Hitler, un film dalla Germania

Hitler, un film dalla Germania

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A distanza di quarant’anni dalla sua realizzazione, il capolavoro di Hans-Jürgen Syberberg Hitler, un film dalla Germania è stato rimosso dalla memoria collettiva. I motivi sono molti, e attraversano lo spettro estetico e politico degli ultimi decenni. Ma è giunto il momento di una rilettura, che permetta di riscoprire le schegge di visionarietà e la sfrontata interpretazione storica di Syberberg. Passando, come recita il sottotitolo, “dal frassino cosmico alla quercia di Goethe”.

Über-marionette

Hitler, la sua storia e la sua conquista progressiva del potere: gli inizi da umile imbianchino e l’arrivo alla cancelleria germanica, punto di svolta della dittatura nazista… [sinossi]

Hitler, un film dalla Germania è un film eretico. È eretico perché la Germania non era e non è pronta ad accogliere un film su Hitler. Un film dalla Germania su Hitler. Un film che racconta la Germania attraverso Hitler, e che racconta Hitler come punto focale, centrale, di quel grande spettacolo nello spettacolo che è stato il Novecento. Ma Hitler, un film dalla Germania è eretico anche per la sua durata monstre, oltre sette ore, che fa di lui – a giudicare dalle liste ufficiali – il nono film “per il cinema” più lungo della storia [1]. Ed è un film eretico per la sua forma, per quel coacervo di intuizioni, smembramenti del montaggio, ricostruzione scenografiche, invenzioni che non seguono una logica preordinata, predigerita, già allineata al plotone d’esecuzione dell’immaginario occidentale. Contiene tre date fondamentali in sé questo parto creativo senza precedenti – e senza figli, né nipoti, che l’eresia è materia da trattare con cura, e difficilmente prevede discendenze dichiarate.
La prima data è il 7 maggio del 1945. Nel cuore della notte il generale tedesco Alfred Jodl, su ordine del Reichspräsident e Reichskanzler Karl Dönitz, firma e Reims la resa incondizionata della Germania. Finisce il Terzo Reich, inizia la fase post-bellica che porterà alla suddivisione del territorio tedesco in due aree distinte, l’occidente e l’oriente.
La seconda data è il 28 febbraio del 1962. All’interno dei lavori dell’Internationale Kurzfilmtage Oberhausen ventisei uomini di cinema tedeschi firmano quello che passerà alla storia come “Il manifesto di Oberhausen”. Una vera e propria chiamata alle armi per fondare un nuovo cinema tedesco, a cui aderirono tra gli altri – chiamati a raccolta da Haro Senft – Alexander Kluge e Edgar Reitz. In un passaggio chiave del manifesto si legge “I film devono essere più indipendenti. Liberi dalle abituali convenzioni dell’industria. Liberi dal controllo dei partner commerciali. Liberi dal dettato delle parti interessate. Abbiamo idee dettagliate spirituali, strutturali ed economiche sulla produzione del nuovo cinema tedesco. Siamo disposti a correre qualsiasi rischio. Il film convenzionale è morto. Noi crediamo nel nuovo film”. Nasceva, di fatto, il “Neuen Deutschen Spielfilms”, che sarebbe diventato noto anche come “Neuer Deutscher Film”. In quest’atmosfera di rinnovamento e rivoluzione – a ben vedere persino più radicale della Nouvelle Vague transalpina – nel 1969 a trentaquattro anni Hans-Jürgen Syberberg dirige Scarabea – wieviel Erde braucht der Mensch?, traendo ispirazione da Lev Tolstoj.
La terza data è il 5 novembre del 1977, giorno della prima proiezione ufficiale di Hitler, un film dalla Germania. Il 18 ottobre, appena due settimane prima, nel carcere speciale di Stemmheim a Stoccarda vengono rinvenuti i cadaveri di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Carl Raspe, membri della RAF, la Rote Armee Fraktion. Lo Stato democratico tedesco parla di suicidio.

Non si può prescindere dalla storia tedesca del Ventesimo Secolo per capire il cinema di Syberberg, forse il più oscuro dei cineasti della sua generazione. Non si può prescindere dalla cinema stesso per comprendere Hitler, un film dalla Germania. Impossibile è anche cercare di narrare la trama, né il film si sviluppa in alcun modo seguendo un percorso temporale lineare, retto, certo. Nella fantasmagoria immaginifica di Syberberg c’è spazio per quattro capitoli, nei cui titoli è forse possibile rintracciare un punto d’inizio, una plausibile chiave di volta per tracciare un sentiero a suo modo logico. I quattro capitoli si intitolano Der Gral – Von der Weltesche bis zur Goethe-Eiche von Buchenwald (“Dal frassino cosmico alla quercia di Goethe a Buchenwald”), Ein deutscher Traum … bis ans Ende der Welt (“Un sogno tedesco… sino alla fine del mondo”), Das Ende eines Wintermärchens und der Endsieg des Fortschritts (“La fine di una fiaba d’inverno e la vittoria finale del progresso”) e Wir Kinder der Hölle erinnern uns an das Zeitalter des Grals (“Noi figli dell’inferno ricordiamo l’epoca del Graal”).
Il primo carattere che è subito visibile è il riferimento mitopoietico alla base: il frassino cosmico rimanda a Yggdrasill, l’albero che sorregge con i suoi rami i nove mondi che compongono l’universo. C’è poi il rimando reiterato al concetto di märchen, fiaba, e al Graal, mito dell’Europa cristiana medievale per eccellenza. A sradicare il vagheggiamento epico è la voce dello stesso Syberberg, che avverte gli spettatori: “Tutto quello che vedrete è liberamente inventato. Tutti i personaggi e gli avvenimenti storici, anche eventuali somiglianze, sono puramente casuali. Non si tratta di uno scherzo purtroppo, per motivi legali si è qui costretti a fare questa dichiarazione. Trenta eredi di Hitler si sono già fatti avanti accampando diritti, e non soltanto loro. Quelle pretese sarebbero lecite proprio perché Hitler in realtà non è mai stato processato…”. Tutto è inventato, la Storia deve essere falsa per poter essere raccontata senza querele. In epoca di socialdemocrazia non si può ledere il diritto alla memoria personale. Ognuno, in Germania, ha il “proprio” Hitler. Ognuno in Germania cresce un proprio Hitler interiore.

Syberberg arriva a questo film fluviale e magmatico dopo aver raccontato per immagini Ludwig II in Ludwig – Requiem per un re vergine e il romanziere Karl May. Due figure peculiari della decadenza tedesca, della Germania in caduta libera, forse da sempre, e comunque eternamente ancorata all’idea di grandezza, di splendore. Di dominio. Un imperatore e uno scrittore di avventure western. Il potere e la fantasia. Ma mai la fantasia al potere, se non attraverso il cinema, il proprio splendore ricostruito, la propria illuminazione innaturale. Si deve mistificare per raccontare, e si può mistificare solo utilizzando il vero: registrazioni audio, frasi scritte e pubblicate, immagini “documentarie”. Lì, in mezzo a questo archivio di verità, risplende l’uomo-marionetta, la übermarionette di Edward Gordon Craig. La marionetta di Adolf Hitler, posta sul banco degli imputati. Ma non esiste dittatura fascista senza un popolo che la sorregga, le dia forza, la foraggi. In quel tribunale cinematografico non è “solo” Hitler a essere processato, ma l’intero popolo tedesco. L’intero pensiero dominante tedesco. Di ieri e di oggi. La Germania diventata democratica – ma ancora spaccata a metà all’epoca, e Syberberg era a sua volta scappato neanche ventenne dalla DDR – è davvero libera? O ha in cuor suo ancora bisogno di quella voce, di quella marionetta, di quella malsana ideologia di conquista, sopraffazione, controllo assoluto?
Scardina anche il proprio ordine, Syberberg, per non correre il rischio di diventare come coloro che mette sotto accusa: è un caos primigenio a dominare Hitler, un film dalla Germania, un guazzabuglio geniale e salvifico di ispirazioni, invenzioni, intuizioni. È il caos da cui può rinascere un mondo che si è invece già ingabbiato di nuovo. Sfuggito al delirio nazista ma intrappolato dalla medietà borghese, da un sogno svuotato di ogni archetipo epico, di ogni tensione reale. Ha naturalmente ragione Susan Sontag quando nel 1980, per il New York Review of Books, scrive: “Impregnando la grandiosità romantica di ironie moderniste, Syberberg offre uno spettacolo sullo spettacolo, evoca il “Grande Show” chiamato Storia con una varietà di stili drammatici – fiaba, circo, rappresentazioni morali, sacra rappresentazione allegorica, cerimonia magica, dialogo filosofico, Totentanz – con un cast immaginario di decine di milioni di persone e con il Diavolo come protagonista. Per ritrarre Hitler viene esaminato il nostro rapporto con Hitler (il tema è “il nostro Hitler”, l’“Hitler in noi”), e gli orrori del nazismo, giustamente non assimilabili, sono rappresentati nel film di Syberberg come immagini o segni (il titolo non è Hitler ma più esattamente, Hitler, un film dalla Germania)”.

Eccolo, lì è il senso: il titolo NON è Hitler. È Hitler, un film dalla Germania. Il grande spettacolo, in questa società dello spettacolo che per perpetrare il sacro crimine del Capitale ragiona per un accumulo di immagini – Debord docet –, è sempre e solo collettivo. Non esiste singolarità. Non esiste leader senza popolo, ma dovrebbe esistere un popolo senza leader per essere davvero liberi. Hitler per Syberber è “l’emblema della cattiva coscienza dei sistemi democratici”, e nulla di più. Lo si dimentica per non dover ricordare cosa si è, e quanto lontano si sia da ciò che si dovrebbe essere. Syberberg risveglia il mondo attraverso un pandemonio dell’immaginario in cui tutte le forme di comunicazione trovano il loro spazio e il loro – nuovo – senso. Libera il cinema-teatro, scompiglia l’utilizzo della profondità di campo e della retroproiezione. È un helzapoppin’ macerato dal peso caustico della Storia, Hitler, un film dalla Germania, un vaudeville che racconta con sarcasmo l’utopia anti-industriale di un popolo che bramava il proprio diritto a una purezza mai esistita ma sempre vagheggiata. La stessa purezza che brama anche lo spettatore, lo stesso dominio che è proprio di chi dirige, sceneggia e monta un film. Svuotare di senso umano Hitler, riducendolo a marionetta, equivale a costringere ogni spettatore a combattere con il proprio demone interiore. Ogni tedesco ha dentro di sé un Hitler da combattere, e le uniche armi ancora attive sono quelle del cinematografo, il sogno innevato di una palla di vetro – Rosebud? – una bambina sperduta. In uno spazio scenico liberissimo e claustrofobico si muove l’Über-marionette Hitler, i suoi fili mossi da un intero popolo. Da un intero mondo, che ha bisogno del mostro per sentirsi normale, che ha bisogno del mostro per sentirsi al sicuro. In pace.
In quarant’anni Hitler, un film dalla Germania è stato rimosso, dimenticato, lasciato in un cantuccio. Sconfitto, com’era inevitabile che fosse, dal pensiero borghese, accomodante, placido, socialdemocratico. Sconfitto dall’ottusità manichea, dal desiderio di semplificazione, da un realismo privo di profondità. In attesa di nuovi nazismi, neanche troppo difficili da intravedere all’orizzonte.

Note
1. Stando a questa classifica, reperibile online, sarebbe preceduto da, in ordine crescente: Melancholia di Lav Diaz, O.J.: Made in America di Ezra Edelman, A Lullaby to the Sorrowful Mystery di Lav Diaz, Il distretto di Tiexi di Wang Bing, Shoah di Claude Lanzmann, Evolution of a Filipino Family di Lav Diaz, Out 1 (Noli me tangere) di Jacques Rivette, e Resan di Peter Watkins, che con le sue quattordici ore e mezza di durata mantiene salda la prima posizione…
Info
Un’intervista a Hans-Jürgen Syberberg, regista di Hitler, un film dalla Germania.
La prima parte di Hitler, un film dalla Germania.
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