Strada a doppia corsia
di Monte Hellman
Strada a doppia corsia è un’opera centrale, non solo per comprendere la poetica del suo autore Monte Hellman, ma anche per il percorso di demitizzazione dell’America: due anni dopo l’epica del “born to be wild” di Easy Rider è già tempo dell’inutilità del viaggio, della dispersione dell’io e della parola. Uno dei grandi capolavori della (off) Hollywood in palingenesi.
No Direction Home
Un giovane pilota e il suo meccanico viaggiano per le strade degli Stati Uniti a bordo di una Chevrolet truccata con cui fanno gare automobilistiche clandestine. Dopo aver raccolto per strada una giovane autostoppista, i due incrociano una Pontiac Gto guidata da un fanfarone di mezza età che lì sfida: chi arriverà per primo a Washington diventerà proprietario della macchina dell’altro. [sinossi]
Il 20 aprile 2021, a novantuno anni, se ne andava Monte Hellman. Lo faceva in un mondo che stava ancora vivendo la fase acuta dei suoi problemi con il COVID-19, e così gli omaggi a questo gigante della storia del cinema furono episodici, rarefatti. Anche il cinquantennale del suo capolavoro, vale a dire Two-Lane Blacktop (in Italia Strada a doppia corsia), caduto il 7 luglio sempre del 2021, andò deserto. Nulla di così sorprendente, se si considera che Hellman non sia stato mai oggetto di uno studio critico e storico capillare e strutturato, perfino negli omaggi – lo si scriveva già all’epoca di un breve approfondimento su La sparatoria, facendo riferimento alla retrospettiva del 2009 alla Cineteca di Bologna e a quella del gennaio 2020 alla Casa del Cinema di Roma all’interno di Strade a doppia corsia, la rassegna curata da Elisa Battistini. A poco meno di quattro anni dalla sua scomparsa Hellman può essere definito un regista già dimenticato, rimosso, come se la sua esperienza registica, che marchiò a fuoco la New Hollywood senza che però il regista ne facesse mai davvero parte in modo centrale – lui che veniva dell’indipendenza cormaniana mal si amalgamava con i dettami dell’industria, per quanto in “rivoluzione” potesse essere –, non possedesse un peso specifico determinante, e ancor più fondativo. Hellman è stato uno di quei rari cineasti in grado di raccontare l’America, quel corpo immenso mutevole disgregato che è patria naturale dei vagabondi, epicentro della lotta quotidiana tra l’umano e la natura, selvaggia e brulla. Uno sguardo che, come già detto sotto l’egida di Corman, il regista mise a punto nel dittico western composto da La sparatoria e Le colline blu – in originale rispettivamente The Shooting e Ride in the Whirlwind –, ma che attraversa poi a mo’ di fil rouge tutta la sua filmografia, comprendendo titoli quali Cockfighter e anche l’italiano Amore, piombo e furore, che negli Stati Uniti è noto come China 9, Liberty 37. E che trova in Strada a doppia corsia il suo punto di non ritorno, trasmutando in immagini in movimento il senso di dispersione non solo di una generazione, ma di un intero sistema di valori, che per la prima volta in modo compiuto si percepisce come vuoto di senso, costretto al movimento per superare la stasi mortuaria in cui è piombato.
Non è più il tempo delle corse clandestine di James Dean in Gioventù bruciata (passaggio chiave della messa in scena dello scontro generazionale, al punto da diventare un vero e proprio topos narrativo alla stregua del duello nel western, come testimoniano innumerevoli film, da American Graffiti di George Lucas – altra marcia funebre dell’America, che arriva a due anni dal film di Hellman – fino a Rusty il selvaggio di Francis Ford Coppola e oltre), e il pilota e il meccanico oltre a non possedere un nome proprio non sono neanche ribelli senza causa. Non sono ribelli, perché nei fatti non si oppongono ad alcunché, e non hanno una causa semplicemente perché nessuno può averla in quel gigantesco camposanto che è l’America – “To the graveyard” è il mantra ossessivo della vecchietta cui GTO dà un passaggio in una delle sequenze cardine del film, su cui si tornerà brevemente più avanti; “To the graveyard”, al cimitero, unica destinazione possibile –, e con ogni probabilità in tutto il mondo occidentale, che ama la velocità per ingannare il tempo, allontanare quel putrido fetore di decomposizione che aleggia nell’aria. Ovviamente i girovaghi di Strada a doppia corsia sono fratellini di Dennis Hopper e Peter Fonda che a cavallo dei chopper se ne vanno da Los Angeles a New Orleans, ma per loro non è in previsione una fine tragica come quella occorsa a Wyatt e Billy, falcidiati dai colpi di fucile di due zoticoni. Semplicemente la fine non esiste, come se si vivesse in un limbo, dove si è perduta la ferale natura belluina della wilderness e con essa anche l’utopia, la spinta verso qualcosa di nuovo da poter affrontare. Se si è appassionati di sinossi ci vorrà poco a tracciare le linee guida di Strada a doppia corsia: un giovane pilota e il coetaneo che gli fa da meccanico vagano a bordo di una Chevrolet truccata e si guadagnano il poco che gli serve per vivere partecipando a gare automobilistiche. Caricata a bordo una autostoppista i due sfidano una Pontiac GTO guidata da un tizio a dir poco bizzarro: vincerà chi arriverà per primo a Washington, e il premio sarà l’altra automobile.
Hellman costruisce un film praticamente muto, visto che tutti i personaggi sono silenti con l’unica eccezione di GTO, interpretato da un sulfureo e straripante Warren Oates – fedelissimo di Sam Peckinpah che per Hellman aveva già recitato ne La sparatoria, e tornerà sia in Cockfighter che in Amore, piombo e furore; un volto scolpito nelle rocce sedimentarie del Kentucky che marchierà a fuoco l’epopea statunitense della nascente New Hollywood, per poi morire troppo giovane nel 1982, subito dopo la lavorazione di Tuono blu di John Badham e Tough Enough di Richard Fleischer –, e lascia che siano i motori a ruggire, e le lande desolate a far frusciare il vento. Il concetto di movimento, che da sempre rappresenta la radice più profonda degli Stati Uniti, fin dai tempi delle carovane spinte verso occidente dal desiderio di conquista, è tramutato in uno spostamento superfluo, privo di concetto e dunque di ideologia, e perfino ribaltato nella bussola, visto che l’obiettivo è raggiungere Washington, la Capitale collocata a est. Nessuno ha uno scopo, in Strada a doppia corsia, e dunque nessuno ha diritto a un nome: GTO è chiamato così per il modello della sua Pontiac, gli altri due incarnano sic et sempliciter i ruoli che svolgono nel film, il pilota e il meccanico, e ovviamente la ragazza è solo “la ragazza”. La vita reale esiste, come testimonia la succitata sequenza in cui GTO prende a bordo l’anziana signora che sta accompagnando la sua nipotina al cimitero dove sono sepolti i genitori della piccola, periti in un incidente automobilistico: le macchine uccidono, ma solo se si ha ancora una vita da vivere. Sono dopotutto proprio i caricamenti di GTO, che ama dare passaggio a sconosciuti – tra questi un sempre imperdibile Harry Dean Stanton – solo ed esclusivamente per potersi lanciare nel suo gioco prediletto, vale a dire la logorrea, a fungere da scarto tra il movimento vuoto di questa sfida senza vincenti e perdenti – e senza finale – e un mondo che nonostante tutto continua imperterrito a seguire le regole dello spazio e del tempo, nonostante tutto si sia in fin dei conti dimostrato futile. Con sguardo crepuscolare a cui viene però eliminato ogni riferimento omicida, che invece contrappunta la dimensione del western, Hellman mette in scena una ballata desaturata ma carica di senso, e dal potere cinematografico stordente. Lo fa prestando l’orecchio alla generazione più giovane, non per inseguire vane pose modaiole ma per cercare di cogliere l’intimo bisogno di una popolazione che si aggira sperduta per gli Stati Uniti, terra dell’opulenza ma priva di coscienza: ecco dunque che i ruoli dei due ragazzi sono affidati non ad attori ma a due musicisti come il cantautore James Taylor (il pilota) e Dennis Wilson dei Beach Boys (il meccanico), più adatti allo sguardo catatonico e vitreo che deve contraddistinguere i personaggi. Con loro Laurie Bird, splendente meteora del cinema e della cultura statunitensi degli anni Settanta (a sua volta è anche in Cockfighter), che morirà suicida appena ventiseienne nel 1979. Vi è un che di miracoloso in Strada a doppia corsia, la rara capacità di coniugare la riflessione sull’America a una visione mai stereotipa o predigerita, grazie a uno sguardo che sa lavorare per antifrasi trovando l’epica nell’annullamento totale della stessa, in un lavoro antiretorico sull’immagine che ha pochi eguali. Tra i titoli centrali se si vuole pensare di poter discettare di cinema statunitense.
Info
Il trailer di Strada a doppia corsia.
- Genere: drammatico
- Titolo originale: Two-Lane Blacktop
- Paese/Anno: USA | 1971
- Regia: Monte Hellman
- Sceneggiatura: Rudolph Wurlitzer, Will Corry
- Fotografia: Jack Deerson
- Montaggio: Monte Hellman
- Interpreti: A.J. Solari, Alan Vint, Bill Keller, Charles Moore, Dennis Wilson, Don Samuels, George Mitchell, Harry Dean Stanton, James Mitchum, James Taylor, Katherine Squire, Kreag Caffey, Laurie Bird, Melissa Hellman, Rudolph Wurlitzer, Warren Oates
- Colonna sonora: Billy James
- Produzione: Michael Laughlin Enterprises
- Durata: 102'





Buone feste! 2024
Duel
La sparatoria
American Graffiti
It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books