amleto. C’è la danza dei becchini, c’è una straordinaria scena di musical, diegetico, che è la trasposizione del teatro nel teatro del testo originale, volto a smascherare le macchinazioni del patrigno.

Ma Haider è anche e soprattutto un film politico scomodo che, con il respiro del cinema spettacolare, si occupa di un nervo scoperto della storia indiana recente, quello dei conflitti del Kashmir. Non lesina di prendere una posizione netta, a favore dell’indipendenza dall’India della regione. E di denunciare i sistemi di detenzione dell’esercito indiano, la tortura, il nazionalismo. “Tutto il Kasmir è una prigione” viene detto nel film. E di stigmatizzare quella vendetta che si perpetua senza fine, anche con una citazione da Gandhi. “Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale”: suona grottesca la classica frase dei titoli di coda, qui evidenziata a caratteri cubitali all’inizio, evidentemente per una cautela della produzione.
Tutte queste cose in un film dal grande respiro epico, dalle tante scene madri, dalla capacità di andare incontro ai meccanismi spettatoriali. C’è un’altra Bollywood e ora ne abbiamo la conferma.

Info
Il sito del Festival Internazionale del Film di Roma.
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