Melk

Presentato nelle veneziane Giornale degli Autori, Melk è l’esordio al lungometraggio per la filmmaker olandese Stefanie Kolk, una storia femminile incentrata su una maternità mancata, sulle frustrazioni di una giovane donna che vorrebbe donare il latte che produce.

Buon latte non mente

Giorni dopo aver partorito un bambino nato morto, il seno di Robin inizia a produrre latte materno. Non volendolo buttare via, Robin prende l’insolita decisione di offrirlo a chi ne ha bisogno. La ricerca di un luogo per la donazione, però, si rivela più difficile del previsto e, intanto, il suo latte inizia a invadere il congelatore, la sua relazione e la sua vita. [sinossi]

Quando una donna, così come ogni altra femmina di mammifero, entra in gravidanza, circolano nel sangue alcuni ormoni, principalmente la prolattina e l’ossitocina, che stimolano la produzione corporea del latte materno che continuerà ovviamente per tutto il periodo dell’allattamento. Latte che costituisce l’alimento perfetto per il neonato, con il suo contenuto di ormoni, sostanze immunogene, elementi nutritivi che nessuna sostanza sintetica in polvere potrebbe sostituire. Robin, giovane donna olandese che vive in una località di provincia, affronta il trauma femminile di una gravidanza buttata via, un bambino nato morto. Robin è la protagonista di Melk, presentato nelle veneziane Giornale degli Autori 2023, esordio al lungometraggio per la filmmaker olandese Stefanie Kolk. Tornata a casa dall’ospedale, Robin è accolta da amici e parenti con molta tristezza come per un lutto. La giovane donna a un certo punto sente il bisogno di compensare quella perdita con l’altruismo, donando il latte che avrebbe continuato a produrre da quel momento in poi. Comincia così ad aspirarselo, con uno speciale apparecchio che si applica al capezzolo, lasciatole dall’infermiera dell’ospedale, e riempendo il frigorifero di boccette bianche.

Stefanie Kolk parte dalla sua esperienza, ricordando quando dovette interrompere temporaneamente l’allattamento della figlioletta per recarsi a Londra per lavoro, e di quella della propria sorella maggiore, che ha dato alla luce un bambino nato morto. È evidente il lavoro enorme di scavo psicologico che ha comportato una lunga fase di ricerca. Molte donne, nelle condizioni di Robin, preferiscono buttare via il proprio latte, non volendo che qualcun altro possa usufruire del nutrimento che sarebbe spettato al proprio bambino, come fosse una proprietà privata. La reazione della protagonista del film è al contrario altruistica, come quella dei donatori di organi. In entrambi i casi si deve far fronte a un’assenza, all’elaborazione di un lutto, per la scomparsa di un individuo che in realtà non si è mai palesato come tale, non si è mai sviluppato. Ma l’altruismo di Robin prende una piega malata, scontrandosi con le schizofreniche leggi olandesi che impediscono la donazione di latte a donne che abbiano avuto ogni genere di patologia, anche quelle la cui correlazione con potenziali danni all’allattato è statisticamente nulla. Nel caso di Robin il problema riguarda la sifilide avuta tanti anni prima. La regista è particolarmente documentata in merito per i suoi studi in biofisica. Il lavoro psicologico riguarda anche la controparte maschile, ovvero il complesso di reazioni messe in atto dal compagno di Robin, Jonas, a quella situazione. Anche in questo caso, si capisce, è stato fatto un grosso lavoro di ricerca sociale, analizzando un’ampia casistica. L’uomo deve pure affrontare un’elaborazione del lutto, ma senza quella dimensione fisiologica e corporea che prova la donna in prima persona. Anche la reazione del partner varia dal supporto all’antagonismo rispetto a quell’attività della compagna. In questo caso Jonas rientra nella prima casistica.

Stefanie Kolk svolge il compito con onestà e diligenza, senza andare molto oltre la pura dimensione psicologica. Realizza un mondo algido, nella fotografia degli interni dove il bianco predomina, l’ospedale, la casa dei protagonisti. Un colore bianco che monopolizza il film, estensione delle boccette di latte, che viene però interrotto dalle tante scene in natura, nelle tante parti in cui Robin partecipa alle passeggiate nei boschi di un gruppo di escursionisti. E usa un montaggio che sa trasmettere un senso di ineluttabilità della vicenda umana che racconta. Una buona prova d’esordio per esprimere appieno la propria sensibilità femminile.

Info
Melk sul sito delle Giornate degli Autori.

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