The Scary House

The Scary House

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Tornano a Udine gli enfant terrible del cinema nipponico, Hirobumi Watanabe e fratelli che, con The Scary House, si misurano con il genere horror delle case infestate da fantasmi. Un filone che vanta tante elaborazioni in terra nipponica, ma che i fratelli, che giocano al cinema indie, decostruiscono e svuotano in una nuova azione teorica. Fuori concorso al Far East Film Festival 2025.

Hirobumi e i suoi fratelli

Watanabe viene ingaggiato da una casa di produzione per realizzare un documentario. Il suo compito è quello di trascorrere una settimana in una casa “spaventosa”, vale a dire infestata. Nonostante dichiari di odiare i film horror e di non credere ai fantasmi, il regista accetta il lavoro. La prima notte non succede molto, a parte degli strani rumori, ma quando Watanabe esce per intervistare la gente del posto, tutti gli dicono che corre voce che la casa sia pericolosa. Watanabe prosegue il suo soggiorno per i sei giorni che gli restano, ma le stranezze aumentano. Bisognoso di sostegno morale, Watanabe chiama un amico cameraman, ma la terza notte viene di nuovo spaventato a morte. La mattina seguente, il regista chiede aiuto a Kirishima, una conoscente esperta in fenomeni psichici. [sinossi]

Scoperti e coccolati dal Far East Film Festival, i fratelli giapponesi Watanabe tornano a Udine, nell’edizione 2025, stavolta con The Scary House, presentato fuori concorso, in prima mondiale. Il team famigliare vede ancora a regia, sceneggiatura e montaggio Hirobumi, alla fotografia Yuichiro, alle musiche Yuji. Il primo interpreta sé stesso, un regista cui viene commissionato di girare un documentario su una casa infestata da fantasmi. Accetta così di andare a vivere in quella casa per sette giorni e sette notti a filmare, sicuro che non succederà niente. Lui non crede al paranormale e a tutto ciò che non è scientifico e per di più detesta i film horror. Ovviamente qualcosa di sinistro e inquietante poi succederà dentro quella casa. Siamo a Tokyo, i Watanabe si allontanano così dalla loro caput mundi di Otawara in cui sono stati ambientati pressoché tutti i loro film. E qui giocano alla decostruzione di un genere, quello delle haunted house, dell’horror che pure Hirobumi dichiara di detestare. Usa una casa spettrale di metà Novecento, squadrata, con un giardino in disordine, non molto gotica in effetti, ma nemmeno in un altro qualsiasi stile architettonico, eppure tetra nella sua sobrietà. La colonna sonora da subito si enuncia come in puro stile Goblin, reminescente di quelle famose musiche di Profondo rosso. Ci sono tanti stilemi come i giochi di specchi e riflessi o le bambole, tanto quelle occidentali quanto quelle tradizionali giapponesi, i bambolotti assassini alla Chucky piuttosto che le bambole hina, e poi un orribile e inquietante custode che accompagna il regista all’inizio e che, quando ricompare, è capace di generare spavento con la sua stessa mefitica immagine, come il Bob di Twin Peaks. Alla fine farà capolino un altro topos ovvero quello dell’esorcista che fa parlare gli spiriti, nella figura di Kirishima, l’esperta di fenomeni paranormali chiamata in aiuto.

Il genere delle case fantasma è un filone letterario antichissimo che viene dal folklore. In Giappone è stato influenzato dal patrimonio etnografico e dal teatro tradizionale, e ha avuto grande linfa con la stagione del j-horror. Nel cinema nipponico c’è un importante antecedente di rivisitazione del genere, quello di Hausu diretto da Nobuhiko Obayashi e uscito nel 1977. Se quel film funzionava con un sovraccarico visivo surreale e psichedelico, Watanabe, proclamatosi scettico sul genere, gioca per sottrazione, decostruzione e messa a nudo del meccanismo, con un’operazione teorica. Distilla gli elementi primigeni, come le già citate bambole, il custode, le ragazze gemelle, la risata di donna e il pianto di un bambino che si sentono. Nell’esibito pauperismo della messa in scena, il regista denuncia quasi sempre la presenza della mdp che riprende, esibendone così il dispositivo. Siamo sul modello di The Blair Witch Project e del suo, più lucido, antecedente di Cannibal Holocaust. La camera sta registrando, dice Watanabe che usa la sua videocamera per fare interviste ai passanti e se la gira verso di lui quando vuole apparire in volto. A volte mostra il ciak. E poi c’è la mdp fissa su Kirishima con il coltello che minaccia il regista, guardando in camera e poi candendovi addosso. Di notte la telecamera è posizionata in un punto fisso, neutro, appoggiata da qualche parte – inquadrando anche lo stesso Watanabe che dorme -, per poter captare i presunti fenomeni paranormali. Qui è il timer a ricordare la registrazione in corso. Può anche succedere che si riprenda la soggettiva, per esempio se il protagonista si sveglia per dei rumori misteriosi. Si gioca su questa aspettativa spettatoriale, a qualcosa di spaventoso che improvvisamente entri in camera, mentre invece spuntano fuori dei palloni da gioco.

Watanabe, con la t-shirt dell’US Air Force, è un regista bambino che gioca con i generi e i loro fantasmi. Nella continua sottolineatura del gioco finzionale, il regista distilla il terrore e lo rimette in scena come teatro povero. The Scary House è così una parodia affettuosa che usa il salto sulla sedia facile per evocare un disagio più sottile, fatto di attese, silenzi e gesti meccanici. La vera inquietudine non è nel fantasma dietro la porta, ma nel tempo sospeso, nella ripetizione, nel vuoto che si apre quando ci si mette in ascolto del nulla. Watanabe attraversa la haunted house come si attraversa un genere esausto, firmando un esercizio di stile e di libertà, dove la paura non è più un’emozione, ma una forma.

Info
La scheda di The Scary House sul sito del FEFF.

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