Kimba, il leone bianco

Kimba, il leone bianco

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Proposto tra i titoli selezionati per il Japanese Film Festival Online 2024, Kimba, il leone bianco di Eiichi Yamamoto ci riporta indietro di quasi sessant’anni, agli inizi folgoranti della Mushi Production di Osamu Tezuka, alla creatività inarrestabile del Dio dei manga (Manga no Kamisama), alle fertili scorciatoie della limited animation, all’ascesa trionfante dell’industria degli anime. Un inno alla pacifica convivenza, al rispetto della natura e degli animali.

Per una volta ancora vittoria ci sarà

Il leoncino bianco Kimba (Leo) nasce su una nave. La madre Snowene (Eliza) trasmette al figlio gli ideali del padre Cesare (Panja), che il piccolo mette in pratica facendo amicizia con i simpatici topi che vivono a bordo dell’imbarcazione. Fuggito dalla nave, Kimba finisce in balia delle onde in tempesta, ma grazie ai pesci impara rapidamente a nuotare, riesce a sconfiggere un pristide e raggiunge finalmente la terraferma. Accolto dagli animali della foresta come legittimo erede di Cesare, Kimba dovrà però affrontare alcuni temibili avversari… [sinossi]
Pallida la luna
nell’immensità
notte troppo strana
c’è qualcosa che non va
muta la savana
nell’oscurità…
– I Cavalieri del Re, Kimba, il leone bianco.

Si potrebbe ridurre il lungometraggio Kimba, il leone bianco a una serie di numeri: 1, 2, 4, 6 e avanti così fino a 48. Da Vai, leone bianco a L’incendio. Ovvero, dal primo episodio dell’omonima e seminale serie televisiva fino al quarantottesimo. Perché, appare chiaro fin dall’incipit, il film diretto da Eiichi Yamamoto è in gran parte un lavoro di montaggio. Anzi, di ri-montaggio. Proviamo a fare ordine: il manga Kimba. Il Leone Bianco di Osamu Tezuka è pubblicato in Giappone sulla rivista Manga Shōnen tra il 1950 e il 1954; l’omonima serie televisiva prodotta dalla Mushi e diretta da Yamamoto, la prima interamente a colori per il Sol Levante, è trasmessa tra la fine del 1965 e la fine del 1966 sulla neonata TV Tokyo – siamo già nella fase post-olimpica e il boom degli apparecchi televisivi ha già scatenato la prima fiumana seriale e i progressi tecnico-artistici sono evidenti e rapidissimi; forte del successo sul piccolo schermo, Kimba sbarca addirittura al cinema ma, complice l’enorme mole di lavoro che già grava sugli animatori della Mushi e la comprensibile voglia di ottimizzare costi e ricavi, solo con una versione molto abilmente rimontata del preesistente materiale televisivo, pur con qualche nuova sequenza di raccordo e altri interventi.

L’operazione orchestrata dai giovani Yamamoto e Rintarō non si limita al semplice assemblaggio, distinguendosi ad esempio dall’antologico Otogi’s Voyage Around the World (Otogi no sekai ryoko, 1962) di Ryuichi Yokoyama1, e rappresenta un deciso passo in avanti produttivo rispetto al primo lungometraggio targato Mushi, ovvero Astro Boy: Hero of Space (Tetsuwan Atom: Uchū no yūsha, 1964) di Rintarō, Yoshitake Suzuki e del solito instancabile Yamamoto. Si rimette mano al doppiaggio, alla colonna sonora, ai fondali, creando e ritoccando intere sequenze, modellando una storia che sia scorrevole e con un convincente arco narrativo. La filosofia del montaggio guarda con convinzione al cinema, al suo ritmo, alla necessità di aumentare la carica cinetica della pellicola. Traboccante di generosi ideali, pensato ad altezza bambino, con qualche canzone di troppo (ma via via spariranno, prendendo le giuste distanze dal moloch disneyano), Kimba, il leone bianco è il Bambi di Tezuka, un po’ come Astro Boy era il suo Pinocchio2.
Con già alle porte i colori caleidoscopici della serie La principessa Zaffiro (La principessa Zaffiro, 1967-68), la sfida sul fronte cromatico è ampiamente vinta: si veda, ad esempio, la sequenza dell’arrivo delle tre divinità della morte, semplice ma estremamente efficace. Ed è proprio la semplicità, la necessità della semplicità, uno dei segreti della declinazione tezukiana della limited animation: dalla maestosa sequenza del mare in tempesta al ralenti della rovinosa caduta dell’elefante, utilizzato per enfatizzare la drammaticità del momento ma anche come stratagemma per risparmiare tavole e manodopera, è un flusso continuo di idee, gag, intuizioni grafiche e registiche. Animazione in divenire, frutto del talento di artisti e di una casa di produzione che stava ancora prendendo le giuste misure, come l’intera nascente industria degli anime – tra gli anni Sessanta e Settanta il percorso dell’animazione nipponica, tra sperimentazioni e un’asticella posta sempre più in alto, è mirabolante.

Le linee dell’orizzonte sarebbero probabilmente piaciute a Ford (in alto o in basso), mentre l’arrivo del piccolo Kimba nel decisivo duello contro le tre divinità scatena un cortocircuito tra chambara e spaghetti western – West and Soda di Bozzetto è del 1965, Cronache delle imprese dei ninja (Ninja Bugei-chō) di Ōshima è del 1967, ma l’entrata in scena di Kimba sembra arrivare direttamente da La sfida del samurai (Yōjinbō, 1961) di Kurosawa. Poi i movimenti di macchina sulle tavole, le scelte prospettiche, il character design di Sammy\Chiller, l’idea del primissimo piano dell’elefante, le linee tondeggianti dei buoni e quelle taglienti dei cattivi, l’eleganza del flashback materno, l’utilizzo sagace delle silhouette e dei campi lunghissimi. E un dinamismo senza tregua, persino quando è tutto fermo.

Note
1 Prima di Otogi’s Voyage Around the World, la Otogi Production aveva realizzato il lungo mediometraggio o breve lungometraggio a colori The Sparrow in the Pumpkin (Hyotan suzume, 1959), diretto dal mangaka e animatore Ryūichi Yokoyama.
2 Tra le pieghe dell’immensa produzione cartacea di Osamu Tezuka troviamo anche le trasposizioni manga dei due capolavori disneyani: Bambi, pubblicato nel 1951, e il meno fedele Pinocchio, edito da Kodansha nel 1952 e disponibile in versione italiana grazie alla Pegasus (2011).
Info
La scheda di Kimba, il leone bianco sul sito del Japanese Film Festival Online 2024.

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