See Know Evil

See Know Evil

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See Know Evil di Charlie Curran è il racconto/ricordo del fotografo Davide Sorrenti, napoletano di nascita e newyorchese di adozione, morto a soli venti anni nel 1997. Allo stesso tempo il film è un racconto della New York degli anni Novanta, e delle ultime propaggini dell’underground. Fuori Concorso a TFFdoc al Torino Film Festival.

The Decline of Western Civilization

La breve vita di Davide Sorrenti, artista e fotografo morto a soli 20 anni per complicazioni legate alla talassemia e all’uso di eroina; uno spaccato della New York degli anni Novanta e dell’immaginario soprannominato “heroin chic”, sospeso tra il glamour della moda e gli echi lontani del punk. [sinossi]

See Know Evil, ovvero Ske, era il nome della crew di graffitari di cui faceva parte Davide Sorrenti. Tra le sue tante attività, l’adolescente nato a Napoli da una famiglia di artisti (padre pittore, madre fotografa e stilista) faceva street art per i muri di New York, città d’adozione da quando aveva 5 anni e dove morì a 20, nel 1997, per complicazioni legate alla talassemia – malattia del sangue che Davide aveva fin da piccolissimo – e l’uso di eroina, che mal di addiceva a uno stato di salute molto precario che, infatti, lo aveva già condotto a una prima overdose. See Know Evil è anche il titolo del bel documentario di Charlie Curran dedicato alla figura non troppo nota di questo precoce fotografo che nel giro di pochissimi anni recepisce perfettamente l’immaginario della Grande Mela del post-yuppismo e si impone nell’ambiente della fotografia d’arte e della moda per i suoi scatti sporchi, disperati, disturbanti. Ispirato dalle opere di Nan Goldin o Tony Richardson e aiutato, nell’elaborazione del suo stile, anche dal lavoro di suoi fratello, il più celebre Mario Sorrenti (importante fotografo di moda, noto in particolare per i primi lavori con Kate Moss – ai tempi sua fidanzata – per Calvin Klein), Davide è ossessionato dall’idea della morte, che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Forse anche per questo imprime un segno punk ai suoi scatti e in generale alla sua attitudine: Davide gira per New York avendo sempre con sé la macchina fotografica, riprende i suoi amici intenti a guardare la tv mentre si fanno le canne o vanno in skate, o immortala Milla Jovovich (e viene a sua volta immortalato con qualche modella emergente) sdraiata su un cornicione con lo stesso spirito con cui va a imprimere la sua Tag (Argue) sulla porta di un commissariato. Il film di Curran lo racconta attraverso le interviste ai famigliari – la madre Francesca, il fratello Mario e la sorella Vanina – ai compagni della crew Ske, ai primi professionisti del settore che gli diedero carta bianca per le pochissime campagne pubblicitarie che realizzò, all’amica Milla Jovovich e all’ex fidanzata Jaime King, una super top model minorenne, lanciatissima nella NY di quegli anni quanto già devastata dalla tossicodipendenza. Dopo la morte di Davide, Jaime – che proprio nel 1996 era stata immortalata da Nan Goldin sulla copertina del New York Times Magazine – correrà a disintossicarsi. Attraverso le tante voci di chi ha conosciuto Davide, l’uso dell’animazione quando si tratta di riprodurre episodi peculiari della sua vita, ma soprattutto l’uso delle sue fotografie, Curran riesce non solo a raccontare la breve e fulminante esistenza di Sorrenti, ma il momento terminale della cultura punk e dell’underground anni Settanta negli States. Un momento tristissimo, decadente e depresso, culminato in fondo nel 1994 con il suicidio di Kurt Cobain, il cui poster compare in alcune foto che Davide Sorrenti fa a Jaime.

Se i nuovi codici dell’immaginario ninety avevano già rifiutato gli anni Ottanta patinati e plastificati delle Schiffer-Crawford, recuperando parzialmente la devastata vitalità dei Settanta, è però ugualmente vero che nell’ultimo decennio del Millennio scorso – come nel film viene detto da un amico di Davide – chi faceva arte a NY era ambizioso, terribilmente ambizioso, e al tempo stesso solo, perché privo di un tessuto autentico e diffuso di “controcultura”. Abbandonati ai propri demoni, approdati giovani al glam e ai soldi, gli zombie adolescenti che vediamo in questo film vogliono esprimersi ma non sanno al fine neppure bene perché. Perciò trasudano malessere, attratti da un universo apparentemente libero e molto cool, in realtà come quello del decennio precedente totalmente dedito al solo denaro. Il recupero degli anni Settanta si riduce così a puro gesto estetico, a una campagna pubblicitaria ispirata a una fotografia più colta e perturbante rispetto a quella che l’aveva immediatamente preceduta, oppure si chiude nella tossicomania e nel dramma individuale. Ma non può più porsi come avanguardia sociale perché è, al fine, un recupero stilistico da monetizzare in fretta ed efficacemente, per essere poi magari superato da altre “pose” o da altre tendenze. Il suicida Cobain, del resto, è il simbolo proprio di questa impossibilità di condivisione, di questo isolamento monadico e disperato. Che ogni personaggio di See Know Evil pare aver esperito da giovane, anche senza averlo capito fino in fondo. Come dice la Jovovich, era facile sprofondare nelle dipendenze ed era necessario essere protetti da qualcuno, cosa che non è accaduta alla King – afferma sempre l’ex moglie di Besson – mollata al massacro in una sorta di incubo alla Refn in cui la moda risucchia la bellezza e la distrugge, in un ciclo continuo e ininterrotto in cui bisogna restare lucidi per non essere divorati. Bisognava essere protetti, guidati, perché altrimenti lo stile adolescenziale e un po’ sfattone era solo un mezzo di sfruttamento perpetuato sui ragazzini, stritolati in un sistema per niente punk ma perfettamente funzionante per far quattrini. Arrivando a esprimere bene il mood di quegli anni – lo stesso di Kids di Larry Clark e Harmony Korine – Curran trasmette profondo disagio generazionale, racconta di un ragazzo che non ha paura di niente perché sente di essere già morto (dunque è, veramente, punk) e fa percepire anche il passaggio a una fase successiva. La madre di Davide, dopo la morte del figlio, si è a lungo battuta per denunciare il ritorno dell’eroina tanto da riuscire a coinvolgere i media nazionali e arrivare all’allora presidente Bill Clinton, il quale si espresse contro l’estetica del tempo, che a suo dire rendeva affascinanti e cool i drogati. La vasta campagna contro l’eroina portò a modificare nuovamente lo stile propriamente “fashion” del decennio successivo, ma pure a spostare l’attenzione – ancora una volta – sugli effetti e non sulle cause che conducevano persone dalla spiccata sensibilità artistica a rifugiarsi nella droga. Una cosa priva di utilità perché, come si dice in See Know Evil, nel mondo della moda da allora non è cambiato niente: ci si droga allo stesso modo, le vittime non protette sono tante, ma semplicemente si è tornati a un’estetica più innocua e mansueta, meno conturbante e dark, meno mortifera. Così siamo tutti più sereni.

La storia di Davide Sorrenti è un piccolo racconto di vitalità spezzata perfettamente consonante con il decennio che ha attraversato, l’ultimo momento di ribellione, di giovinezza, di autentica disperazione, poi rimessa sotto al tappeto alla fine del secolo e tumulata per bene dal 2001. Meglio non vedere, non mostrare, non far circolare neppure una stilla di malessere, neppure la rappresentazione di un disagio. Meglio negare. Altro che “guardare/conoscere il male”, come si proponeva la crew Ske. See Know Evil – interessante perché ci ricorda quanto fosse diversa anche New York, che ancora era capace di essere underground – risulta così un documento inquietante e disturbante, profondamente triste, sull’ultimo colpo di coda delle pulsioni giovanili, sugli ultimi gemiti espressivi prima della definitiva repressione dell’immaginario, sulla solitudine sociale e il disinteresse in cui è cresciuta la generazione nata negli anni Settanta (non solo in America). Un lavoro amaro, ma profondamente accurato nel ragionare su quel trapasso fondamentale di fine secolo che sono stati gli anni Novanta.

Info
La scheda di See Know Evil sul sito del Torino Film Festival.
  • see-know-evil-2018-charlie-curran-recensione-01.jpg

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