Duello al sole
di King Vidor
Manifestazione di grandeur hollywoodiana spinta al massimo della sua magniloquenza, Duello al sole di King Vidor è il parto del produttore-demiurgo David O. Selznick, noto per le sue continue e invadenti ingerenze sul set e fuori dal set. Frutto della regia di vari autori, il film è anche il racconto simbolico e archetipico dello scontro fratricida fra due anime contrapposte nella storia nazionale americana. Provocatorio, sensuale, qua e là gustosamente kitsch. Al Festival del Cinema Ritrovato 2025 di Bologna per la sezione Ritrovati e restaurati.
Born to Be Kolossal
Texas, fine Ottocento. A seguito della condanna a morte di suo padre per uxoricidio, la bella mezzosangue Pearl Chavez è accolta in casa di lontani parenti, la famiglia dei McCanles, possidenti di un grande ranch. Pearl affascina da subito i due fratelli Jesse e Lewt, che hanno caratteri decisamente contrapposti. Da un lato Jesse è un educato e assennato sostenitore del progresso e della legge; dall’altro Lewt è un selvaggio e brutale allevatore di bestiame dai modi decisamente spicci con le donne. Benché apprezzi molto la gentilezza di Jesse, Pearl finisce fatalmente irretita dall’oscuro fascino di Lewt, che pure la maltratta ripetutamente. Intanto la costruzione di una nuova ferrovia entra in conflitto con gli interessi dei McCanles, spaccando ulteriormente l’unità della famiglia. [sinossi]
Duello al sole (King Vidor, 1946) nasce con il preciso intento di replicare (e/o superare) i risultati di Via col vento (Victor Fleming, 1939). Il demiurgo David O. Selznick è alla fonte della realizzazione di entrambi i film. Un produttore despota, invadente e visionario, che tende ad accentrare nelle proprie mani la responsabilità dell’opera. Per Duello al sole attribuisce a se stesso pure i meriti della sceneggiatura (di cui in realtà non si occupò soltanto lui), mentre è risaputo che si incaricò personalmente della realizzazione di alcune riprese. Così come per Via col vento, la paternità creativa di Duello al sole si parcellizza in numerosi rivoli diversi. Benché il film sia interamente accreditato alla regia di King Vidor, si alternarono in realtà varie figure sulla sedia del regista, in buona parte a causa delle continue ingerenze di Selznick sul set. In tal senso Duello al sole è uno di quei film maledetti che vanno a rinfoltire la messe di leggende intorno al cinema. La realizzazione frammentaria e accidentata, l’invadenza del produttore, le versioni alternative, le difficoltà incontrate con la censura. A monte del progetto vi è il chiaro intento selznickiano di fare grande cinema, nei numeri produttivi, nelle scene di massa, nel brulicare delle comparse, negli spazi narrati, nel lungo tempo del racconto, nella magniloquenza dei toni. Nell’uso eccessivo e sfacciato della fotografia in Technicolor, che sfonda spesso verso il kitsch più arrogante. Tutto grida, in Duello al sole, dai personaggi alla storia, dai colori alle musiche, dai rumori alle scenografie. Ispirato all’omonimo romanzo di Niven Busch (1944), Duello al sole è uno spettacolo tanto esagerato e didascalico nella sua fisionomia quanto ricondotto agli istinti più elementari dell’essere umano e del cinema. Il caparbio intento di creare un kolossal di memorabili dimensioni è testimoniato anche dalla cornice narrante, scandita nientemenoché dalla voce di Orson Welles. L’incipit vede infatti un’intensa fotografia virata al rosso che dà l’avvio al racconto con un prologo dai toni quasi biblici. È del resto simbolico e liminare il luogo in cui la vicenda si svolge, nell’assolato Texas, brullo, infuocato e pressoché desertico.
È una propaggine americana, lontana dal roboante progresso tecnocratico che tumultua nelle remote metropoli. America, ma selvaggia e brutale, secondo una costruzione per laceranti opposti che caratterizza un po’ tutto il racconto. La stessa Pearl è del resto un personaggio a metà. Metà bianca, metà nativa americana. Metà innocente, metà perduta. Metà scossa da teneri sentimenti per Jesse, metà inestricabilmente avviluppata all’oscura passione per Lewt. Nella teoria degli opposti che Duello al sole presenta a ogni passo rientra anche il conflitto fra due idee di America pertinenti a due rispettive e contrapposte strutture socio-antropologiche. Da un lato gli Stati Uniti dei sani principi, del rispetto dello Stato e della legge, della fiducia nel progresso garantito da un’idea di bene comune (Jesse, i Langford); dall’altro, l’anima più tetramente egoista, accecata dalla sete del possesso individuale, rapace, razzista e predona, che rimanda alle violente radici primigenie della nascita di una nazione, cupamente germogliata dalle conquiste dei pionieri e dal genocidio dei nativi (Lewt e il Senatore). A sancire tale doppiezza rumoreggia in lontananza il treno, simbolo del nuovo e del progresso, archetipico oggetto del contendere – ritornerà pure in C’era una volta il West (Sergio Leone, 1968) come detonatore di conflitti. Si tratta del resto di una doppia anima pertinente all’America storica ma anche all’universale dimensione dell’istinto umano. Etica e istinto. Ragione e desiderio. Altruismo ed egoismo. L’estetica di Duello al sole è fitta di simboli, che pur nella loro più conclamata evidenza didascalica riconducono i personaggi a pura sostanza allusiva. Così, a poco a poco la negatività del personaggio di Lewt si fa assoluta, e altrettanto accade per l’infinita assennatezza di Jesse. Se in Via col vento i drammi si concludono spesso all’insegna della reciproca comprensione, di contro in Duello al sole qualsiasi conflitto è spinto fino alle sue più estreme conseguenze, e i rapporti umani narrati sono costantemente avvolti nella cupezza dell’odio e del risentimento. Pure il Senatore e Laura Belle, alla fine, sono avvinti uno all’altra dal senso di colpa.
In mezzo a tutto questo regna il connubio lacerante di Eros e Thanatos incarnato dalla figura di Pearl. Il suo rapporto con Lewt, soprattutto, finisce dalle parti di un conclamato sadomasochismo. Un rapporto fatto di attrazione/repulsione, di passione fatale e reciproco rifiuto. È in qualche modo anche il rapporto dell’America con la propria storia. Pearl è una mezzosangue, e come tale si delinea per una messa in discussione in carne e ossa della storia americana e della sua fondazione nazionale. Lewt non nasconde mai il proprio disprezzo razziale per Pearl, e anzi, a un passo dall’ufficializzazione del loro amore, l’uomo recalcitra perché non ha alcuna intenzione di introdurre una meticcia in società. È spietato, Lewt, un personaggio nerissimo, che a sua volta rimanda alla dimensione predatoria e anarcoide dell’istinto. Arrogante e violento, Lewt incarna il fascino oscuro del libero arbitrio, tradotto alle ultime battute in un conclamato profilo criminale e sanguinario fino al tentato fratricidio. Eppure, Pearl non riesce a liberarsi dall’attrazione per lui. Così, le continue schermaglie fra i due si delineano per una rilettura in chiave cupa e fatale del continuo becchettarsi fra Scarlett e Rhett in Via col vento.Gregory Peck, diciamolo, è un po’ fuori ruolo. Ha un volto troppo da bravo ragazzo per essere credibile nei panni di un dominatore sadico e brutale. Lo è anche Jennifer Jones, fisicamente incongrua per il ruolo e spinta nei panni di Pearl dal compagno pigmalione David O. Selznick, desideroso di lanciarla come star di prima grandezza adatta a qualsiasi ruolo – i panni di Bernadette (Henry King, 1943), pur premiati con l’Oscar, le stavano piuttosto stretti. Il film si chiude su note di sublime kitsch. La sparatoria in mezzo alle rocce fra Pearl e Lewt, il loro abbraccio finale, la reiterata interpunzione di accecanti inquadrature del sole dal pesante simbolismo, portano alle estreme conseguenze il gusto per l’eccesso sotteso a tutta l’opera. Sul finale regna incontrastato pure l’overacting, di cui Duello al sole trabocca comunque per lunghi tratti – basti pensare alla sequenza della morte di Laura Belle, impersonata da Lillian Gish. Intanto, Duello al sole narra di un reiterato scontro fratricida fra due anime americane. Culla di democrazia e antro di ferinità assortite. Luogo di giuste leggi e di fuorilegge. Di calda solidarietà e di brutale egoismo. Di amore e di violenza. Abbracciati in simultanea su una rupe assolata.
Info
Duello al sole sul sito di Bologna.
- Genere: drammatico, western
- Titolo originale: Duel in the Sun
- Paese/Anno: USA | 1946
- Regia: King Vidor
- Sceneggiatura: David O. Selznick
- Fotografia: Harold Rosson, Lee Garmes, Ray Rennahan
- Montaggio: Hal C. Kern, John D. Faure, William H. Ziegler
- Interpreti: Butterfly McQueen, Charles Bickford, Gregory Peck, Herbert Marshall, Jennifer Jones, Joseph Cotten, Lillian Gish, Lionel Barrymore, Walter Huston
- Colonna sonora: Dimitri Tiomkin
- Produzione: Vanguard Films
- Durata: 144'






Il Cinema Ritrovato 2025
Amore sublime
La folla