La statua di carne

La statua di carne

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Un melodramma italiano old style, con tendaggi cui appendersi e un inquietante risvolto in stile La donna che visse due volte: La statua di carne di Mario Almirante, presentato alle Giornate del Cinema Muto.

Il conte Paolo di Santa Fiora fugge dai salotti buoni e si finge morto dopo una delusione amorosa. Si ritroverà ad incontrare una fiorista di nome Maria e se ne innamorerà, come pure si affezionerà alle sue maniere modeste e scevre da eccessi dorati. Quando la donna muore, forse perché colpita dalla tisi, l’uomo finisce per chiudersi ancor di più in se stesso, finché non incontra una ballerina che è identica alla Maria da lui tanto rimpianta. [sinossi]

Forse è il caso di ragionare apertamente su un aspetto poco gradevole: il grande – grandissimo – cinema italiano che va dal 1945 e arriva più o meno fino al 1975 (quando si chiudono quasi definitivamente alcune grandi esperienze e quando, tanto per dirne una, viene ucciso Pasolini) è un’eccezione nella storia della nostra cinematografia. La regola è ben altra, quella dei telefoni bianchi prima e quella dei film piccoli e a-politici dopo, delle commediole di questi anni, come anche dei melodrammi intimisti delle origini. Il cinema degli spazi aperti, dei conflitti politici e sociali, della cattiveria, del sadismo, del grottesco (da Roma città aperta a Salò), resta un esempio insuperato e allo stesso tempo alieno al percorso altrimenti placido e innocuo di quella massa informe che lo avvolge negli anni precedenti e in quelli successivi.
Vi sono delle eccezioni, tantissime eccezioni ovviamente, ma è quel che viene da pensare in questi giorni alle Giornate del Cinema Muto dopo aver assistito alla proiezione di La statua di carne, melodramma attempato e statico diretto da Mario Almirante nel 1921.

Il regista, padre dell’ex segretario del MSI Giorgio, usa tutti gli stilemi classici dell’epoca, dalle tende cui si appendono le sue eroine agli sguardi magnetici del suo protagonista maschile, ambientando il tutto in un mondo aristocratico che si diverte a flirtare con la media e piccola borghesia. La giovane Maria di cui s’innamora il conte in incognito è infatti una modesta fiorista; ma non solo il processo di innamoramento viene dato per scontato, quanto soprattutto l’immersione nel “piccolo mondo antico” del nostro aristocratico non viene descritta per nulla.
Questo gioco basato sull’equivoco serve soprattutto al regista per permettere di dare largo spazio ai due attori protagonisti (Lido Manetti e Italia Almirante, cugina del regista e grande diva dell’epoca) e ai loro insistiti primi piani. Senza un uso particolare dello spazio e con un montaggio slabbrato e poco incisivo (gli attori sono costretti a gesticolare in maniera eccessiva, in attesa dell’agognato stop), La statua di carne finisce per affascinare solo per una curiosa invenzione narrativa. L’innamorata del conte infatti muore, lasciando l’uomo nella più totale depressione, ma si dà il caso che poi questi si trovi, tempo dopo, al cospetto di un’altra donna, una ballerina, che ha le stesse sembianze della ragazza che amava.
Lo spunto è decisamente disturbante e non può non richiamare alla mente l’hitchcockiano La donna che visse due volte, solo che anche stavolta Almirante più che a voler giocare sull’ambiguità sembra intenzionato a rendere la faccenda il più semplice possibile. Non a caso, infatti, la donna ritrovata è sempre incarnata da Italia Almirante che, essendo per l’appunto una delle maggiori star dell’epoca, non poteva non apparire per tutta la durata del film.
Del resto, l’intrigante spunto narrativo – frutto peraltro dell’omonimo testo teatrale da cui è tratto – non viene portato alle estreme conseguenze (perché, per fare un ultimo esempio, la migliore amica della defunta quando in qualche modo la vede incarnata in un’altra figura non batte ciglio?), palesandosi sempre più come semplice necessità produttiva.

Purtroppo, allora, anche alle Giornate del Cinema Muto bisogna constatare come il nostro cinema non fosse in ottima salute neppure in quegli anni quando, inevitabilmente, le cose più interessanti andavano cercate altrove.

Info
Il sito delle Giornate del Cinema Muto

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