Eau Zoo

Eau Zoo

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Atmosfere rarefatte e narrazione reticente sono la ricetta di Eau Zoo di Emilie Verhamme per una parabola ricca di simbologie sociali che si annienta da sola trasformandosi nell’ennesima versione di Giulietta e Romeo. In Festa Mobile al Torino Film Festival

L’isola che non c’è

Lou e Martin sono due adolescenti che vivono su un’isola. L’isolamento geografico e l’atteggiamento iperprotettivo dei genitori fanno maturare in loro un senso di soffocamento: un’impasse emotiva e sentimentale che mette a rischio il loro legame. [sinossi]

Ci si imbatte di frequente, nei migliori festival internazionali, in pellicole dove una narrazione rarefatta e reticente è accompagnata da una riuscita costruzione della tensione. Le immagini e/o le location sono suggestive, i personaggi misteriosi, spesso a lungo silenti o magari impelagati in dissertazioni su qualcosa che ancora deve essere rivelato. Si resta di certo affascinati e irretiti da questo tipo di film, ma l’attesa risoluzione delle vicende-non vicende non è quasi mai all’altezza delle aspettative.
È proprio questa sensazione della proverbiale “montagna che ha partorito il topolino” il lascito preponderante di Eau Zoo, volitiva ma inconcludente opera prima della regista belga Emilie Verhamme, presentata in Festa Mobile al Torino Film Festival 2014.

Oggetto di osservazione del film è una comunità di isolani governata da regole improntate a un ferreo isolazionismo, che nel corso della storia-non storia divengono via via sempre più rigide.
A farne le spese sono soprattutto i giovani, data la loro naturale e più che lecita ansia di libertà, condizione tra l’altro necessaria al passaggio nella vita adulta. Protagonista, in particolare, è l’adolescente Martin (Martin Nissen), un solerte lavoratore nel piccolo porto locale, che sogna di fuggire con la fidanzata sul “Continente”. Quali siano le dinamiche di questo trasbordo non è ben chiaro, quel che è certo, però, è che ci vogliono dei soldi. La situazione precipita quando viene ritrovato l’indumento di una ragazza sulla rena e si diffonde allarmismo circa una sua fuga o eventuale rapimento. Nonostante la fanciulla venga poi ritrovata, gli adulti prendono la discutibile decisione di far maritare al più presto tutte le ragazze maggiorenni, preferibilmente con qualche maturo e facoltoso vegliardo. La comunità così non potrebbe che rinsaldarsi e tendere magari alla vagheggiata perfezione dell’endogamia.

Moltiplicando i suoi referenti, forse anche per farci sentire un po’ più a nostro agio, la regista intreccia suggestioni provenienti da Take Shelter (l’isolamento, l’autoconservazione), dalla serie tv Lost (la sopravvivenza, l’autodifesa), da The Village (gli adulti che proteggono i giovani attraverso una menzogna) e persino da Dogville (la realtà alternativa costruita dai ragazzi sulla spiaggia, con le case senza muri né soffitto), mentre dal punto di vista dello stile di ripresa, riafferma di quando in quando la sua presenza con degli inattesi e inopportuni zoom in avanti, del tutto scevri di motivazione narrativa. Non può che emergere infine un certo disappunto quando tutta la complessa architettura intessuta dalla Verhamme va a scioglersi in una rivisitazione posticcia della shakespeariana tragedia amorosa di “Romeo e Giulietta”. È proprio quel che si dice un colpo basso finale, perché Eau Zoo sembrava, fino a questa chiosa, volerci raccontare una serie di cose molto più interessanti di un amore impossibile, mentre prendendo quella direzione, dopo aver tanto a lungo giocato a nascondino con lo spettatore, lo lascia con la netta sensazione di aver visionato un’opera prima che, oltre ad essere acerba, è anche un po’ ruffiana e ingannevole.

INFO
La scheda di Eau Zoo sul sito del Torino Film Festival.
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