Imaculat

Esordio alla regia della sceneggiatrice Monica Stan, coadiuvata nella direzione del film dal direttore della fotografia George Chiper Lillemark (anche lui al suo esordio nel lungometraggio di finzione), Imaculat è ispirato alla vicenda giovanile di Stan che a 18 anni si è dovuta disintossicare dalla dipendenza. Un’opera prima in cui a dominare è il bianco, e che testimonia una volta di più la vivacità della scena produttiva rumena. In concorso alle Giornate degli Autori.

L’accettiamo, è una di noi!”

Daria, 18 anni, entra in un centro di riabilitazione per tossicodipendenti perché l’anno prima ha iniziato a bucarsi, emulando il fidanzato che al momento è invece in carcere. Proveniente da una famiglia borghese, Daria ha modi educati, è molto aggraziata e queste caratteristiche risulteranno intriganti per gli altri ospiti della struttura… [sinossi]

Esordio alla regia della sceneggiatrice Monica Stan, coadiuvata nella direzione del film dal direttore della fotografia George Chiper Lillemark (anche lui al suo esordio nel lungometraggio di finzione), Imaculat è ispirato alla vicenda giovanile di Stan che a 18 anni si è dovuta disintossicare dalla dipendenza. Dimenticate però qualsivoglia «film denuncia» o magari una pruriginosa esibizione degli effetti della droga e dell’astinenza, perché Imaculat è un perturbante lavoro sulla seduzione e il desiderio di essere percepiti e sentirsi «speciali». Frazionando l’azione e lo sguardo in campi stretti, primi piani, dettagli, volti e sguardi, il film nega qualsiasi visione d’insieme, impossibile per la giovane protagonista Daria (Ana Dumitrașcu) e forse anche per gli altri ospiti della clinica di riabilitazione. Ma certamente impraticabile per la ragazza che deve ancora vedersi «per intero» e che nella prima scena lo spettatore impara a conoscere con un’inquadratura frontale che la ritrae mentre è «interrogata» dalla direttrice della clinica alla presenza di sua madre: delle altre due donne sentiamo le voci mentre iniziamo a perlustrare il viso bello e imperfetto di una ragazza intimidita dalla situazione e la cui madre parla la lingua di una famiglia perbene, senza i disagi sociali che pregiudizialmente potremmo legare alla tossicodipendenza. La stessa Daria, alla fine del colloquio, del resto non può negare di essere entrata nel famoso «tunnel» a causa del suo poco raccomandabile boyfriend Vlad, che è così poco raccomandabile da essere in galera. E se per la madre questo coinvolgimento è una debolezza della figlia che si è lasciata trascinare, come si suol dire in questi casi (ossia la «colpa» è del ragazzo), il film invece ruota attorno al desiderio di essere apprezzati dagli altri e alla seduzione come binomio strutturante le identità, le storture e i limiti, le specificità e gli abissi. Il narcisismo è la sostanza assoluta, la dipendenza potenzialmente devastatrice: il suo sapiente dosaggio crea la miscela che forse più di ogni altra condiziona le vite in tutte le sfumature.

Perciò tutto è inevitabilmente bianco in Imaculat, che abbacina gli occhi dello spettatore con questo colore acromatico su cui possono essere scritti tutti gli altri. Il bianco è una tabula rasa da cui ricominciare. Ma il bianco è anche uno schermo su cui ognuno può proiettare ciò che gli serve, ciò che vorrebbe vedere negli altri e ciò che vorrebbe essere per gli altri. Daria in questo senso è per tutti bianca, pura, «immacolata», parete proiettiva per una serie di uomini e ragazzi che riversano su di lei i sentimenti e gli istinti di cui hanno necessità o la parte che hanno, loro, bisogno di interpretare o la storia cui vogliono dar corpo; a sua volta Daria è sedotta dai bisogni altrui poiché pare necessaria a soddisfarli. Sentire di incarnare alla perfezione ciò che gli altri vogliono la eleva infatti a entità speciale, angelica: viso regolare, dolce, aggraziata, Daria è del resto un personaggio apparentemente fuori posto in un gruppo di tossici. Se Daria fosse come l’altra ragazza del centro, Ilona, una sfattona con gli occhi strabuzzati che è lì col suo uomo, nessuno vedrebbe in lei qualcosa di staordinario, ma Daria non è la tossica che ti aspetti e questo la mette al centro dell’attenzione spingendola a compiacere gli altri e a compiarcersi di questo. Tutti sentono in maniera animalesca la differenza di Daria, la sua anomalia. E per questo tutti vorranno da lei ciò che serve a loro dando a lei in cambio un’aura sacra, madonnesca, pronta però a essere devastata non appena i rapporti invisibili e reali emergono.

Come è ovvio, l’ingresso nella «vita» della comunità di recupero è colmo di paure e ansie e lo spettatore dà forse per scontato che vedremo angherie, che a Daria accadrà qualcosa di brutto o violento, che il «veterano» Spartac (Vasile Pavel) voglia con lei un rapporto ben poco immacolato. Ma il film – è uno dei suoi punti di forza – depista subito lo spettatore e si dirige proprio altrove: non vedremo un racconto da tossici nè uno spaccato sulla terapia di recupero, nè una variazione del genere women in prision. Ma attraverso le pulsioni e i narcisismi dei personaggi forse riusciremo a capire perché esiste la dipendenza. Perché nel bianco senza punti cardinali ognuno cerchi il proprio desiderio in quello altrui, generando conformità nell’illusione dell’eccezionalità. L’atmosfera della clinica, in cui gli ospiti interagiscono sostanzialmente solo tra loro, stupisce lo spettatore così come la protagonista: non c’è disperazione nè costrizione particolare, nè una sofferenza indicibile. I tossici assumono metadone, parlano, si divertono, ballano, si coccolano, si proteggono, si amano. O almeno così sembra. E sono tutti un po’ immacolati, angeli di una realtà parallela, di una bolla anch’essa «artificiale» dunque pronta a disgregarsi. Ma nel tempo in cui Daria starà lì, e forse capirà meglio cosa vuole da sè e dal suo corpo, tutti condividono lo stesso vizio che non è tanto quello dell’eroina quanto quello di sentirsi strani, speciali, eccezionali e di voler aver a che fare con le eccezioni e non con le regole. Perché, se non si è eccezionali, cosa si è e come si fa a campare? Come si campa, se si è normali? Da chi ci distinguiamo? Come verremo notati? Un esordio affascinante, per niente indulgente nel (dis)turbare lo spettatore mettendo in scena ambiguità interiori sgradevoli e un esordio, ancora una volta, interessante per il vivacissimo quanto prezioso cinema rumeno.

Info
Imaculat sul sito delle Giornate degli Autori.

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