La camera blindata

La camera blindata

di

B-movie britannico molto amato da Quentin Tarantino e Martin Scorsese, La camera blindata di Vernon Sewell è un’opera sorprendente che ricorre agli strumenti del noir e dell’heist movie per sollevare corposi quesiti sull’inconsistenza dell’essere umano. Ragione e Caso. Calcolo e variabili impazzite, mentre l’assurdo e il paradosso si fanno beffe del dominio illusorio sulla realtà. Al Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna per la sezione Ritrovati e restaurati.

A Matter of Chance

Tre giovani balordi, Griff, Len e Alec, organizzano una rapina in banca il giorno prima del lungo weekend di Pasqua. Presa la banca d’assalto, i rapinatori rinchiudono nel caveau il direttore e la sua assistente. Allarmati dall’arrivo imprevisto di due signore delle pulizie, i criminali devono darsi rapidamente alla fuga. Poco dopo, però, si rendono conto che il direttore e la segretaria rischiano di morire soffocati se lasciati prigionieri nel sotterraneo della banca fino al martedì successivo. Decidono dunque di liberarli, ma l’operazione, teoricamente semplice, va incontro a una catena inimmaginabile di contrattempi. [sinossi]

Luogo chiuso. Un racconto che si svolge in un breve lasso di tempo, e che anzi si struttura come una vera e propria corsa contro il tempo. Il crimine è pianificazione, ma è anche Caso. Così come il cinema, che per realizzarsi deve fare lo slalom in una selva di ingerenze contingenti, imprevisti, evenienze che sfuggono a qualsiasi programmazione. Conosciuto in Italia come La camera blindata, Strongroom (Vernon Sewell, 1962) è un b-movie britannico molto amato da Quentin Tarantino. Se ne comprende subito la ragione. Innanzitutto è un heist movie che si sviluppa intorno a un colpo grosso andato male, articolando la propria narrazione in pochi spazi ed eleggendo a principale luogo d’azione una stanza/cassaforte, inopinatamente trasformata in angusta area di prigionia. Vi è poi uno spiccato gusto per il paradosso, sia nella sostanza stessa del racconto, sia nel tessuto dialogico. I due protagonisti, impersonati da Derren Nesbitt e Keith Faulkner, rasentano spesso il profilo di una versione criminosa di Vladimiro ed Estragone, alle prese con le infinite crepe paradossali che si aprono in una realtà rigida nei suoi meccanismi, pronti a incepparsi alla prima difficoltà spalancando gli abissi dell’assurdo. Heist movie, luogo chiuso, dimensione del paradosso, dialoghi sempre sul filo del surreale. È abbastanza immediato comprendere come Tarantino possa essere rimasto affascinato da un’opera simile. La camera blindata mette subito in evidenza l’impalpabile aleatorietà dell’esistenza umana. A fronte di un evento eccezionale come una rapina in banca, ci vuole un attimo, un soffio di destino beffardo, perché l’essere umano possa trovarsi in scacco. Così, un luogo di sicurezza e conservazione come un caveau può tramutarsi in inviolabile prigione. Così, un piano criminoso di rapida esecuzione può rivelarsi una spietata arma a doppio taglio. Così, la Ragione, strumento umano di eccellenza per dominare la realtà, deve fare i conti con il Caso, uscendone inevitabilmente sconfitta.

Il basso budget del film contribuisce probabilmente all’essenzialità e alla secchezza del tratto. Sulle prime Vernon Sewell riduce i propri personaggi a mera funzione narrativa, spersonalizzandone la consistenza individuale, ridotti a puro ingranaggio nel rodato sistema delle relazioni razionali di causa/effetto che informano l’azione umana. Scarni i dialoghi, intensa concentrazione sull’agire in scena. In un secondo momento, poi, i personaggi sono chiamati a una crescita del loro peso psicologico. Ma è una crescita balbettata, affannata, a singhiozzo, che finisce per delinearsi come atto di resistenza umana davanti all’irruzione dell’assurdo. I due rapinatori, un po’ narcisisti un po’ beoti, misurano l’indomabilità del Caso seguendo una catena impazzita di sviluppi narrativi. Il direttore di banca e la sua segretaria, rinchiusi nel caveau, si concedono qualche riflessione sulle loro vite, un raccoglimento in se stessi di nuovo eterodiretto dalla condizione eccezionale in cui si trovano. È sufficiente unswitch imprevisto del destino per buttare tutto all’aria. Un incidente d’auto, una morte improvvisa (che peraltro, nella generale disumanizzazione dei personaggi, viene accolta senza la minima empatia), un lungo weekend di Pasqua che distrae gli sparuti conoscenti di esseri umani essenzialmente solitari, la rigidità di regole burocratiche che impediscono di rimettere le mani su una chiave, e si rischia di non riuscire più ad aprire una stanza, sia pure progettata per la massima sicurezza del suo contenuto. Intanto, fra gli strumenti di dominio del reale fanno capolino pure le previsioni garantite dai calcoli matematici. Scienza e matematica come scommessa sul futuro, come possibilità di prevedere e prevenire ciò che può accadere. È una fiducia nell’uomo e un senso di sicurezza del tutto illusori, alla fine. Un litro d’aria in più o in meno, negli spazi asfissianti del caveau, può fare la differenza fra la vita e la morte. Ma non vi è certezza sull’esito; si possono soltanto fare calcoli e ipotesi, pallido sollievo a una condizione di totale irriducibilità dell’esistenza all’affannato conforto della Ragione.

Altrettanto sotto scacco è il linguaggio, altra forma di dominio razionale sul reale pronto a piegarsi alle falle dell’assurdo. Pure il dialogo a poco a poco si accartoccia su se stesso, vittima di rigidità psicologiche spesso innescate dall’oppressione della forma. Nella loro frequente impassibilità i due rapinatori Griff e Len finiscono sovente per rendersi protagonisti di scambi esilaranti, mentre il circostante panorama umano mostra di essere avvolto nel medesimo linguaggio prigioniero di se stesso. Gli unici afflati timidamente umani provengono da quei due inopinati reclusi del caveau. Il tempo passa, le condizioni nella stanza si fanno sempre più precarie. È tempo per misurare la propria solitudine, l’insensatezza di scelte fatte in passato, l’inconsistenza della propria individualità, pronta a dissolversi di fronte al primo incidente del destino. Nessuno li cerca, nessuno li reclama. E mentre il direttore di banca, per liberarsi dalla prigionia, finisce dalle parti di un fallimentare McGyver, la ragazza accusa più accentuati malesseri fisici. Delitto e castigo, in ultima analisi, si trasformano in sineddoche di un’universale condizione umana. A decidere fra la vita e la morte non vi è altro che il Caso. Un litro d’aria in più o in meno. Un minuto in più o in meno necessario alle operazioni di salvataggio. Una chiave che non si riesce a recuperare. Qualcuno sopravvive, qualcuno muore. Nella dimensione di un piccolo b-movie a basso costo La camera blindata finisce per assumere un’entusiasmante pregnanza filosofica. L’esistenza umana è una fragile piuma al vento, che niente decide, niente sceglie. Restano soltanto pallide illusioni di dominio sulla realtà. L’essere umano non è altro che un mero ingranaggio, incastrato in un universo che fa di tutto per rendersi oscuro e inconoscibile.

Info
La scheda de La camera blindata sul sito del Cinema Ritrovato.

  • la-camera-blindata-strongroom-1962-vernon-sewell-02.jpg
  • la-camera-blindata-strongroom-1962-vernon-sewell-01.webp

Articoli correlati

Array
  • Festival

    Il Cinema Ritrovato 2025

    Il Cinema Ritrovato 2025, trentanovesima edizione del festival bolognese che volge lo sguardo al passato per cercare di comprendere meglio il presente. 454 titoli in 9 giorni, dal 21 al 29 giugno: un paradiso extralarge per il mondo cinefilo.