Il Golgota serbo – Fuoco nei Balcani

Il Golgota serbo – Fuoco nei Balcani

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La storia di come un film, passato nei decenni attraverso mille peripezie e numerose guerre, sia diventato – suo malgrado – un potentissimo racconto anti-militarista: è Il Golgota serbo, presentato alle Giornate del Cinema Muto.

La guerra è bella anche se fa male

Nel film si raccontano gli episodi salienti della Prima Guerra Mondiale relativamente al ruolo avuto dalla Serbia, dall’esilio forzato di tutte le truppe al di fuori del territorio nazionale, alla riorganizzazione dell’esercito di stanza a Corfù, fino all’agognato ritorno in patria. [sinossi]

Il prossimo anno Le Giornate del Cinema Muto prevederanno una sezione dedicata al centenario della Grande Guerra. Un assaggio di quel che ci attenderà è stato però possibile averlo già a questa 33esima edizione della manifestazione friulana con la presentazione di Il Golgota serbo – Fuoco nei Balcani, documentario girato nel 1930 dal giornalista e scrittore Stanislav Krakov. Si tratta di un film per certi versi incredibile, tanto da poterlo benissimo considerare una delle punte della programmazione di quest’anno. Non tanto per la qualità della pellicola in sé, quanto per la sua importanza storica e per quel che traspare da un’inquadratura all’altra.
Innanzitutto Il Golgota serbo ha avuto una storia decisamente travagliata: realizzato nel 1930 con l’intento di ricordare e rendere omaggio a tutti i combattenti serbi nel corso della Prima Guerra Mondiale, il film poi venne integrato di altre sequenze dai produttori che – visto il successo del primo montaggio – volevano ampliare e allargare il discorso. La nuova versione, pronta solo dieci anni dopo, vale a dire nel 1940 venne però censurata dalle autorità perché temevano che il film potesse suscitare delle proteste in altri paesi (in particolare, era controverso il modo in cui veniva descritto il ruolo avuto dalla Bulgaria). Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fece sì che il film sparisse dalla circolazione, rimanendo sepolto per anni durante il comunismo, fino a rinascere a nuova vita nel 1992, quando cioè la Serbia si stava avventurando in una nuova, disastrosa guerra.
Involontariamente, quindi, Il Golgota serbo – presentato alle Giornate in seguito a un recentissimo restauro – porta su di sé, sulla sua stessa materia filmica, le tracce del tragico Novecento del paese, un secolo costellato di conflitti.

Vista la sua natura ibrida e le travagliate vicende attraverso cui è passato, il film di Stanislav Krakov diventa un documento prezioso quanto ambiguo, in cui le volontà propagandistiche si sono progressivamente mischiate a un residuo oscuro, a un opaco quanto fortissimo segno opposto, probabilmente frutto di ri-scritture e ri-montaggi del film, come pure della impossibilità – qui manifesta – di piegare una qualsivoglia immagine alle proprie intenzioni o al proprio discorso. Nei momenti in cui infatti una didascalia ci dice, con toni trionfali, che quel certo paese o quella certa regione era stata riconquistata, appare poi sconcertante vedere un totale di quella terra costellata di cadaveri, di rovine, senza più alberi, completamente desertificata e distrutta. Una terra morta per certi versi, che fa sorgere naturale la domanda – ma ne valeva la pena? – e allo stesso tempo colora per l’appunto Il Golgota serbo di un atroce e paradossale anti-militarismo.
Le colonne infinite di soldati che attraversano lo spazio lungo sentieri che si dipanano per chilometri sono allo stesso tempo il segno della volontà di “movimentare” l’inquadratura, di arieggiarla, ma insieme ci vogliono dire anche come quei luoghi siano continuamente percorsi ma mai occupati, come per un’impossibilità di ri-possedere ciò che un tempo era appartenenza di un popolo.

In tal senso – a suffragare ancora di più la natura ibrida e ambigua del film – vale la pena dire che Krakov fu costretto all’epoca – parliamo sempre del 1930 – a girare ex novo interi spezzoni di film, chiamando a raccolta centinaia e centinaia di comparse (con l’appoggio e il sostegno dell’esercito). Mancavano infatti delle riprese degli anni della guerra che ne testimoniassero alcuni episodi salienti. La conseguenza di ciò è che, nel deperimento progressivo di ogni cosa e di ogni frame, è oggi difficilissimo distinguere le parti girate per l’occasione (e dunque di fiction) da quelle originali (ovvero documentaristiche). Tutto appare un enorme conglomerato di found footage, in cui le didascalie aumentano – se possibile – la schizofrenia del discorso. Le scritte, presentate con l’edizione del 1940, servivano nelle intenzioni a dare una patina di obiettività alla vicenda, visto che vi sono riportate dichiarazioni di statisti stranieri che riflettevano sulle sorti della Serbia. Ma la loro scarsa corrispondenza con quanto si vede e/o l’aperta enfasi di certe affermazioni finiscono per rendere queste didascalie come l’elemento maggiormente propagandistico del film (mentre invece si voleva tentare di fare il contrario).

Si finisce perciò alla lunga per assistere esterrefatti alla proiezione di Il Golgota serbo, annichiliti dalle miserie e dalla sconfitte, dal realismo estremo dei volti scavati e dei corpi abbandonati a terra, spiazzati da esclamazioni di vittoria immediatamente smentite da raffigurazioni di sconfitte, tanto che questo film finisce per raccontare forse meglio di qualunque altra testimonianza quanto sia assurda e insensata la guerra. E non sarebbe magari troppo sbagliato, in tal senso, accostarlo a Fires on the Plain di Tsukamoto, visto all’ultima edizione del Festival di Venezia, per lo sfacelo dei corpi e dei discorsi, che qui arriva alla natura stessa dell’immagine.

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Il sito di Le Giornate del Cinema Muto

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