Intervista a Franco Piavoli

Intervista a Franco Piavoli

Cineasta riservato e fuori da ogni schema, Franco Piavoli è autore di un cinema contemplativo e di poesia incentrato su paesaggi, miti, storia naturale, antropologia, stagioni della vita. Ha diretto quattro lungometraggi tra cui Il pianeta azzurro e Nostos e ora ha presentato al Festival del Film Locarno la sua ultima opera, il mediometraggio Festa dove torna ai suoi temi prediletti, la dimensione del campanile, la vita nei borghi con i suoi riti. Abbiamo parlato con Franco Piavoli in occasione della presentazione di Festa nella manifestazione svizzera.

Con il digitale la definizione della fotografia di Festa contrasta con la nitidezza e la potenza visiva delle immagini dei tuoi lungometraggi in pellicola. Questa sgranatura marcata è un effetto voluto?

Franco Piavoli: No, non è un effetto cercato, ma è un effetto che non mi ha disturbato più di tanto. L’immagine finale è molto sgranata, il campo lungo con la luna. Però ho notato per la prima volta in proiezione che sono comparse persino le lucciole, che non avevo visto sul piccolo schermo. Quindi il difetto è anche un pregio particolare, quello di catturare delle piccolissime luci. Che quando giravo in pellicola non riuscivo a catturare. Per poter creare le luci con la pellicola sai cosa ho fatto? Ho creato delle spuntinature sulla pellicola. È l’artificio di certi errori tecnici – un tecnico potrebbe dire “no, qui si vede troppo la grana” – ma invece anche la grana può avere una sua funzione. In alcuni casi non è funzionale. In certi primi piani l’immagini è nitidissima, completamente a fuoco. In certi campi medi e lunghi, in luce naturale, quella della luna, è evidente che la grana fa il suo gioco. Però anche la grana è protagonista, del nostro corpo, della pellicola e del digitale.

I tuoi cortometraggi d’esordio erano invece in 8mm. Il digitale può rappresentare ora un ritorno a un cinema con quella libertà espressiva, alla tua fase pionieristica?

Franco Piavoli: La qualità del digitale oggi è immensamente superiore anche alla pellicola nei formati più piccoli. Il super 8 all’epoca era dominante. Io usavo l’8mm che è il formato più piccolo della pellicola. La pellicola dava soddisfazione anche tattile, anche di poter maneggiare la celluloide che era un po’ come un serpente vivo. Però per quanto costasse poco aveva dei costi più elevati del digitale, perché andava sviluppata, controllata. Era un procedimento che comportava una certa spesa. Più bassa comunque del 35mm che era un incubo per chi faceva dei film a basso costo. Bisognava controllare quanta se ne aveva nello chassis perché si rischiava di rimanere a terra. Personalmente quando ho girato in 35mm ho fatto la scelta di concentrare tutti i finanziamenti, statali, che avevo avuto, nell’uso della pellicola. Per girare non dico a oltranza ma veramente senza limiti e avere tanto materiale da scegliere al montaggio. Comunque sia il digitale ha veramente raggiunto l’infinito. Puoi schiacciare il bottone e poi anche dimenticarti di richiuderlo. Non c’è praticamente limite. Ti dà una libertà infinita ma proprio per questo sorge il problema della gestione di questa libertà. A volte ti prende la mano e giri a oltranza. Hai delle quantità smisurate di materiale che poi ti ritrovi nell’imbarazzo di doverlo selezionare. Ti ruba un sacco di tempo, ti ruba anche la concentrazione.

Con Festa torni a un tema che hai già affrontato sia nel corto Domenica sera che in Voci nel tempo: i balli di paese, la danza nelle balere o nelle feste. Perché è importante il tema della danza?

Franco Piavoli: Nel film Festa la danza è uno degli elementi fondamentali ma non è l’unico gioco, l’unico movimento, l’unico comportamento dell’uomo che ogni giorno si dedica, oltre alla danza, anche al cibo, si dedica alla preghiera, si dedica, anche a seconda dell’età, alle giostre, i bambini ai giochi. E via dicendo. Però la danza indubbiamente è un elemento fondamentale per tutti. Il mese scorso ho seguito Virgilio Sieni, il famoso coreografo, che ha coinvolto nelle sue danze un folto gruppo di popolazione mantovana. Giovani, vecchi e di tutte le età. Li ha coinvolti a Palazzo Te che ha tantissime stanze decorate, pitturate e ha un grande cortile. Prima nelle varie stanze ha fatto muovere dei gruppi o duali o di poche persone al ritmo della musica che veniva diffusa nello spazio interno ed esterno del palazzo. Lasciandoli liberi di muoversi sull’onda della musica che ricevevano. E poi li ha ordinati, li ha guidati, ha dato dei suggerimenti. Poi nel finale tutti si sono divertiti nel grande cortile danzando insieme e mescolandosi. Con gestualità e posture diverse gli uni dagli altri, che si incrociavano in un tessuto meraviglioso. La cosa che mi ha colpito di più era la presenza in una sala di una mamma sdraiata per terra con un bambino di un anno che si muoveva liberamente anche lui al ritmo di questa musica diffusa. Muoveva le braccia, le gambe e cantava, si sdraiava sulla mamma. Era una cosa miracolosa. Danzava. Per dire che la danza è un movimento innato nell’uomo e vorrei dire anche negli animali. Probabilmente è una necessità genetica e comportamentale che nasce dal bisogno di sviluppare la muscolatura, la nostra struttura fisiologica. E naturalmente anche di gestirla con un senso di piacere. E di esibire certe conquiste ritmiche e armoniche che si fanno con questi esercizi. La danza è essenziale nell’uomo. Poi ovviamente siamo presi da tante cose e ci dimentichiamo di farla. Anche se ho notato che generalmente quando uno è seduto o è in piedi e vede gli altri danzare in certi ambienti, automaticamente muove il corpo, o i piedi, o le mani. O imitando quelli che stanno ballando o semplicemente seguendo un suo ritmo comunque dettato dal suono e dalla musica. È un fenomeno connaturato nell’uomo. Naturalmente questo fenomeno trova particolare sfogo quando diventa il pretesto per degli incontri fra amici ma soprattutto fra uomini e donne. Perché è un approccio che permette, soprattutto in alcune forme di danza – prima ancora di parlare dei rapporti uomo donna –, a tutti di esibire la propria abilità, le proprie capacità. Quindi diventa proprio una forma di spettacolo. Nei passi semplici, quando non è prestabilita come arte da mostrare o addirittura da essere una professione, anche per guadagnare, per vivere. Nei casi supplementari la danza, più volgarmente il ballo, diventa il modo per incontrarsi tra uomini e donne e anzitutto tra ragazzi e ragazze. Quindi questo fenomeno dovrebbe avere radici antichissime. Non ho mai fatto analisi in questo senso, si potrebbe andare nelle radici più profonde dell’antichità, nell’archeologia. Comunque si è sempre manifestato attraverso i secoli in diversi modi e diverse misure. Anche oggi, in età contemporanea, ci sono spesso appuntamenti, come occasioni per poter ballare insieme o anche da soli al limite. Perché nelle discoteche si balla anche da soli, è una forma di libertà assoluta. Però è sempre un modo di mandare messaggi agli altri, anche quando si balla da soli. Come ti muovi, come ancheggi, come muovi le braccia: sono messaggi che mandi all’altro sesso, a chi ti guarda. Per cercare di avvicinarsi, di trovare delle affinità. Altrimenti il modo più semplice, nella tradizione secolare non soltanto italiana ma anche europea, e come ho potuto constare anche cinese, anche mondiale, la danza di gruppo, se si svolge tra giovani uomini e giovani donne, è l’occasione proprio per far nascere dei rapporti amorosi e poi addirittura per far nascere delle famiglie, la famiglia mononucleare. E quindi è un aspetto fondamentale dell’esistenza umana.

Mi sembra anche discorso etologico, è come l’animale che sfoggia una livrea appariscente come richiamo sessuale?

Franco Piavoli: Assolutamente sì. Questa è la componente fondamentale.

Possiamo dire che tutto il tuo cinema vada nella direzione di una ricerca di comportamenti ancestrali dell’uomo?

Franco Piavoli: Ho sempre cercato di approfondire attraverso l’uso della macchina da presa, ho cercato di catturare queste posture, questi movimenti, queste relazioni che ci sono tra gli uomini per cercare di approfondire il nostro essere, il nostro modo di vivere. E cercare di esplorare il mondo in cui siamo immersi, quello che ci circonda e quello che ci immaginiamo, oltre i confini della nostra immaginazione. E non mi sono limitato con i miei film a contemplare questi fenomeni così solo per fissarli e averli davanti a sé. Ma ho fatto il possibile andare oltre attraverso il montaggio. In particolare di scene di gruppo, dove ci sono totali, o addirittura scene dove ci sono persone immerse in paesaggi vastissimi, montante con i particolari di gruppo, o dettagli sempre più ravvicinati dei singoli individui. Ho cercato di esplorare delle convenzioni che potessero esprimerci, darci luce sul nostro essere e sul nostro divenire.

Anche il prete che dà inizio alla festa esprime un senso religioso che è pure qualcosa di ancestrale?

Franco Piavoli: Anche qui risalgo all’etimo, la parola religione vuol dire res ligo: lego le cose, il legame tra le cose. Noi cerchiamo sempre una relazione tra le cose, cerchiamo di darci una spiegazione delle connessioni che ci sono tra le cose di cui siamo composti e che ci circondano. Quindi abbiamo bisogno di trovare una coerenza. La religione è un sentimento innato in tutti, che poi si manifesti o meno in forme rituali ufficiali come sono quelle delle religioni canoniche, è un bisogno naturale dell’uomo. A chi mi dice che è ateo io rispondo che non è possibile essere atei. Perché anche lì ricorrendo all’etimologia, ateo vuol dire “senza luce”, senza Dio, Zeus in greco antico e ancora Dyaus in sanscrito vogliono dire luce. E noi cerchiamo la luce, la chiarezza, cerchiamo di vedere chiaramente le cose anche se non ci riusciamo fino in fondo. Quindi cerchiamo sempre Dio in senso elementare. Quindi nessuno può essere ateo. Poi diventa una disputa bizantina perché io rispetto tantissimo chi si reputa esente da ogni bisogno di frequentazione e di pratica religiosa. Questo bisogno si manifesta in varie forme come nella lunga tradizione cristiana della messa domenicale, del dominus appunto, che si tramanda ormai da secoli. Ma anche nelle cerimonie in occasione dei santi patroni, che sono molto di più dei giorni del calendario, da noi ma anche negli altri paesi. Il santo patrono che c’è in tutte le città in tutti i paesi è l’occasione per fare una grande festa. Di grande esaltazione del santo e nel rapportarsi a lui per chiedere ancora delle illuminazioni che non possiamo altrimenti avere, e delle risposte che non possiamo trovare. Quindi rispettare il rito in tutti i passaggi di cui alla Bibbia. E poi compiuto questo dovere abbiamo anche il bisogno di sentirci più liberi e di esprimerci in altri modi, a cominciare dal ballo, a cominciare altrimenti dalla conversazione finita la messa. È l’occasione nei paesi, nei borghi, nei quartieri di ritrovarsi tra persone che magari vivono nello stesso paese ma che si vedono raramente, di stare insieme e scambiarsi le informazioni, parlare di uno dell’altro, delle ultime novità, delle relazioni con gli altri. Tutti temi che ci appassionano. E quindi questa festa sfocia subito nella conversazione, nella convivenza di gruppo, nella conoscenza di nuove persone che magari vengono dai paesi vicini, e poi nella convivialità, nel piacere di condividere anche il cibo. Una delle cose fondamentali della nostra esistenza. Mangiare insieme è molto bello non solo in occasione delle sagre, ma sempre. Quando ci si ritrova a mangiare insieme si gusta di più il cibo. Si parla, si ride, non si sta a parlare di affari, non si espongono i propri problemi. Salvo eccezioni si parla di cose divertenti. Divertirsi, distaccarsi dai problemi quotidiani e da tutte le questioni che abbiamo. È un modo di festeggiare, il gustare insieme i cibi e le bevande. E passare a uno stato di euforia, anche illusoria perché tutti lo sanno benissimo ma è un bisogno fondamentale. Per le persone anziane ma anche per i giovani. Anzi per i giovani ancora di più, che si abbandonano a corteggiarsi, stringere dei legami. Ma anche per i bambini: questi momenti sono vissuti come giochi. Esiste anche un’industria per le giostre con i seggiolini rotanti, i calcinculo, gli autoscontri. È un modo di manifestare anche il bullismo. Poi anche i bambini possono entrare in queste giostre rotanti, possono scivolare, possono esprimere le loro energie. Esistono dei giochi in cui possono fare dei lanci, dei salti incredibili, da atleti e si divertono da matti. In tutti i paesi ci sono ancora le giostre tradizionali. Vedo che i piccoli vanno sempre sulle giostre classiche, che ti fanno volare insieme, o scivolare, o guidare le macchine.

Proprio in questo contesto nel film c’è il momento della donna che, mangiando, ha la bocca sporca di cibo. È un dettaglio che ogni altro regista non avrebbe lasciato perché reputato sgradevole. Nel tuo caso mi sembra rientri in una poesia della realtà.

Franco Piavoli: Ne ho girate tante di scene che superavano i limiti della tollerabilità e non le ho messe. Ma questa l’ho lasciata come segnale della nostra libertà di mangiare senza preoccuparsi delle regole sociali. Quando si mangia così e il cibo esce un po’ dalle labbra si gusta di più. In questi casi ci si lascia andare. Sono segnali non di volgarità, ma di libertà. Perché in queste occasioni si fa rivivere la nostra animalità. Perché non dimentichiamoci che siamo animali. Anzitutto perché abbiamo un’anima, ànemos vuol dire respiro in senso etimologico, ànemos è il vento. Creature che respirano, poeti e filosofi ma anche piccole formiche. E quindi abbiamo un’anima. E poi quest’anima, quest’animalità si riflette nelle gestualità più elementari. Alcune le teniamo nascoste, per pudore ed è giusto. Però con noi stessi abbiamo la confidenza totale. Non solo quando mangiamo, ma quando defechiamo, uriniamo abbiamo la coscienza che compiamo un gesto che non è negativo in sé, ma che naturalmente va esercitato non in pubblico. Però in queste occasioni c’è questa liberalizzazione entro certi limiti che dà lo sfogo, la gioia. Non c’è la coscienza ma l’istinto di riconoscere anche la nostra origine più antica, la nostra animalità più profonda che sopravvive in noi. E così godiamo più ampiamente la festa.

Verso l’inizio una ragazza saluta una donna anziana allettata, con una mosca che si posa sul corpo, per andare alla festa. Torni al discorso delle stagioni della vita di Voci nel tempo. Però in quel film seguivano un percorso lineare, qui invece abbiamo una compresenza delle varie età.

Franco Piavoli: Qui c’è un intreccio continuo delle età della vita. Perché in questo contesto si mescolano la giovinezza, la vecchiaia, l’età matura. Tutte le età che si intrecciano a seconda delle circostanze in cui ci si muove. Non secondo un percorso lineare ma secondo uno a intersezione. Ci sono persone escluse dalla festa come l’uomo sulla carrozzina che si tiene a distanza, ma pur non potendosi muovere ha voluto partecipare. Anche lui cercando di inserirsi nella festa ma naturalmente mettendo in risalto la sua differenza, e quindi soffrendo anche di più. Poi ci sono esempi di autoesclusione, che ci sono nella nostra vita, come quello dietro le sbarre. E altri esempi ancora come il ragazzo che cammina solitario, come la donna che invidia quelli che ballano perché non è riuscita a entrare nella festa. Questi sono esempi che vogliono mettere in evidenza anche le ombre della festa. Che danno risalto alle luci. In un gioco di luci e ombre, se ci sono le ombre si risaltano di più le luci e viceversa. Però senza voler dire che sono due gruppi distinti, la classe dei felici e quella degli infelici. Perché in qualche modo anche in quelli che stanno ridendo, saltando si intravede, in forma molto subliminale e sotterranea, qualche elemento di disturbo. Eppure anche in quelli che si autoescludono, o sono per la sorte esclusi dalla festa, c’è uno slancio, un istinto, un bisogno di cercare in qualche modo di riafferrarsi al gioco.

Immagine ricorrente nel tuo cinema è quella della luna. È un ulteriore elemento di Leopardi, che figura tra i collaboratori nei titoli di coda de Il pianeta azzurro?

Franco Piavoli: È stato il mio primo ispiratore Leopardi, non solo per il cinema. Lo ritengo dal punto di vista filosofico, una delle figure più avanzate, e anche più sofferenti. La luna è un chiaro simbolo. “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai”. È là che ci guarda. La nostra referente di consolazione in alcuni casi, il nostro giudice di controllo in altri. A volte non siamo noi che interroghiamo lei, ma lei a dirci “Ma che fate?”. È un punto di relazione spaziale e anche filosofico.

Info
La scheda di Festa di Franco Piavoli sul sito del Festival di Locarno.
L’immagine cover scelta è tratta da Habitat [Piavoli] di Claudio Casazza e Luca Ferri.

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