Citizen Dog

Citizen Dog

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Il folle pastiche pop di Wisit Sasanatieng trova in Citizen Dog il suo apice artistico. Un viaggio senza sosta in un universo in cui il bizzarro e il credibile si fondono alla perfezione.

Quando gli uomini avevano la coda

Pod, giovane thailandese cresciuto in campagna, si trasferisce a Bangkok per guadagnare qualche soldo lavorando in un conservificio di tonno. Dopo aver perso un dito in un incidente e aver setacciato i supermercati della città aprendo tutte le scatolette di tonno per ritrovarlo, abbandona l’azienda per un posto di guardia giurata. S’innamora quindi di Jin, addetta alle pulizie che lavora nel suo stesso edificio. Sognando di cambiare vita, la ragazza ha sempre con sé un piccolo romanzo scritto in una lingua straniera a lei sconosciuta, simbolo dell’obiettivo che insegue con ostinazione. Prima di decollare, la storia tra i due, ambientata in una città in continua evoluzione, dovrà sganciarsi da una realtà fatta di false apparenze… [sinossi]

È opinione comunemente diffusa quella secondo la quale i processi evolutivi dell’arte all’interno di un paese siano la diretta conseguenza dello stato di salute dello stesso. Mettiamo ora a paragone l’Italia con la Thailandia: secondo i censimenti del 2000 entrambi possono contare su una sessantina di milioni di abitanti, in Italia l’inflazione all’epoca era attestata sul 2,00 % e dalle parti di Bangkok sull’1,5 %, con l’indice di sviluppo umano fermo allo 0,757 – da noi si stava sullo 0,909 dati De Agostini alla mano. Insomma, non vi era/è poi una distanza così abissale tra i due paesi, pur con l’Italia in lieve vantaggio (anche da un punto di vista di diritti umani: le leggi thailandesi prevedono la pena di morte, tanto per dirne una).
Esaurito l’elenco di cifre e statistiche, passiamo al dato che più ci interessa da vicino: l’Italia, oggi come oggi, si sogna il fervore artistico della scena cinematografica thai. Oramai è impossibile cercare di nascondersi, la verità è sotto gli occhi di tutti e l’exploit della cinematografia tailandese sembra apparentemente irresistibile. Finora offuscato dalle giganti rosse Giappone, Corea e Cina, il cinema thailandese ha trovato un posto stabile all’interno dei percorsi geografici di ogni buon cinefilo.

Si è creata una sorta di nouvelle vague, grazie alla quale il cinema è uscito dall’amatorialità che lo contraddistingueva per cercare gloria non solo in patria ma anche all’estero (dove il reame orientale non era stato mai minimamente preso in considerazione, visto e considerato che sovente i film venivano stampati in soli due copie e senza neanche la sincronizzazione della colonna sonora). Trovando uno spazio tutto suo senza neanche dover troppo sgomitare: e se è vero che vengono solitamente citati autori di calibro come Apichatpong Weerasethakul, Pen-ek Ratanaruang e Nonzee Nimibutr, è altrettanto vero che nel calderone ribollono anche ben più che onesti mestieranti come Bhandit Rittakol, Pantham Thongsangl, Yongyooth Thongkonthun, Tanit Jitnukul, Ekachai Uekrongtham, Yuthlert Sippapak fino ad arrivare a fenomeni commerciali come quelli dei fratelli Pang, di Kittikorn Liasirikun e di Panna Rittikrai. Questo senza contare le nuove leve (vedi Mona Nahm autore del cortometraggio Be Very Quiet) sputate fuori da una catena di montaggio che procede di anno in anno a velocità sempre più impazzita.

Impazzita come quella che porta al mozzamento del dito di Pod all’inizio di Citizen Dog di Wisit Sasanatieng. Già, Sasanatieng…l’avevamo lasciato fuori dalle varie elencazioni precedenti perché rappresenta, suo malgrado, un caso a parte all’interno del sistema produttivo tailandese: il suo cinema è infatti un punto d’incontro tra quello per il quale fanno carte false i più importanti festival internazionali e quello più sensibile invece ai gusti del pubblico. Insomma, Sasanatieng è stato capace di crearsi una nicchia dorata, mondo a parte perennemente alla ricerca dell’ibrido.
A raccontare la trama di Citizen Dog si corre seriamente il rischio di essere presi per pazzi:

Pod, un giovane arrivato a Bangkok dalla campagna per lavorare in una fabbrica di sardine in scatola, perde un dito. Nel ritrovarlo, inscatolato in uno scaffale di un supermercato, fa la conoscenza di Yod, innamorato di una ragazza cinese che crede di essere di sangue reale con la quale ha avuto il primo rapporto sessuale su un autobus al limite della capienza. Per provare la stessa emozione la coppia colleziona i biglietti degli autobus che prende. Nel frattempo Pod, dopo aver cambiato lavoro, si è innamorato di Jing, una strana ragazza che passa il suo tempo libero a cercare di decifrare un testo in italiano cadutole dal cielo in seguito a un disastro aereo…

Ci fermiamo qui, per far notare come siano stati raccontati solo i primi quindici minuti di film. Questo a dimostrazione dell’incredibile vitalità della sceneggiatura scritta dallo stesso Sasanatieng (a proposito, a lui si deve anche il bello script di Nang-Nak di Nonzee Nimibutr, folle pastiche che mescolava horror, love story e guerra); attraverso una girandola mozzafiato di eventi il regista thailandese trascina lo spettatore in un mondo alieno, dove tutto sembra possibile, da uomini che hanno la coda fino a orsacchiotti di peluche parlanti e alcolizzati, passando attraverso nonne reincarnate in gechi, ragazze di ventidue anni che sono in realtà bambine di otto e motociclisti fantasma morti durante un improvviso acquazzone di caschi.
Il grottesco si fonde con il fantastico, portando l’intera architettura filmica alle estreme conseguenze: il cinema di Sasanatieng – perché la ricetta è comunque quella già accennata in Le lacrime della tigre nera – si affida all’arte dello sberleffo senza vergogna alcuna, e si lancia senza preoccuparsi di reti di sicurezza in uno strapiombo dominato dal nonsense. Difficile in realtà riuscire a rendere a parole il susseguirsi inarrestabile di gag e trovate visive, ma sicuramente da rimarcare la duttilità con la quale il cineasta thailandese tratta le varie derive che l’opera potrebbe intraprendere, in un’ottica a 360° che va dal demenziale al melodramma. Tutte le tematiche trattate, comprese quelle più attuali come le sirene d’allarme nei confronti della salvaguardia dell’ecosistema, sono sistemate in capsule a gravità zero e fluttuano scontrandosi con le altre, in un’operazione di mescolanza che oltre a essere rimarchevole da un punto di vista stilistico ed estetico fotografa con estrema precisione l’intero universo tailandese, ancora in bilico tra la memoria ancestrale e il moderno che avanza. Certo è che, e qui ci riallacciamo al discorso intrapreso all’inizio, viene da piangere a confrontare la libertà totale di cui gode buona parte del cinema prodotto a Bangkok – e la varietà di stili degli autori citati in precedenza dovrebbe chiarificare qualsiasi dubbio – con la bolsa prassi in cui naviga, a fari spenti, la nostra penisola.

Applausi dunque a scena aperta per Citizen Dog, esempio di un cinema del futuro che è già presente, capace di andare contro le stesse leggi fisiche e la logica borghese, come dimostra proprio sui titoli di coda la canzone Before dei locali Modern Dog (celeberrima in tutto il paese, come evidenziato con forza anche in Pattaya Maniac di Yuthlert Sippapak), tormentone del film – dove viene riproposta in tutte le salse musicali possibili. Qui è intonata da un gruppo di mendicanti ciechi, ben assestati sui propri strumenti musicali. E ci scappa pure un cristallino assolo di Fender…
Poesia.

Info
Il trailer di Citizen Dog.
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