Intervista ad Antonio Capuano

Intervista ad Antonio Capuano

“I grandi attori non è che recitano, loro stanno”. Antonio Capuano è forse uno degli autori più coerenti di quella New Wave napoletana che animò i dibattiti della critica nei primi anni ’90. Vincitore con Vito e gli altri della Settimana della Critica del 1991, Capuano è tornato quest’anno per celebrare il trentennale della sezione con un nuovo film, Bagnoli Jungle. Ironico ed eccentrico, carnale e tenero il cinema di Capuano non si smentisce mai, è denso di cultura, alta e bassa, di realtà e di sentimento. Di questo ed altro abbiamo parlato con il regista partenopeo.

Nel 1991 hai vinto la SIC con il tuo film d’esordio, Vito e gli altri, e ora in occasione del trentennale della sezione, vi fai ritorno fuori concorso con Bagnoli Jungle. Cosa ricordi di allora e cosa è cambiato?

Antonio Capuano: Vito di Vito e gli altri [interpretato da Nando Triolo, n.d.r.] sta in galera, lo sapete no? Sta a Cremona. Mi ha scritto una lettera quindici giorni fa, poi lui non è che scrive tanto bene, ma dice che l’hanno messo in una stanza buia, dice che per accendere la lampadina per andare al bagno la deve avvitare, poi quando ritorna la deve svitare. Io a casa mia quando entro dalla porta ho la locandina del film e accanto una foto con la faccia di lui di 5-6 anni fa, un periodo in cui stava fuori dal carcere. È talmente bello… e poi è uno di quei carcerati che si tengono in forma, sta lì, in questa foto con una sigaretta in bocca. Uno splendore. Ecco, di quell’anno lì mi ricordo di Nando, perché è troppo dolorosa la sua traiettoria. Dovete sapere che noi per Vito e gli altri abbiamo girato al carcere di Nisida e quando, finite le riprese, stavamo andando via, Nando ci fece: “Aspettate, devo andare a salutare i carcerati”. Aveva dodici anni e già teneva questo pensiero dei “carcerati”, passava e li salutava cella per cella. Poi, appena ha fatto 14 anni ha messo piede in carcere, è uscito e entrato, uscito e entrato perché quando uno non ha niente in questo paese, beh, è gente come lui che paga. Infatti mi ha detto recentemente: “Sai, ora ci stanno solo stranieri in carcere”. Ecco, chi è che sta in carcere? Chi non ha i soldi per gli avvocati, chi non ha la famiglia. Ma a volte anche questa non basta. Il padre di Nando, Pasquale, non sa nemmeno quand’è che il figlio tornerà in libertà. È questo il bagaglio che mi porto di quel 1991 alla Settimana della Critica, ed è qua [si batte sul cuore, n.d.r.].

C’è una sorta di continuità tra Bagnoli Jungle e Vito e gli altri, data anche dalla location, ma anche dalla libertà creativa.

Antonio Capuano: Vito e gli altri era girato nel carcere di Nisida che è nell’area di Bagnoli, quello è un golfo che parte da Nisida e arriva fino a Capo Miseno, dove all’inizio del secolo decisero di togliere la campagna perché c’era il mito dell’industrializzazione e bisognava creare lavoro. Come dice il personaggio di Antonio nel film: “Guardavamo il mare, ma che altro dovevamo guardare, i pesci? I mandarini, i limoni?” All’inizio del secolo era così, poi doveva arrivare una presa di coscienza, politica, importante, che è arrivata dopo.

Tu hai fatto parte di quella che agli inizi degli anni ’90 era definita come una New Wave napoletana. Che eredità ha lasciato quel periodo?

Antonio Capuano: Devo dire la verità, io ho sempre fatto cinema con molta libertà. Ho sempre seguito me stesso, la mia strada. Anche i miei “dei”, perché tutti ne abbiamo, io quando scrivo e quando giro me li dimentico e seguo solo me. Quindi quella che si dice New Wave napoletana era una cosa momentanea, sorta perché in quel momento erano usciti due o tre film, il mio, quello di Martone e quello di Corsicato che avevano creato un certo dibattito, una certa attenzione. Ricordo che quando siamo venuti qui a Venezia nel 1997 a presentare I vesuviani stavamo tutti a dire in giro: “Ah, il cinema romano, basta, fa schifo”.

C’era una comunione di intenti, una collaborazione tra di voi?

Antonio Capuano: No, ce lo siamo prefissati solo per la scrittura de I vesuviani, quando avevamo deciso di passarci le rispettive sceneggiature, ma questa comunione non c’era prima ed è stato peggio ancora dopo. Mi ricordo il giorno dopo la proiezione de I vesuviani Mario Martone era pallido aveva la proprio la faccia bianca, allora gli chiesi cosa avesse e lui mi disse: “Antò, ci hanno distrutto”. Io gli risposi: “Mario, ma che te ne fotte. pigghiate ‘o caffè”. Si prendono tutti troppo sul serio, tutto il paese si prende troppo sul serio, non si sfottono, non si mettono in discussione.

C’è molta ironia nel tuo film e anche molta tenerezza. Come hai trovato i protagonisti di Bagnoli Jungle?

Antonio Capuano: Giggino [protagonista del primo episodio, n.d.r.] è qui, a Venezia. Lui è proprio così come si vede nel film. Quello è ‘nu mariuolo, ruba, sta sempre a correre, l’ho incontrato una settimana fa a Bagnoli e nemmeno correva dritto, zigzagava tra i marciapiedi e l’asfalto. Eppure era una strada completamente dritta. Indossava dei calzoncini bianchi, un k-way e un cappellino, anche quelli bianchi. Bellissimo. E ho pensato: questa deve essere la sua tenuta estiva. L’ho conosciuto perché tempo fa aveva rubato pure dentro alla macchina mia, si è rubato Repubblica e una busta della spesa. Quindi l’ho visto e mi piaceva perché era una specie di fantasma che non si capiva bene cosa facesse, poi ho chiesto in giro e mi hanno detto che era un mariuolo. Quindi tutto parte da lui e intorno a lui ho costruito la storia. L’altro, Marco [protagonista del terzo episodio, n.d.r.] è il bambino – oramai cresciuto ed anche lui è diventato bellissimo – di La guerra di Mario e fa davvero il garzone della salumeria in quella salumeria che si vede nel film. Ha diciotto anni ed è così bello, pieno di talento. Il padre di Giggino è invece Antonio Casagrande, che ha recitato pure per Eduardo. Io dico questo di lui: i grandi attori non è che recitano, loro stanno. È un monumento del cinema e del teatro. Infatti ho inserito l’applauso nel film quando lui entra in scena. Il montatore aveva dei dubbi ad inserirlo, ma io mi sentivo proprio che la dovevo mettere questa cosa. Perché lui entrava in scena e l’inquadratura teneva anche il limite della porta, che era come un sipario, era come se l’avessi girato così apposta, per sottolineare l’entrata in scena. Perché un film lo crei tre volte: quando scrivi, quando giri, quando monti e poi ci manca l’altro pezzo che è il pubblico, quando la gente lo vede. Perché se la gente non lo vede, il film è completo solo a tre quarti è come un disco che gira e si blocca, e fa toc…toc…toc…

Nel tuo film è molto forte il ruolo della cultura e in particolare della poesia. Si tratta però di una poesia però che viene dal basso, quasi del basso ventre. Un po’ come nel tuo film precedente, L’amore buio dove c’era la “poesia d’amore” e la “poesia di scopare”. Qui invece, in Bagnoli Jungle, c’è una poesia dedicata a un polpo, poi c’è una ballerina classica che danza sull’asfalto. Ecco qual è il ruolo che tu dai alla poesia nel film?

Antonio Capuano: Ma, non so, io faccio le cose che sento che sono giuste in quel momento per il racconto. La poesia rappresenta la vitalità, quando tu peschi qualcosa che tutti ci affanniamo per settimane, per mesi, anni a cercare: è l’armonia. Però scompare subito quella stronza e poi devi stare continuamente a inseguirla. La poesia che recita Giggino è sua, lui è veramente un poeta. Beh è stupenda. Però quello stronzo non l’ha fatta nel modo giusto, come avevamo detto. Quella scena è fatta in un ristorante vero, dove io sono entrato e ho detto, scusate noi stiamo girando una cosina e ora entra un attore nostro che vi recita una poesia, se vi piace applaudite e magari gli date pure una moneta, che poi vi sarà ritornata. E quindi lui è entrato e ha recitato questa poesia e l’abbiamo fatto una sola volta, anche perché non lo volevo interrompere né gliela volevo far rifare. Comunque sono soddisfatto, è venuta bene…Fa così:

‘O purpo o iuorno ‘e Pasqua
Sguazzava dint ‘a vasca
Trasettero ‘e signor co l’euro int ‘a sacca
Il cameriere giovane le fece accomodare
“Prego, signore, che vogliono ordinare”?
Per me spaghetti ‘a vongole
Per me un po’ d’insalata
O purpo ‘n cap a iss pensava “aggia scansata!

Info
La scheda di Bagnoli Jungle sul sito della Settimana della Critica.

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