La pericolosa partita

La pericolosa partita

di ,

Con La pericolosa partita David O. Selznick, Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack fanno le prove generali per King Kong, che arriverà di lì a un anno nelle sale ma fu girato in contemporanea a questa mirabile immersione nell’angoscia.

Senza tregua

Navigando nel Pacifico, uno yacht si fracassa su degli scogli semisommersi. L’unico sopravvissuto è un famoso cacciatore, Robert Rainsford. L’isola dove approda è abitata da un aristocratico cosacco sfuggito alla rivoluzione del 1917, il conte Zaroff, che ha restaurato un’antica fortezza nella quale dimora con pochi servitori. Nella fortezza si trovano altri due sopravvissuti a un precedente naufragio: Eva Trowbridge e suo fratello Martin, bevitore accanito… [sinossi]

Whatever happened to Fay Wray?
Se lo chiedeva Frank-n-Furter in uno dei passaggi più introspettivi e languidi del Rocky Horror Picture Show. Un interrogativo che intere falangi di cinefili hanno preferito evitare con cura. Anche se forse, prima di chiedersi cosa sia successo a Fay Wray sarebbe meglio porsi la vera domanda: chi era Fay Wray? Più di ottanta anni fa il pubblico faceva la fila per accaparrarsi i biglietti dei film che la vedevano protagonista, è vero, ma ottanta anni sono un’eternità per la memoria collettiva del cinema. Solo i più grandi possono sperare di evitare l’oblio. Nella Hollywood “pre-Code”, ancora non vittima delle regole inviolabili della censura, la Wray rivestì un ruolo centrale: rinuncia all’amore del principe Nicki per non vederlo umiliato e picchiato in Marcia nuziale di Erich von Stroheim; è la donna da salvare dalla furia di un maniaco omicida ne Il dottor X di Michael Curtiz; è Teresa in Viva Villa!, la biografia del rivoluzionario messicano diretta da Jack Conway su sceneggiatura di Ben Hecht, e Angela ne Gli amori di Benvenuto Cellini di Gregory La Cava; interpreta la moglie fedele – e tradita – del chiaroveggente Claude Rains ne L’uomo che vide il futuro di Maurice Elvey; al fianco di George Bancroft ne La mazzata lavora con Josef von Sternberg su uno script dei fratelli Mankiewicz; trova posto anche sul Dirigibile con cui Frank Capra tenta di emulare il successo di pubblico di Ali di William A. Wellman. Eppure tutti la ricordano ancora urlante, chiusa nella stretta (gentile) del gigantesco gorilla in cima all’Empire State Building… Già, perché Fay Wray, più di ogni altra cosa, è la Ann Darrow di King Kong, la bionda in gravi difficoltà economiche che si aggrega alla squinternata ciurma di Carl Denham sperando di muovere i primi passi nell’empireo del cinema.

C’è da dire che il rapporto tra la Wray e le isole misteriose, in quel periodo, appariva piuttosto travagliato. Per quanto a livello di fama globale non ci sia paragone tra la notorietà di King Kong e quella de La pericolosa partita, i due film hanno ben più di un elemento in comune. Innanzitutto sono entrambi prodotti da David O. Selznick per la RKO, e in secondo luogo condividono buona parte della troupe: Ernest B. Schoedsack in cabina di regia (qui insieme a Irving Pichel, in King Kong con Merian C. Cooper, produttore esecutivo di entrambi i film), James Ashmore Creelman a occuparsi della sceneggiatura, Carroll Clark alle prese con la scenografia e Max Steiner a comporre la colonna sonora. Ma c’è un particolare in più, una curiosità che forse val la pena sottolineare: La pericolosa partita e King Kong furono girati, per risparmiare sul costo, sfruttando il medesimo set. Nulla di così strano, e non solo in quell’epoca. Ma furono anche girati per parte del tempo in contemporanea, cosicché mentra La pericolosa partita veniva girata di giorno, per King Kong ci si metteva al lavoro al calar delle tenebre. Uno sforzo di non poco conto, che ha prodotto delle singolari similitudini.
Fin dalla spettacolare sequenza del naufragio, che rompe senza indugi l’apparente idillio della prima sequenza de La pericolosa partita, è possibile percepire quel sottile strato di angoscia che ha reso nel corso degli anni refrattario al deterioramento King Kong.

L’isola deserta, al di fuori delle mappe conosciute, nell’Occidente già capitalista e imperiale, è una minaccia continua, perché nega nei fatti il diritto acquisito dalla macchina industriale all’onniscenza, e al dominio totale. Nell’Isola del Teschio Denham e i suoi sodali troveranno una popolazione di selvaggi che ha eretto una difesa contro dinosauri e mostri d’ogni genere, tra i quali il possente King Kong. Ben più sottile, e meno megalitica, la presenza che infesta l’isola in cui trova rifugio Rainsford, unico sopravvissuto al naufragio dello yacht: vi ha costruito la propria dimora, infatti, il conte Zaroff, un nobile cosacco che è riuscito a sfuggire alla Rivoluzione d’Ottobre, mettendosi in salvo dai desideri di vendetta/giustizia dei bolscevichi leninisti.
Se in Europa si aggira il fantasma del comunismo, in mezzo all’oceano Pacifico si aggira il fantasma dello zarismo. E Zaroff, tra tutte le bestie malvagie che possono infestare un’isola, è della specie peggiore: un essere umano. A ottant’anni di distanza viene naturale chiedersi quanto fosse possibile all’epoca cogliere, tra le pieghe del puro intrattenimento (materia che Selznick, come sempre, dimostra di saper maneggiare alla perfezione), lo sguardo pessimista su un’umanità che non può avere redenzione alcuna; non può averla, perché la classe dominante sarà sempre abituata a vedere nella classe dominata la propria preda.

La pericolosa partita di Zaroff, nella quale tutti gli sventurati che fanno naufragio sulla sua isola diventano prede per appagare la sua sete di caccia grossa (di uomini), non andrebbe incontro ad alcun ostacolo se solo non apparisse all’orizzonte Robert Rainsford, a sua volta cacciatore noto ai quattro angoli del globo. Solo quando si trova di fronte un’anima ferina almeno quanto la sua Zaroff può trovarsi in difficoltà, altrimenti il suo gioco preferito potrebbe durare in eterno.
In questo schema, completamente maschile, la figura della donna non può che essere archetipica, e non è certo casuale che il personaggio interpretato dalla Wray si chiami Eve: la sua unica scelta è quella del maschio alfa al quale accompagnarsi. Suo fratello, l’unico legame di sangue che ha, è destinato invece alla sala dei trofei di Zaroff, luogo nel quale l’orrore fino a quel momento strisciante deflagra in tutta la propria forza. Irving Pichel e Ernest B. Schoedsack (del primo, che fu costretto ad abbandonare gli Stati Uniti perché inserito nella black list del senatore McCarthy, sarebbe da riscoprire La baia di Hudson; di Schoedsack, oltre a King Kong, val la pena ricordare il “documentario” d’avventura Chang: A Drama of the Wilderness, che lo vede una volta di più al fianco di Merian C. Cooper) codificano, per ritmo, angolazioni della macchina da presa e senso della tensione, gli stilemi del b-movie, quei film di largo consumo che, muovendosi nel sottobosco dell’industria, regalavano una libertà creativa del tutto inusuale per la maggior parte degli autori.
Traendo ispirazione dal romanzo omonimo di Richard Connell – con una certa fedeltà, fatta esclusione per un grand guignol vagamente accennato rispetto alla sobrietà del testo – La pericolosa partita segna un punto di svolta nel cinema del terrore statunitense, muovendosi su di un terreno ibrido rispetto alle nettezze del genere: all’ambientazione esotica si contrappone il rigore quasi gotico della magione di Zaroff (Zar Off, verrebbe da dire), dove trova spazio persino un inquietante aiutante russo degno di uno scienziato pazzo. Un film che vive di un contrasto perenne, in cui però il “bene” è specchio del “male” più che suo contraltare; Rainsford e Zaroff, a conti fatti, si assomigliano molto più di quanto possa apparire a un primo sguardo. Tra scenografie inquietanti e ammalianti, si consuma il delitto che grava come un peso sull’intero genere umano: l’uccisione del più debole da parte del più forte. E non c’è nulla che possa far evadere da questo rituale. Per questo, dopo la lunga sequenza della caccia notturna, non può che essere una colluttazione, un corpo a corpo, a mettere fine all’agone. L’uomo uccide l’uomo, e le altre belve (i cani di Zaroff) possono approfittare dei cadaveri. La fuga, forse, è solo un’illusione.

Info
La pericolosa partita, il film in public domain su Youtube.
  • pericolosa-partita-the-most-dangerous-game-1932-rko-05.jpg
  • pericolosa-partita-the-most-dangerous-game-1932-rko-04.jpg
  • pericolosa-partita-the-most-dangerous-game-1932-rko-03.jpg
  • pericolosa-partita-the-most-dangerous-game-1932-rko-02.jpg
  • pericolosa-partita-the-most-dangerous-game-1932-rko-01.jpg

Articoli correlati

  • Buone Feste!

    La diabolica invenzione

    di Ne La diabolica invenzione deflagra definitivamente la potenza visionaria del cinema del cecoslovacco Karel Zeman, in cui tutto è possibile. Anche e soprattutto l'impossibile.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento