Intervista a Livio Jacob

Intervista a Livio Jacob

Abbiamo incontrato Livio Jacob, presidente delle Giornate del Cinema Muto e direttore della Cineteca del Friuli, con cui abbiamo ricostruito la storia di queste due istituzioni e discusso di restauro, conservazione e di un possibile coordinamento tra le cineteche italiane.
[La foto è di Paolo Jacob]

Nel corso della 33esima edizione delle Giornate del Cinema Muto abbiamo incontrato, oltre al direttore del festival David Robinson, anche il presidente della manifestazione friulana, Livio Jacob. Inoltre, insieme a Piera Patat, Jacob ha fondato la Cineteca del Friuli, istituzione che dirige da più di trent’anni, sin dalla sua nascita. Queste due realtà, nate come reazione al terribile terremoto che ha colpito il Friuli nel ’76, hanno sempre marciato a stretto contatto fino ad occupare un ruolo importante non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. Con Jacob abbiamo perciò ricostruito la storia avventurosa che ha permesso la nascita e il consolidamento attraverso i decenni sia delle Giornate che della Cineteca. E, inevitabilmente, si è parlato anche di pellicola e di digitale, di conservazione e restauro, così come della possibilità di un coordinamento nazionale delle varie cineteche italiane sparse sul nostro territorio.

Già lo scorso anno abbiamo intervistato Piero Colussi di Cinemazero, che ci aveva raccontato il modo in cui sono nate Le Giornate del Cinema Muto. Ci piacerebbe ascoltare questo racconto anche da te visto che, oltre alle Giornate, hai fondato – insieme a Piera Patat – anche la Cineteca del Friuli. È vero che tutto è cominciato a Gemona da proiezioni per i terremotati?

Livio Jacob: Sì, è vero. La storia della Cineteca del Friuli e delle Giornate del Cinema Muto è una storia resa possibile dal fatto che c’era stato qui in regione un terremoto il 6 maggio del 1976 che ha distrutto Gemona, la mia città natale, e anche gran parte del Friuli. Pochi mesi dopo questo disastro siamo entrati in contatto con la Cineteca Griffith di Genova e loro sono venuti nella primavera del ’77 a Gemona per farci vedere un po’ di film, metterli a disposizione del pubblico, dei terremotati. Li abbiamo mostrati a un pubblico che stava ancora in tenda o in case prefabbricate e facevamo delle proiezioni in auditorium di fortuna. Questi film erano soprattutto muti perché la Cineteca Griffith aveva un notevolissimo patrimonio di film di quell’epoca, tutti in 16mm. Così, tra una proiezione e l’altra, abbiamo ragionato sulla possibilità di fare qualcosa di locale, su un modo per dare continuità a queste proiezioni itineranti e di farle diventare fisse, cadenzate. Originariamente si pensava di farle in un cinema, ma a Gemona non c’era più una sala cinematografica perché era stata distrutta dal terremoto e noi non volevamo aspettare che venisse ricostruita. Pensa, infatti, che la sala di Gemona, il Teatro Sociale, è stata poi inaugurata solo nel 1988, dodici anni dopo il terremoto. Perciò ci siamo messi a cercare quali altre possibilità ci offriva il Friuli. Per vicissitudini varie conoscevamo i responsabili di Cinemazero di Pordenone, un’associazione che era anch’essa appena nata, subito dopo il terremoto. Del resto, qua in Friuli le nostre vite sono state suddivise così, tra il prima e il dopo il terremoto. Insomma, qui a Pordenone e nei dintorni il terremoto era stato meno violento e si era già riusciti a riparare i danni. Quindi c’era spazio per fare le proiezioni. E con Cinemazero abbiamo pensato di fare non proprio un festival, ma una serie di proiezioni dedicate al cinema muto. Perciò abbiamo recuperato vari materiali e li abbiamo presentati nel 1982 in una sala in cui ancora adesso Cinemazero fa la sua programmazione, mentre noi poi ci siamo spostati al Teatro Verdi, sempre qui a Pordenone. Questa piccola rassegna, nel 1982, è durata tre giorni con una retrospettiva dedicata a Max Linder e a qualche altro comico delle origini, l’eventoi ancora non si chiamava Le Giornate del Cinema Muto ma “Max Linder, le roi du rire”. Dopodiché, visto che ancora non avevamo un archivio, l’idea era di chiudere lì. Ma è successo che quell’anno vennero parecchi importanti storici e studiosi del cinema italiano, tra cui gli stessi organizzatori della Cineteca Griffith, ma anche Aldo Bernardini, Vittorio Martinelli, Riccardo Redi e Davide Turconi

Le primissime edizioni si svolgevano poco dopo il Festival di Venezia, giusto?

Livio Jacob: Sì, per due o tre anni si chiudeva Venezia e aprivamo noi. L’idea era quella di far “completare” in qualche modo la visione dei film veneziani con i film muti che presentavamo qui a Pordenone. E ha funzionato. Fra gli storici e i critici che sono venuti sin dal primo anno abbiamo verificato se c’era la possibilità di andare avanti, se si potevano inventare delle nuove edizioni. E proprio Davide Turconi ci ha detto che bisognava dare continuità all’iniziativa. Lui è morto un po’ di tempo fa, nel 2005, ma se vedi il nostro sito, trovi i suoi scritti, i suoi fotogrammi. È lui che ha fondato esattamente 50 anni fa l’Associazione Italiana per le Ricerche di Storia del Cinema ed era un uomo di grande cultura cinematografica, soprattutto americana. Era una persona di grande generosità, che custodiva degli archivi incredibili, con riviste che all’epoca non si vedevano da nessuna parte. Era davvero un’esperienza andare a casa sua, trovavi dei tesori. Noi l’avevamo conosciuto attraverso Angelo Homouda, il fondatore della Cineteca Griffith, che aveva affidato a Turconi la direzione della rivista Griffithiana; poi Turconi è diventato il direttore delle Giornate ed è nato un po’ tutto. Le cose sono un po’ più lunghe e complesse di come te le sto raccontando, ma sostanzialmente sono andate così. Quindi, attraverso una serie di convergenze molto positive, abbiamo potuto radicarci e ripetere il festival, fino ad arrivare all’oggi. Ci siamo spostati a ottobre, non più quindi subito dopo Venezia, ma sostanzialmente la natura delle Giornate è rimasta sempre la stessa.

E la Cineteca del Friuli, invece? Ha avuto un percorso progressivo di pari passo con le Giornate?

Livio Jacob: Sì, è andata che la Cineteca aveva dei film, Cinemazero aveva il posto in cui farli vedere e questo ha permesso di far nascere le Giornate. Del resto, le primissime edizioni erano completamente dipendenti da quel che avevamo noi in Cineteca. Ad esempio il primo anno avevamo un solo film che veniva dalla Cineteca Nazionale, il resto era composto da titoli del nostro archivio che man mano si allargava. Poi, col tempo, il rapporto si è equilibrato, nel senso che le Giornate hanno cominciato a fare film provenienti da altre istituzioni italiane e straniere, tanto che siamo diventati la vetrina per mostrare e svelare restauri e ritrovamenti. Anche se all’inizio ancora non si parlava di restauri, si parlava di far vedere delle cose del cinema muto che altrimenti sarebbero rimaste completamente invisibili. Non avevano ancora inventato i VHS, perciò se volevi vederti dei film muti non c’era altra possibilità: o li visionavi in moviola o li proiettavi sullo schermo di una sala. Noi preferivamo lo schermo e quindi alla fine abbiamo fatto le Giornate. E, mentre facevamo il festival, si arricchiva l’archivio della Cineteca, grazie a donazioni, regali che ci facevano dei collezionisti o materiali che ci vendevano a basso prezzo. Ad un certo punto il nostro festival è diventato molto popolare per chi lavorava nei vari archivi sparsi per il mondo ed è diventato un luogo di ritrovo e di incontro anche per i collezionisti privati. Un esempio in tal senso è quello di Carlo Montanaro,ma c’erano anche tanti collezionisti americani che avevano dei film e li portavano qui. Ancora adesso, naturalmente, la Cineteca continua ad interagire con le Giornate. Quest’anno ad esempio, tra i vari film che abbiamo presentato, c’è La statua di carne che abbiamo solo noi e che abbiamo proiettato in DCP. Infatti, nel frattempo c’è stata la rivoluzione digitale, che ha sconvolto un po’ tutti noi e ci siamo dovuti adeguare, quindi in Cineteca abbiamo acquisito uno scanner per fare i riversamenti in DCP. Del resto, a volte è inevitabile, o perché il film è troppo raro e non proiettabile, oppure perché è in 16mm. Il Teatro Verdi non ha infatti un proiettore in 16, ne ha uno in DCP e quattro in 35, con i variatori di velocità e tutto quello che serve per proiettare i film muti alle velocità giuste.

Quindi la Cineteca quando nasce?

Livio Jacob: Il primo atto è della primavera del 1977, pochissimo dopo il terremoto. Come diciamo noi, è nata su quelle rovine.

Proprio perché le Giornate sono dedicate al cinema muto, la Cineteca ha in archivio numerosi titoli di quegli anni.

Livio Jacob: Sì, è il compito che ci siamo prefissati sin dall’inizio, quello di trovare i film muti, in particolare italiani, all’estero. Lo abbiamo fatto fin dalla prima edizione con alcune comiche di Cretinetti. Poi, dal 1985, abbiamo cominciato a fare una ricognizione di tutto il cinema italiano muto che era presente nelle cineteche straniere e a quel punto quei film sono entrati a far parte del nostro archivio. Proprio nel 1985 abbiamo fatto una retrospettiva dedicata al cinema comico italiano delle origini e quell’anno c’era anche David Robinson, studioso di Chaplin e di Keaton. Si è appassionato a questi lavori visti qui a Pordenone, ne ha scritto all’epoca su Sight & Sound e da allora ha avuto un ruolo fondamentale nella promozione del nostro festival all’estero finché, a partire dal ’97, è diventato il direttore delle Giornate. Insomma, man mano, arrivavamo ad acquisire prestigio sia in Italia che all’estero, sono arrivati perciò sponsor pubblici e privati che hanno cominciato a sostenerci. Ecco, non ci possiamo lamentare della nostra storia, anche se ovviamente non ti posso nascondere che abbiamo incontrato molte difficoltà, tra cui lo spostamento del festival a Sacile.

Per quanti anni vi siete trasferiti a Sacile?

Livio Jacob: Per otto anni, dal ’99 al 2007. Noi avevamo qui un bellissimo teatro: lo schermo si vedeva benissimo, c’era la velocità giusta dei film, il quadro giusto, aveva più di mille posti ed era sempre pieno. Invece, l’amministrazione comunale dell’epoca decise che quel teatro, solo per problemi di sicurezza che potevano essere risolti, non andava più bene e quindi hanno fatto questo teatro nuovo, che è più piccolo e non regge assolutamente il confronto. Devo dire che uno dei motivi del nostro successo nelle prime edizioni, era proprio quello di avere una bellissima sala. E invece è andata così.

Come Cineteca e come Giornate, in che modo state rispondendo all’avvento del digitale?

Livio Jacob: La storia della pellicola e del restauro analogico sono talmente gloriose che bisognerebbe tenerne conto. Ma è anche un supporto molto costoso. In digitale il restauro costa un terzo, anche meno. Adesso comunque è un momento difficile, siamo tutti fastornati e non sappiamo bene cosa fare. Nella circuitazione delle copie è vero che il digitale ti aiuta, è più economico. Per questi film di cui abbiamo fatto il DCP, come ad esempio, come ti dicevo, La statua di carne, ti rendi conto che il file digitale è veramente nulla. Nulla dal punto di vista concreto e materiale, in qualche modo è come se non esistesse. Il restauro analogico richiedeva dei passaggi, come fare l’inter-negativo, il positivo, ecc. Si faceva tutto un percorso che era una cosa impegnativa anche dal punto di vista economico, ma ti dava qualcosa di concreto in mano, ti portavi a casa qualcosa nel tuo archivio, qualcosa di tangibile. Il file invece…

E poi il digitale presenta anche difficoltà nella conservazione, giusto?

Livio Jacob: Sì, è così per i file digitali. Per esempio, abbiamo prodotto un film di Dante Spinotti, Inchiesta in Carnia. Lui è uno dei grandi della fotografia hollywoodiana ed italiana, che ha realizzato per noi questo film che è in DCP. Perciò gli abbiamo chiesto: ma come lo conserviamo questo tuo film in Cineteca? E lui ci ha risposto che per conservarlo bisognerebbe trasferirlo in pellicola 35mm., nei tre colori fondamentali. Quindi l’unico modo per conservare il cinema – incluso il cinema digitale – è quello di passarlo su pellicola. Questo è l’assurdo. È chiaro, lo devi conservare in posti raffreddati, con la giusta umidità e così via, però lo conservi. Il digitale invece è molto, molto etereo…

A proposito di questo, c’è la Fuji che ha realizzato una pellicola speciale che serve per i riversamenti da digitale a 35mm…

Livio Jacob: Sì, certo, ci si sta muovendo in tal senso. Però noi alla Cineteca del Friuli ancora non l’abbiamo mai fatta questa operazione di riversamento, perché solo per il fatto di conservare i film in pellicola alla giusta temperatura, che è quella di quattro gradi, abbiamo delle spese di energia elettrica enormi. Secondo me è importante conservare le pellicole che sono state realizzate fino ad oggi, nitrati compresi, nel modo migliore possibile. Dopodiché vediamo cosa succede… Poi ci sono congressi della FIAF [Federazione Internazionale degli Archivi Filmici, n.d.r.] all’interno dei quali si discute cosa fare e come muoversi. Ma una risposta, al momento, ancora non c’è. Adesso, più o meno in tutto il mondo, le sale si sono attrezzate per le proiezioni in digitale e quindi la circuitazione dei film è più semplice, però la conservazione del materiale digitale è proprio un azzardo. Ci sono degli studi in realtà già fatti, sulla temperatura e gli ambienti in cui tenere questi file, sotto forma di cassette ad esempio. Però è un momento di scelte importanti su cui regna ancora una grande incertezza che riguarda tutto il mondo archivistico, compresi i festival. Venezia inclusa, basta pensare che lì non hanno neanche più un proiettore in 35mm. Sono cambiamenti che ci fanno temere per il futuro, visto che non si può prevedere come andrà a finire. Un festival archivistico come il nostro più o meno si mantiene su un buon livello di proiezioni in pellicola; sia l’anno scorso che quest’anno infatti circa il 65 per cento delle proiezioni, più o meno, erano in pellicola. Però arriveremo a una situazione un po’ diversa, inevitabilmente, e cioè più del 60 per cento in digitale e il resto in pellicola. Ma chi lo sa come andrà a finire…

Dicevi di come stanno cambiando i festival a livello internazionale. Infatti, a parte Locarno e Torino, le retrospettive perdono sempre più peso. A Cannes c’è questa sezione che è Cannes Classics, imitata da Venezia con Venezia Classici. In programma mettono dei film, ovviamente anche molto importanti, ma le cui scelte sembrano dettate solo dal mostrare cosa c’è di nuovo a livello di restauro digitale. È scomparso quindi l’indirizzo, la politica culturale, un percorso preciso da seguire…

Livio Jacob: Le Giornate del Cinema Muto in questo senso sono nate con uno spirito retrospettivo, sin dalle origini. Ma questo spirito c’era anche altrove. Per esempio una volta la RAI riusciva a fare una serie di retrospettive incredibili e gli stessi festival – come Venezia – le facevano. Alla Mostra alcune di queste retrospettive sono state curate da Davide Turconi, da Francesco Savio, anche da persone quindi che conoscevamo bene e con cui collaboravamo. Adesso i tempi sono cambiati e forse non sono neanche più fondamentali queste retrospettive. Alla fine forse non c’è più questo bisogno, magari…Noi da parecchi anni facciamo un po’ di tutto, un bel minestrone, che riesce anche bene… Non so dirti se è giusto che sia andata così, ma mi sembra un processo inevitabile.

Chiuderei con una riflessione sulle cineteche sparse sul nostro territorio, che a volte danno l’idea di essere in competizione tra di loro. Ce ne sono alcune che godono di ottima salute e altre invece che faticano a conservare adeguatamente il loro archivio. E, sullo sfondo, ci sono i soliti enormi problemi del finanziamento pubblico che si assottiglia progressivamente. Non sarebbe utile fare in modo di avere un coordinamento tra i nostri istituti cinetecari, in modo ad esempio di proporsi con maggior forza davanti alle istituzioni pubbliche e avere quindi più ascolto?

Livio Jacob: Sì, c’è un po’ di competizione tra le varie cineteche. Anche se è vero che collaborano da tempo. La Cineteca di Bologna per esempio organizza il festival del Cinema Ritrovato che è molto legato alla città, ha un gran successo di pubblico. Noi invece con le Giornate occupiamo più una nicchia, anche se abbiamo un taglio più internazionale. Ovviamente va tenuto conto del fatto che il festival di Bologna non fa solo cinema muto, ma anche sonoro, e questo comporta già una grande differenza. Mentre noi abbiamo la possibilità di raccordarci con una serie di istituzioni in tutto il mondo, Bologna ancora no, almeno al momento, ma sicuramente prima o poi ci riuscirà. In ogni caso, siamo aperti a tutte le possibilità di proiezione. Per farti un esempio, erano stati ritrovati alla Cineteca di Milano due film con protagonista Coleen Moore, Why Be Good? e Synthetic Sin. Sono stati restaurati dalla Cineteca di Bologna e quest’anno sono stati proiettati tutti e due, uno al Cinema ritrovato, l’altro – Synthetic Sin – alle Giornate. Questo, per dire dei festival. Mentre, per quel che riguarda più nello specifico le cineteche, al di là di un po’ di competizione che può essere anche positiva, se io fossi nei panni dell’attuale ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, convocherei le varie istituzioni cinetecarie e metterei le persone a parlare e a discutere tra di loro sul fatto che ci sono due istituzioni che si occupano di cinema muto e/o ritrovato e che ci sono delle cineteche che hanno bisogno di essere sostenute e non lo sono. So che è difficile, ma sono d’accordo che sarebbe necessario farlo. Ad esempio, in passato questa cosa è stata fatta. Quando, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, Lino Micciché è stato a capo del Centro Sperimentale, ha fatto proprio questo: un coordinamento delle cineteche. Ci chiamava a Roma, oppure facevamo riunioni una volta a Bologna, una volta qui in Friuli, eccetera, e prendevamo delle decisioni che sono state utili, anche per interagire con il Ministero. È stato l’unico in grado di farlo, con il suo carattere anche non proprio semplice, ma è stato l’unico…Bisognerebbe tornare a quell’esperienza.

Info
Il sito della Cineteca del Friuli.
Informazioni sulla fondazione delle Giornate del Cinema Muto.
Informazioni sulla pellicola Fuji pensata apposta per la conservazione.

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