Tre chilometri alla fine del mondo

Tre chilometri alla fine del mondo

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Giunto al suo terzo lungometraggio da regista l’attore rumeno Emanuel Pârvu cerca con Tre chilometri alla fine del mondo di muoversi nel solco della recente tradizione cinematografica nazionale partendo dal particolare per tentare il racconto dell’universale. Ma nonostante le buone intenzioni la distanza con l’ispirazione dei vari Cristian Mungiu, Călin Peter Netzer, e Cristi Puiu è ampia. In concorso a Cannes 2024.

Fatti di gente perbene

Il diciassettenne Adi sta passando l’estate nel suo villaggio natale sul delta del Danubio. Una notte viene brutalmente aggredito per strada, e dal giorno successivo il suo mondo è letteralmente stravolto. I suoi genitori non lo guardano come hanno sempre fatto, e l’apparente tranquillità della cittadina è sul punto di crollare. [sinossi]

Fin dal titolo originale, Trei kilometri până la capătul lumii (vale a dire nella traduzione letterale scelta come veicolo internazionale del film Three Kilometres to the End of the World e poi in Italia Tre chilometri alla fine del mondo) parrebbe avere un punto di contatto con il capolavoro più recente prodotto dalla fertilissima Romania, quel Nu aștepta prea mult de la sfârșitul lumii che lo scorso agosto a Locarno non ha fatto altro che ribadire la centralità contemporanea dell’opera di Radu Jude. Ma se il grande cineasta avvertiva i propri spettatori di non aspettarsi in fin dei conti granché dalla fine del mondo, il terzo lungometraggio da regista per l’attore rumeno Emanuel Pârvu pone un limite di distanza, quasi un confine geografico per la medesima fine del mondo – sfârșitul e capătul sono infatti sinonimi. Sono tre infatti i chilometri che separano il diciassettenne Adrian detto Adi dalla fine del mondo, con ogni probabilità la distanza che divide il piccolo e anonimo villaggio che è al centro della vicenda dalla riva di Tulcea, città ben più popolosa che è meta turistica grazie alla possibilità di navigare il delta del Danubio. Tre chilometri che separano però anche la civiltà dalla barbarie, a ben vedere, e forse anche l’ispirazione di Pârvu da quella dei suoi colleghi che compongono il gotha della recente produzione nazionale. Se non è infatti a Jude, troppo teorico e saggistico nel suo approccio alla regia, che guarda Pârvu lo stesso non si può certo dire per i vari Cristian Mungiu, Cristi Puiu, Călin Peter Netzer, Radu Muntean, Adrian Sitaru e via discorrendo: Tre chilometri alla fine del mondo cerca in continuazione una filiazione diretta da quel modello estetico e produttivo, senza però riuscire in alcun modo a replicarne la stratificazione narrativa e visiva.

Chi fosse avvezzo alla storia recente della produzione rumena non incontrerà difficoltà particolari nel rintracciare all’interno della sinossi del film di Pârvu detriti di altre opere compatriote: si è sul finire dell’estate in un tranquillo villaggio sul delta del Danubio. Adi è tornato a casa per le vacanze, per passare del tempo con il padre pescatore e la madre, e ignora che la famiglia abbia contratto un debito con un vicino di casa che, grazie anche all’influenza politica del fratello, in qualche misura funge da signorotto della cittadina. Adi parla con la sua amica Ilinca dell’università a Bucarest, lasciando intendere che il suo desiderio sia quello di continuare a vivere altrove, lontano da quella sperduta area geografica (Tulcea dista circa trecento chilometri dalla capitale, ma è in pratica l’ultimo avamposto rumeno prima del confine con l’Ucraina); una notte Adi sta chiacchierando per la strada con un altro ragazzo, un turista fermatosi solo per una notte, e quando dopo aver raccolto da terra un porcospino un aculeo di quest’ultimo si ficca nella mano di Adi, è il suo nuovo amico a succhiarglielo via dalla ferita. Lo stacco di montaggio è brutale, perché Adi è ora a casa con il volto tumefatto e pieno di sangue a seguito di un pestaggio. Il padre lo accompagna trafelato a sporgere denuncia, ma è proprio nel progredire dell’indagine, quando viene fuori che l’assalto è stato condotto dai due figli del signorotto locale per motivi omofobi, che per Adi iniziano i veri problemi… Il padroncino della città, il capo della polizia, il prete ortodosso, la famiglia. Gli elementi tipici del dramma socio-politico rumeno sono messi tutti in fila, quasi si trattasse di una processione che deve seguire un percorso prestabilito per non offendere il culto. È evidente d’altro canto come nelle pieghe di Tre chilometri alla fine del mondo si annidino memorie tanto di Oltre le colline e Un padre, una figlia di Mungiu (e in quest’ultimo film Pârvu prestò la sua professionalità come interprete) quanto de Il caso Kerenes di Netzer.

Se però nei film qui citati l’elemento scatenante – l’amore omosessuale visto come abominio che va contro le regole della chiesa di Cristo, il tentativo di violenza subito per strada da parte di un o una adolescente, e la corruzione dello Stato – era prodromico a un’indagine sulla società rumena nel suo complesso, e sull’animo umano, nel caso del film di Pârvu l’impressione forte è che ci si fermi a uno stadio primigenio, evitando in alcun modo la complessità che dovrebbe ammantare una simile messa in scena. In questo modo, con gli avvenimenti che si susseguono l’un l’altro senza che la superficie si stratifichi mai, si assiste a una narrazione anche avvincente ma gravata da un senso di giudizio morale che finisce per trasformare una reprimenda nei confronti di una nazione ancora in tumulto in uno sguardo vagamente razzista verso le popolazioni periferiche, non ancora aperte alla modernità. Un cortocircuito da cui pare non ci sia modo di salvarsi, neanche trovandosi a tre chilometri dalla fine del mondo.

Info
Tre chilometri alla fine del mondo sul sito di Cannes.

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