Non ci resta che piangere
di Massimo Troisi, Roberto Benigni
Ottimo successo di pubblico nella stagione 1984-85, con ben 15 miliardi di incasso, Non ci resta che piangere è un film quasi impossibile da descrivere: del tutto disinteressati alla forma della narrazione canonica, Roberto Benigni e Massimo Troisi si lanciano in una lunga, inarrestabile, improvvisazione, che raggiunge vette di nonsense e sembra quasi costretta a seguire un pur labilissimo canovaccio. Alcune delle battute del film sono entrate a far parte del linguaggio comune, a dimostrazione dell’incisione netta nell’immaginario collettivo di una nazione.
Ma 9×9 farà 81?
L’insegnante Saverio e il bidello Mario sono fermi a un passaggio a livello nel bel mezzo della campagna toscana. Visto che il treno tarda a passare i due si incamminano per una stradina secondaria, ma l’automobile li lascia in panne e così sono costretti a continuare a piedi e a chiedere assistenza a una locanda. Il risveglio la mattina porterà una sorpresa scioccante: non sono più nel 1984, ma nel 1492… [sinossi]
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Frittole, estate quasi 1500.
Santissimo Savonarola, quanto ci piaci a noi due! Scusa le volgarità eventuali. Santissimo, potresti lasciar vivere Vitellozzo, se puoi? Eh? Savonarola, e che è? Oh! Diamoci una calmata, eh! Oh! E che è? Qua pare che ogni cosa, ogni cosa uno non si può muovere che, questo e quello, pure per te! Oh! Noi siamo due personcine perbene, che non farebbero male nemmeno a una mosca, figuriamoci a un santone come te. Anzi, varrai più di una mosca, no?
Noi ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo, puoi muoverti quanto ti pare e piace e noi zitti sotto. Scusa per il paragone tra la mosca e il frate, non volevamo minimamente offendere.
I tuoi peccatori di prima, con la faccia dove sappiamo, sempre zitti, sotto.
La lettera a Savonarola in Non ci resta che piangere
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Lampi di surrealismo nella commedia cinematografica italiana non sono rari da rintracciare nel corso dei decenni, ma è indubbio che nessun film, almeno dai tempi della coppia Totò/Peppino, è riuscito ad avere la forza iconoclasta, quasi irriverente, di Non ci resta che piangere. Unico momento di collaborazione attiva di due dei più brillanti ingegni comici italiani degli anni Ottanta, vale a dire Massimo Troisi e Roberto Benigni, il film è entrato da subito a far parte dell’immaginario collettivo, non solo per l’ottimo successo di pubblico – fu la produzione nazionale più vista nella stagione 1984-85 –, ma soprattutto per la capacità di liberarsi da qualsiasi legaccio strutturale per viaggiare in territori dominati dall’improvvisazione. Molti talenti comici a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta venivano dall’esperienza del teatro off e dai primi programmi televisivi dedicati alla cosiddetta stand up comedy: grazie a Non Stop ad esempio trovarono la loro consacrazione tra gli altri Marco Messeri, Carlo Verdone, i Giancattivi, i Gatti di Vicolo Miracoli, Boris Makaresko, Zuzzurro e Gaspare. Anche Troisi, ancora in trio insieme a Lello Arena ed Enzo Decaro ne La Smorfia, veniva da quell’esperienza, mentre Benigni era stata una delle stelle de L’altra domenica di Renzo Arbore, parterre che aveva contribuito a lanciare anche Maurizio Nichetti e Andy Luotto. Tutti i nomi succitati, con alterne fortune, tentò la via del cinematografo, ma in quasi tutti i casi si trattò dell’accettazione più o meno prona delle regole narrative e strutturali della Settima Arte. Anche Benigni e Troisi, presi singolarmente, misero la loro verve creativa a disposizione di sceneggiature solide, all’interno delle quali inserire magari qualche momento di pura invenzione.
Proprio in virtù di tale considerazione appare ancora più incredibile, e a suo modo impensabile, l’ideazione, la lavorazione e la produzione di Non ci resta che piangere: partendo da un soggetto abbozzato a quattro mani e poi edificato in fase di sceneggiatura anche con la partecipazione di Giuseppe Bertolucci (in qualche modo inventore del Benigni cinematografico e “visivo”, dapprima con il rivoluzionario Berlinguer ti voglio bene, quindi con il teatrale Tuttobenigni: per l’attore toscano collaborerà anche alla scrittura di Tu mi turbi e Il piccolo diavolo), i due comici dirazzano immediatamente, fin dalle primissime battute. Il film si trasforma in una sorta di tour de force attoriale, con Benigni e Troisi che si sfidano a singolar tenzone su ogni situazione, di improvvisazione in improvvisazione. Quasi fossero duellanti, i due interpreti cannibalizzano qualsiasi velleità di puro racconto del film, che si riduce così a una bipartizione data in modo esclusivo dall’ambientazione geografica: una prima metà, generalmente la più riuscita perché le intuizioni comiche sono più ispirate, nella fantomatica Frittole, da qualche parte in Toscana, e una seconda che si sposta invece in Spagna, dove i protagonisti si recano per cercare di impedire la partenza delle caravelle di Cristoforo Colombo alla volta delle Americhe. Una volta risolti i problemi logistici i due registi, sceneggiatori e attori si impegnano a improvvisare sulle situazioni che vengono a crearsi, in un processo così poco controllato che di Non ci resta che piangere esistono varie versioni, compresa una passata di quando in quando in televisione che si inerpica fino a toccare la due ore e mezza di durata – sviluppando in particolar modo la parte riguardante la trasferta in terra iberica.
A rendere indimenticabile un film così profondamente sconnesso e dunque teso in modo inevitabile verso un nonsense estremo, è proprio la voglia spasmodica dei due autori di vivere l’esperienza del set come fossero loro i primi spettatori: in molte sequenze è possibile notare come Benigni e Troisi non sappiano nascondere il loro divertimento, spalleggiandosi l’un l’altro e spassandosela quasi come se non esistesse un motivo ulteriore al momento stesso vissuto. Quasi una dichiarazione di anti-cinema, ma così virulenta da conquistare al di là di ogni altra speculazione possibile. L’alchimia tra i due è così perfetta da liberare in modo definitivo il film, che diventa la rivendicazione di uno spazio altro, fuori da ogni logica produttiva. Uno spazio palesemente finto, dove si può provare a insegnare – fallendo – il gioco delle carte a Leonardo da Vinci. Uno spazio in cui a trovare collocazione sono gli amici di sempre, neanche si stesse componendo una compagnia di giro: ecco dunque un monumentale Carlo Monni, che domina la scena nei panni di Vitellozzo e chiude qui la collaborazione quasi ventennale con Benigni. Ma è inutile sottolineare come in un film-non-film costruito come Non ci resta che piangere il risultato finale vada considerato anche sulla base delle idee comiche disseminate. E se è vero che, come già accennato, la sezione del film ambientato a Frittole è senza dubbio la più riuscita, il film nel complesso riesce sempre a tenere desta l’attenzione dello spettatore, regalando alcuni frangenti destinati a divenire iconici all’interno della storia del cinema italiano: la lettera scritta a Savonarola (e che in maniera evidente restituisce l’idea di un confronto diretto con Totò e Peppino), il predicatore che ammonisce Troisi sul fatto che debba ricordare che dovrà morire, la straordinaria sequenza alla dogana (“Alt! Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!”), il dialogo tra Vitellozzo e la madre Parisina su come l’uomo desidera morire (“Eh comme i’ babbo!”), il disperato tentativo di Saverio e Mario di spiegare qualche invenzione moderna a Leonardo, fino allo spiazzante finale che vede ancora protagonista l’uomo rinascimentale per eccellenza, solo per citare i più celeberrimi. Film irripetibile, giustamente mai ripetuto, Non ci resta che piangere è la testimonianza di una voglia spasmodica di agire sul set come se il set non esistesse, ma fosse solo un proscenio teatrale dove scegliere al momento qual è la soluzione più adeguata. A suo modo, un modo forse un po’ scombiccherato, una rivoluzione.
Info
Non ci resta che piangere, il trailer.
- Genere: comico, commedia, fantasy, storico
- Titolo originale: Non ci resta che piangere
- Paese/Anno: Italia | 1984
- Regia: Massimo Troisi, Roberto Benigni
- Sceneggiatura: Giuseppe Bertolucci, Massimo Troisi, Roberto Benigni
- Fotografia: Giuseppe Rotunno
- Montaggio: Nino Baragli
- Interpreti: Amanda Sandrelli, Carlo Monni, Elisabetta Pozzi, Iris Peynado, Livia Venturini, Massimo Troisi, Nicola Morelli, Paolo Bonacelli, Peter Boom, Roberto Benigni, Stefano Gragnani
- Colonna sonora: Pino Donaggio
- Produzione: Best International Film, Yarno Cinematografica
- Durata: 107'



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