An Elephant Sitting Still

An Elephant Sitting Still

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Opera prima e tragicamente ultima del regista cinese Hu Bo, morto suicida dopo aver terminato il montaggio, An Elephant Sitting Still si segnala come uno degli esordi più dolorosi e potenti del cinema del Ventunesimo Secolo. A Locarno viene presentato nell’omaggio a Pierre Rissient, regista e produttore francese morto a Parigi lo scorso maggio.

La miseria della vita

L’adolescente Wei Bu è in fuga: ha ferito gravemente il bullo della scuola, Shuai, spingendolo giù dalle scale. La sua compagna di classe Ling, da parte sua, ha rotto con la madre e si è lasciata abbindolare dal suo insegnante. Il fratello maggiore di Shuai, Cheng, si sente responsabile del suicidio di un amico. E poi c’è un arzillo pensionato, il signor Wang; suo figlio vuole trasferirlo in una casa per anziani. Tutti i protagonisti si trovano attirati nella città di Manzhouli, nel nord della Cina, dove si trova un mitico elefante che se ne sta semplicemente seduto, indifferente al resto del mondo. [sinossi]

È difficile avvicinarsi a An Elephant Sitting Still senza provare un forte senso di inadeguatezza, o di imbarazzo. Sensazioni dettate dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a una struggente, splendida opera prima, una delle più rimarchevoli degli ultimi venti anni di cinema mondiale, e allo stesso tempo di sapere che quest’opera prima è anche ultima. Non esisteranno più film diretti da Hu Bo, perché nell’ottobre del 2017, poco dopo aver portato a termine il lavoro su An Elephant Sitting Still, questo talentuosissimo ventinovenne si è tolto la vita. Resta dunque come un monolite quest’esordio monstre di poco meno di quattro ore di durata, viaggio epidermico nella Cina e prima ancora nell’umanità che l’attraversa, la popola, la rende nazione. Dopo essere stato proiettato nel Forum alla Berlinale il film è giunto anche a Locarno, dove è stato inserito nella sezione Histoire(s) du cinéma per omaggiare Pierre Rissient, morto lo scorso maggio a Parigi e che il 4 agosto avrebbe compiuto ottantadue anni. Un duplice lutto, dunque, ad accompagnare un’opera destinata a entrare nell’immaginario cinefilo e a lavorare sottopelle, come un ago che si insinua centimetro dopo centimetro nelle vene per iniettare un veleno dolcissimo e ferale allo stesso tempo. Un duplice lutto per accompagnare un film costellato di lutti, di perdite, di sensi di colpa innati e dai quali è impossibile liberarsi.

Fin dall’incipit Hu Bo delinea con nettezza quello che sarà il centro (decentrato) del film. La voce fuori campo di uno dei protagonisti informa gli spettatori di una storia che gli è stata raccontata da un amico: a Manzhouli, nella Mongolia Interna a un passo dal doppio confine con Russia e Mongolia, c’è un elefante che se ne resta immobile, seduto, come se il resto del mondo non esistesse. Non prova desiderio ad alzarsi ma neanche cede alle insistenze di chi lo va a vedere, e inevitabilmente lo infastidisce. È nella metafora racchiusa in questa narrazione che si articola An Elephant Sitting Still, i cui protagonisti vagano senza meta, impossibilitati a trovare pace e a lasciare fuori da loro stessi un mondo che è feroce, crudele, privo di qualsiasi tipo di empatia, barbarico e caotico. Vaga Wei Bu, figlio di un poliziotto che è a casa con una gamba rotta e che dal padre ha imparato solo come costruire un manganello che non lascia segni su chi viene colpito; il ragazzo, per difendere il suo miglior amico, ha involontariamente scagliato giù dalle scale della scuola un bulletto, e ora cerca di fuggire dal fratello di quest’ultimo, Cheng, un boss della zona che ha però anche un’altra gatta da pelare, visto che si sente in colpa per aver provocato il suicidio di un suo amico, lanciatosi dalla finestra sotto i suoi occhi dopo aver scoperto il tradimento di sua moglie proprio con Cheng. Vaga anche Ling, la ragazza di cui Wei Bu è infatuato: ha un pessimo rapporto con la madre e per di più è l’amante del vice-preside della scuola. E vaga infine l’anziano Wang: suo figlio lo vuole mandare all’ospizio per poter liberare un po’ di posto nel microscopico appartamento in cui vivono anche la nuora di Wang e la sua nipotina.
Non c’è pace nella Cina, in questa città squallida e scomposta, sfocata sullo sfondo perché a metterla a fuoco verrebbero i brividi lungo la schiena. Non può esistere pace per personalità che si sentono in colpa da quando sono venute al mondo, e che non sanno come sfogare una rabbia e una frustrazione che è parte integrante dei loro sentimenti, dei loro pensieri. Non è un caso che An Elephant Sitting Still pulluli di armi che solo occasionalmente vengono utilizzate: mazze, spranghe, pistole, vessilli di un senso di (in)sicurezza che è vero trait d’union tra esseri umani tra loro perfino distanti per esperienze di vita, e per anagrafe.

Hu Bo si prende tutto il tempo necessario per permettere allo spettatore di entrare, poco per volta, in questo inferno livido e polveroso, a respirare i detriti di una società che corre a una velocità inumana, e dietro la quale è impossibile sperare di tenere il ritmo. La scuola di periferia dove vanno Wei Bu e Ling verrà demolita, e accorpata a un’altra. Il destino degli studenti è però già segnato, come informa il vice-preside: prenderanno un diploma e poi potranno dedicarsi alla vendita ambulante di ciondoli o di cibo, intasando ulteriomente le strade in una prospettiva di vita non solo umile, ma degradante. La Cina di An Elephant Sitting Still non possiede neanche più il sogno lontano e nebuloso del socialismo, è una società di classi in cui chi non appartiene ai ceti più elevati è destinato a soccombere, rifiuto di una civiltà moderna e chiassosa, prepotente oltre ogni limite. Hu Bo lavora con armonioso occhio sulla profondità di campo, cambiando il fuoco a più non posso, cercando traiettorie per personaggi sfuggenti e già moribondi. Un inferno in cui i tuoi parenti possono essere i tuoi primi nemici, dove i cani randagi attaccano e ringhiano e uccidono i loro simili, dove la minaccia è l’unica arma di difesa contro minacce sussurrate e ancor più ferali, dove la polizia non esiste e non esiste davvero più neanche lo Stato.
Tanto vale allora cercare disperatamente di raggiungere la lontanissima Manzhouli, provincia di un impero lurido, per vedere l’elefante, l’unico puro resistente, l’unico in grado di ergersi sopra la miseria che tutto invade e sovrasta. “La mia vita è miserevole”, piange Ling di fronte alla madre, che non si scompone né provvede in alcun modo a rincuorarla. Sarà il vice-preside a spiegarle come anche quella dei suoi antenati e dei suoi eredi sarà altrettanto miserevole, e come fuggire altrove cambierà gli orizzonti visivi, ma non la condizione. Perché da quella, vergata col fuoco dalla società prima ancora della nascita, non si può mai uscire. Non parla però di destino, An Elephant Sitting Still, e non si perde dietro sociologismi facili. Arriva al cuore dei suoi personaggi e ne condivide i conflitti, i tremori, le angosce supreme. Vive con loro e attraverso loro, con un occhio poetico non perché lirico ma perché convinto della necessità di “fare”, di “agire”, di “essere”.

Solo alla fine, quando gli esseri umani dispersi hanno quantomeno trovato il modo di condividere uno spazio, e un’illusione, Hu Bo si concede un vero totale, un campo lungo nella notte, con dei fare a fungere da sol di un avvenire che forse non avverrà mai. An Elephant Sitting Still è un film meraviglioso nel senso etimologico del termine, da ammirare. È un’opera prima e tragicamente ultima, ma Hu Bo ha trovato un posto nella storia del cinema.

Info
Il trailer di An Elephant Sitting Still.
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