Non son l’uno per cento

Non son l’uno per cento

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Lo spirito che anima Antonio Morabito, regista di Non son l’uno per cento, è di sincero afflato personale nei confonti del mondo anarchico, qui scoperchiato ricorrendo a interviste frontali. Peccato solo che la struttura del film, così canonica, poco abbia a che vedere con la vis libertaria che riverbera dalle testimonianze.

Anarchia, unica via?

Carrara è la città del marmo, ma è anche la culla dell’anarchismo internazionale. Con un lavoro sul posto durato due anni, Antonio Morabito ha girato un documentario che ripercorre la storia di un mondo poco conosciuto, di cui spesso si parla in modo distorto o non si parla affatto. Un editore, un professore universitario, uno scultore, uno storico e un tipografo discutono di Anarchia, della F.A.I. (Federazione Anarchica Italiana), partendo dal 1894 e attraversando la rivoluzione spagnola del ’36, la lotta partigiana e la fine della seconda guerra mondiale, per arrivare quindi ad affrontare i temi del presente: i movimenti no-global e new-global, il lavoro precario, la guerra e l’ambiente. Alternando le interviste a numerose immagini d’epoca, frutto di un’attenta ricerca storica, il film si interroga infine sulla relazione tra anarchia e violenza, tra anarchia e società, tra anarchia e utopia. [sinossi]
Y’en a pas un sur cent et pourtant ils existent
La plupart fils de rien ou bien fils de si peu
Qu’on ne les voit jamais que lorsqu’on a peur d’eux
Les anarchistes
Léo Ferré, Les Anarchistes

A vedere un film come Non son l’uno per cento uscire nelle sale cinematografiche italiane – pur in un numero di copie ridottissimo e senza praticamente alcun lancio pubblicitario – non si può non sentire la spinta a tirare le fila di un discorso sui processi di produzione e distribuzione che oramai monopolizza, di fatto, i dibattiti sullo stato di crisi più o meno apparente della produzione nazionale. Il film di Antonio Morabito, incursione nel mondo dell’anarchismo italiano, è un progetto piccolo, autoprodotto, figlio di un’esigenza chiaramente personale; si è lontani dalla macchina industriale che dovrebbe essere preposta a muovere gli ingranaggi economici. Andrebbe tutto bene, se non fosse che non siamo neanche dalle parti del controcanto out, dei pulciosi cinema d’essai ricavati dai garage attraverso i quali i cineasti sotterranei degli anni sessanta e settanta lanciavano il loro messaggio “in direzione ostinata e contraria”: Non son l’uno per cento fa parte di quel sottobosco di opere che, per caso o destino, riescono a trovare alloggio nelle sale cinematografiche “ufficiali”, destinate da una distribuzione assassina a non scalfire neanche lontanamente il mercato. Opere fantasma, a pensarci bene, che lasceranno traccia nelle decine (è in quest’ordine numerico che bisogna calcolare il successo di queste pellicole) di spettatori che avranno la ventura di incrociarle con gli occhi, e finiranno al massimo su uno dei dizionari di fine anno, con cinque righe di critica e qualche addendum – pallini, asterischi, fate voi – a garantirne la qualità espressiva.

Fanno parte di questa categoria ghettizzata di opere film come Il vento fa il suo giro, L’estate di mio fratello, Cariofitness, perfino i più apparentemente appetibili (per il “grande” pubblico) Il sorriso dell’ultima notte e Io, l’altro. E, come si accennava in precedenza, anche Non son l’uno per cento, opera seconda di quel Morabito che lasciò interdetti con il suo difforme e curioso – per quanto non perfettamente riuscito – Cecilia, rientra perfettamente in questa categoria. Il suo è un documentario che sfrutta le dinamiche del genere di appartenenza fino alle estreme conseguenze; la struttura è a dir poco basica, visto che si organizza attorno a un nucleo fondamentale di interviste da innervare attraverso immagini di repertorio, riallacci alla contemporaneità sulla quale si soffermano i protagonisti e via discorrendo. Tutto fin troppo “semplice”, a dire il vero, ed è forse per questo motivo che non viene naturale innalzare acriticamente agli onori della cronaca un’operazione che per altri versi è davvero unica ed essenziale.

Il mondo dell’anarchia (e di conseguenza i movimenti che nel corso dei decenni vi si sono avvicinati), pur essendo così stratificato e – soprattutto – storicamente rilevante, non ha mai trovato molto spazio sulle pagine dei nostri quotidiani e dei libri di storia. Quasi che ci sia, da parte del “potere” – qualsiasi senso si voglia dare a questo termine – una pervicace volontà di sotterrare le pericolose derive libertarie che il pensiero anarchico porta con sé. Morabito dedica ovviamente tempo ed energie a questa causa, allo stesso tempo allestendo una sorta di campo/controcampo continuo tra i vari pensieri presenti all’interno dello stesso movimento anarchico. Proprio per questo è sembrato doveroso intitolare questo articolo “anarchia, unica via?”, con quel punto interrogativo che di fatto disintegra lo slogan di partenza: i protagonisti del documentario, un editore dello storico quotidiano “Umanità nova”, un tipografo, un docente universitario, uno storico e uno scultore, partono dalla stessa idea di appartenenza (quella che si sviluppò a partire dal termine della Prima Internazionale, dove da principio Bakunin e Marx sembravano procedere ancora di pari passo) per arrivare a conclusioni diverse quando non totalmente opposte. Si veda a tal proposito il bel dibattito – puramente creato dal montaggio, visto che i partecipanti al documentario non si trovano mai realmente faccia a faccia – che si instaura intorno al rapporto del movimento con la violenza e con i compagni di acronimo del FAI (che significa sì Federazione Anarchica Italiana ma è stata presa – furbescamente – anche dalle menti della Federazione Anarchica Informale, i cosiddetti “anarchici insurrezionalisti”): si passa dalla bocciatura che dà a tale approccio Alfonso Nicolazzi (“Se non puoi permetterti di mostrare il volto come puoi pensare di convincere la gente che stai facendo la cosa giusta?”) al sostanziale appoggio che riceve da altri, fino a un convinto “sono pacifico, ma non porgo l’altra guancia” pronunciato dal più giovane tra gli intervistati, il tipografo/chitarrista.
Se dunque Morabito riesce a cogliere quella varietà di pensieri che agitano il pensiero anarchico (quantomeno quello italiano), e doverose sembrano le riprese di alcuni tra i più possenti e riusciti canti del movimento – difficile riuscire a rimanere impassibili di fronte a inni di pace e giustizia quali Addio Lugano bella, O Gorizia tu sei maledetta e A las barricadas – spesso riletti dall’ensamble toscano Les Anarchistes, meno precisi appaiono i rimandi ad alcuni tra i massimi capolavori del cinema degli ultimi cinquant’anni (e sembra mancare clamorosamente Jean Vigo?), figli più di una pulsione prettamente cinefila che di una reale riflessione sul mezzo e sul pensiero.
È dunque la rigida struttura a rendere pensierosi: perché di fronte a un continuo inneggiare alla libertà sociale e individuale ci è preclusa ogni possibilità a eludere le gabbie imposte dallo stile narrativo? Morabito, e questo è davvero un peccato, rischia così facendo di recludersi in una prigione così stretta dalla quale neanche Sante Caserio sarebbe mai evaso.

E sia pietosa coltrice
l’onda spumosa e ria
ma sorga un dì sui martiri
il sol dell’anarchia
Belgrado Pedrini, Il galeone

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