La Morsure

Presentato nel concorso Cineasti del Presente del 76 Locarno Film Festival, La Morsure è l’opera prima del francese Romain de Saint-Blanquat, una fiaba dark contestualizzata nei ruggenti anni Sessanta, il coming of age di due ragazze tra superstizione e liberazione sessuale.

Il pendolo senza il pozzo

1967, durante il martedì grasso: in origine festa pagana che segnava la fine dell’inverno, è anche la festa cattolica alla vigilia dell’inizio della Quaresima con il mercoledì delle ceneri. Françoise ha 17 anni, ed è residente in un severissimo collegio cattolico. La rivoluzione del 1968 non è ancora arrivata. Convinta di avere solo una notte rimasta prima della sua morte, fugge di soppiatto con la sua amica Delphine per andare a una festa in maschera e vivere questa notte come fosse l’ultima. [sinossi]

Il martedì grasso rappresenta l’ultimo giorno di carnevale, l’ultimo tempo di baldorie prima della Quaresima, che inizia il successivo mercoledì delle ceneri. Si tratta di un’antica usanza pagana fatta propria poi anche dalla religione cattolica. Nel martedì grasso del 1967 si svolge La Morsure, opera prima del cineasta francese Romain de Saint-Blanquat, presentata nel concorso Cineasti del Presente del 76 Locarno Film Festival. Anche l’anno non è casuale, un crocevia rispetto ai movimenti studenteschi dell’anno successivo. E il film racconta di un coming of age, dell’ultima notte prima dell’ingresso dell’età adulta delle due protagoniste Françoise e Delphine. Per la prima tuttavia questa ultima notte assume anche un significato escatologico perché convinta che sarà la sua ultima notte di vita. E ciò in base alle sue credenze superstiziose che sconfinano nell’iconoclastia incarnata da un rogo che si vuole purificatore, che sarà pesantemente messo in discussione l’anno successivo. Le ceneri rappresentano per lei, che si vede arsa come Giovanna d’Arco, un richiamo a quel ritornare polvere della concezione cattolica.

Romain de Saint-Blanquat riesce a dare la confezione del racconto fiabesco dark e gotico, in buona parte ambientato in un bosco, mescolando superstizione e cultura giovanile dei sixties, tra motociclette, alcol, desiderio di libertà sessuale, di fuggire dalla cappa oppressiva della cultura cattolica moralista e sessuofobica. Françoise e Delphine sono come segregate in un collegio femminile dalle architetture severe e penitenziali, dove nell’aula domina un’inquietante aquila imbalsamata un po’ spelacchiata. Un istituto gestito da suore secondo una concezione educativa che prevede la separazione dei sessi. Ma non sarà poi difficile, per le due ragazze, scavalcare il muro di cinta e venire così in contatto con il sesso opposto e andare alla festa, che assume a volte la connotazione di un sabba, con tanto di fuoco purificatore.

Ogni scelta di Françoise è decisa da lei azionando il suo pendolo divinatorio, tra gli oggetti feticcio del film, che diventa anche così il motore di ogni snodo narrativo. L’oggetto ci porta a quel grande pendolo con lama del racconto di Poe Il pozzo e il pendolo, ripreso negli adattamenti anche non fedeli come quello di Corman, ma anche in Due occhi diabolici, l’omaggio al grande scrittore di Romero e Argento. I riferimenti cinematografici sarebbero tantissimi. Romain de Saint-Blanquat è molto abile, con le musiche, anche nei vinili che si vedono, ma anche con l’iconografia, a contestualizzare la vicenda nel periodo chiave della fine degli anni Sessanta. Si fa riferimento anche alla guerra d’Algeria, portatrice di ferite ancora da leccare in quel momento in Francia. Tutto si gioca in un limbo sospeso. Morirà davvero Françoise. E l’anno dopo ci sarà davvero il Sessantotto?

Info
La Morsure sul sito di Locarno.

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