Intervista a Keiichi Hara

Intervista a Keiichi Hara

Autore di alcuni tra i lungometraggi più importanti dell’animazione giapponese recente, come Un’estate con Coo (2007), Colorful (2010), Miss Hokusai (2015), Keiichi Hara ha iniziato la sua carriera nei primi anni Ottanta lavorando per popolari serie quali Carletto il principe dei mostri (Kaibutsu-kun), Doraemon, Obake no Q-tarō, Martina e il campanello misterioso (Esper Mami), Shin Chan. Nel 2018 è diventato il terzo regista d’animazione, seguendo Isao Takahata e Katsuhiro Otomo, a ricevere la medaglia con nastro viola, l’onorificenza del governo nipponico per le personalità che si sono distinte in campo artistico e accademico.
Abbiamo incontrato Keiichi Hara durante l’International Film Festival Rotterdam 2023, dove è stato presentato il suo ultimo lungometraggio Lonely Castle in the Mirror.

Di solito i tuoi film sono tratti da romanzi. Come gli scegli? E come sei arrivato al libro della scrittrice Mizuki Tsujimura da cui è tratto Lonely Castle in the Mirror?

Keiichi Hara: In questo sistema industriale non sono io la persona che sceglie il libro che poi, con il mio lavoro, metterò in un film. In questo caso sono stato contattato da persone della casa di produzione Shochiku e di alcuni canali televisivi che mi hanno offerto questo lavoro, questo libro, chiedendomi di farne un film.

Con la scrittrice hai comunque collaborato per l’adattamento?

Keiichi Hara: Ogni volta con un autore la situazione è diversa. In questo caso la scrittrice Mizuki Tsujimura è cresciuta vedendo i miei film. Così da fan non aveva molto da dire. «Se sei tu a fare il lavoro, non posso che lasciar fare», mi ha detto.

Lei, peraltro, si dichiara una grande fan di Doraemon, e tu hai lavorato molto a quella celebre serie.

Keiichi Hara: A proposito di Doraemon, anche la coppia di autori del manga, Fujiko Fujio, ha sempre manifestato apprezzamento per il mio lavoro. Rappresentavo quindi un comune punto di interesse e, quindi, è stato facile che lavorassimo insieme.

In Lonely Castle in the Mirror, come in altri tuoi film come Colorful, che presenta tanti tratti in comune con questo, mostri una grande sensibilità verso i giovani giapponesi e le loro problematiche. Mi puoi parlare di questo tuo sentimento?

Keiichi Hara: Non si tratta di un tema che affronto in tutte le mie opere. In questo caso era presente nella storia originale. A Mizuki Tsujimura era molto piaciuto il film Colorful e quindi ne ha tratto ispirazione per il suo lavoro. E ciò spiega le analogie tra i due film.

In entrambi i film i giovani protagonisti marinano la scuola. Questa è una grande piaga della gioventù giapponese, dove l’assenteismo scolastico è molto frequente. Era importante per te trattare questo problema?

Keiichi Hara: Questo problema, dei ragazzi che non vanno a scuola, non mi appartiene personalmente ma, quando ho cominciato a preparare il lavoro per il film, ho fatto ricerche. Molte persone, apparentemente ora adulti pienamente inseriti, con lavori regolari, se ricordano la propria infanzia, avevano un mucchio di problemi che impedivano loro di andare a scuola. Approfondendo le mie ricerche ho scoperto che oggi in Giappone circa 230 mila ragazzi non vanno a scuola. E probabilmente questo è solo il dato ufficiale, ma il numero reale può avvicinarsi a due volte di più. Ho realizzato così l’entità del problema, problema molto giapponese perché nella nostra società ci si aspetta che tu sia come tutti gli altri, che rispetti l’insieme delle regole. Se sei diverso ti senti inadeguato. E vuoi nasconderti. Come i ragazzi di Lonely Castle in the Mirror, che devono sforzarsi per andare a scuola. Non perché ci sia qualcosa di sbagliato, ma perché hanno dei problemi che non riescono a vincere e che li tengono in tensione. E perché non sono come gli altri, per i quali non andare a scuola creerebbe ulteriore disagio la volta successiva. Il problema non si risolve da solo.

Kokoro, la protagonista di Lonely Castle in the Mirror, non è propriamente una hikikomori, ma si avvicina molto a quella condizione, perché non vuole uscire dalla sua stanza. Il fenomeno degli hikikomori è molto diffuso ovunque dove si adotta quel termine giapponese perché nel vostro paese è stato scoperto e studiato per la prima volta. Cosa ne pensi?

Keiichi Hara: Molte persone che ora sono inserite nel mondo lavorativo, come dicevo, hanno un passato in cui rifiutavano di andare a scuola. Lo stato di hikikomori quindi non è per sempre. Per questa storia volevo dire che sì, quando sei in questa stanza, sei solo, ti sembra che tutti si siano allontanati da te e non vedi l’uscita. Se non ti senti in colpa, cose del genere succedono. Devi solo sperare che un giorno starai bene, tutto andrà bene, questo stato non durerà per sempre. Con questo film volevo davvero mostrare che c’è una luce. Con questa storia volevo anche dire che chi ha avuto l’esperienza di hikikomori è stato lasciato solo dalla società. Sono cresciuti cercando di essere più gentili, migliori, più forti. Da adulti, con questa forza e gentilezza, possono aiutare i ragazzini che ora stanno lottando. È molto importante continuare questa catena. Ed è molto importante dare ai ragazzi una speranza, far sapere loro che c’è gente che ha fatto quell’esperienza prima, e che ci sarà gente che la farà dopo. Devi solo sperare e sapere che non è un tuo difetto e che qualcuno ti aiuterà.

Il castello del film è un castello da fiaba. Per concepirlo graficamente ti sei ispirato a castelli reali oppure a qualche dipinto o raffigurazione?

Keiichi Hara: Nella storia originale non c’è alcuna descrizione. È semplicemente definito come un castello europeo circondato da nuvole e che non c’è nulla attorno. Non ci sono altri dettagli. Quando ne ho parlato con Mizuki Tsujimura, lei mi ha detto che lo immaginava come un castello medievale in Germania. Un’altra parte di ispirazione l’ho avuta da un documentario televisivo su questa enorme massiccio roccioso in Australia, l’Uluṟu, che arriva a circa 800 metri e che è in mezzo al nulla. Ho riportato queste suggestioni a Ilya Kuvshinov, il nostro illustratore di sfondi russo, e lui ha creato quel castello.

Molto spesso nel tuo cinema realizzi come delle sovrapposizioni di passato e presente. Come questo castello medievale, ci sono i vecchi tram in Colorful, mentre fai finire Miss Hokusai, ambientato in epoca Edo, con un’immagine del Giappone moderno. Perché sei interessato a mostrare queste sovrapposizioni temporali?

Keiichi Hara: Storicamente in Giappone buona parte degli edifici era fatta di legno, quindi estremamente fragile. E il paese è molto sismico, e soggetto a disastri naturali. E durante la Seconda guerra mondiale Tokyo e altre città furono completamente rase al suolo dai bombardamenti. Ora, a differenza dell’Europa, non puoi vedere più molte cose antiche in Giappone, cose del passato. Solo a Kyoto e in altre piccole città che sono trattate come musei. Per chi fa cinema d’animazione è un privilegio la possibilità di riportare in vita questo passato e mostrare alla gente com’era, per esempio, l’epoca Edo.

Molto spesso nei tuoi film ci sono dei quadri interni che hanno un ruolo narrativo, come quello in Lonely Castle in the Mirror e quello del cavallo in Colorful, o comunque mostri l’atto di dipingere, ovviamente anche in Miss Hokusai. Perché questo interesse?

Keiichi Hara: Probabilmente è una coincidenza che ci siano dipinti e disegni in questi lavori. Ma credo sia importante quando mostri un quadro, tanto nell’animazione quanto nel cinema live action, che questo sia davvero realistico. Da artista puoi capirlo in cinque minuti. Io faccio un cinema d’animazione estremamente accurato e, se metto un quadro, deve essere come se un artista reale lo abbia davvero fatto. In Lonely Castle in the Mirror c’è un quadro con il lupo e i sette capretti. Siccome riprende una fiaba europea, non reputavo opportuno usare un artista giapponese per farlo. Sarebbe stata un’interpretazione giapponese di una storia europea. Così l’ho assegnato a Ilya Kuvshinov, lo stesso che ha fatto il design del castello. Essendo lui russo, ed essendo la storia molto famosa in Russia, era la persona perfetta che potesse avere una connessione con quella storia, e realizzare l’arte di quel quadro in modo realistico. Per fare un esempio negativo cito Titanic, dove c’è il personaggio di DiCaprio che fa il ritratto. Ed è davvero un brutto ritratto. Lo stesso personaggio non sarebbe stato capace di vendere un ritratto del genere, neanche in America. Forse è stato lo stesso James Cameron a realizzare quel disegno a matita. Ma io non vorrei mai fare un errore come questo di James Cameron.

Ci sono momenti nel tuo cinema davvero realistici. Penso alla scena all’inizio di Colorful. Quando i genitori piangono davanti al cadavere del loro figlio. Riesci a trasmettere una disperazione autentica. Come fai a ottenere questi effetti con l’animazione?

Keiichi Hara: Non so come facciano gli altri registi. Forse io non seguo regole. Io amo molto i vecchi film giapponesi e i film di Hollywood dagli anni Trenta ai Sessanta. C’era un grande lavoro in quel cinema, erano capaci di mostrare le emozioni della gente. Amo quel cinema, e ho imparato molto da quei film. Del cinema italiano amo molto I girasoli con Sophia Loren, Ladri di biciclette, La strada di Fellini, davvero un film immenso, e Nuovo Cinema Paradiso.

Proseguendo nella chiacchierata dopo l’intervista, Keiichi Hara ci parla del suo amore per l’Italia, in special modo per la Sicilia.

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