Interview

Interview

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Interview è il remake dell’omonimo film diretto da Theo Van Gogh, il regista olandese assurto agli onori delle cronache per essere stato assassinato da un folle, con ogni probabilità per questioni relative all’interpretazione del mondo islamico. Ma nelle mani di Steve Buscemi diventa soprattutto il viaggio alla scoperta di due fragilità umane, e della loro necessità di proteggersi dal mondo che li circorda. Un piccolo film indie che sorprende lo spettatore; nella sezione Panorama alla Berlinale 2007.

Verità o penitenza

Pierre Peders è un navigato ed agguerrito giornalista politico, irritato per via della brutta china presa dalla sua carriera. La sua irritazione cresce perché invece di spedirlo alla Casa Bianca per la copertura di una crisi, il suo direttore ha deciso di assegnargli un incarico che Pierre non ritiene degno del suo status: intervistare Katya, stella delle soap operas, bellissima starlette sulle prime pagine di tutti i tabloid. L’appuntamento tra Pierre e Katya per l’intervista in un esclusivo ristorante di Manhattan si rivela un disastro, ma per via di un banale incidente Pierre finisce a casa di Katya. Lì, complici l’alcool, la stanchezza e altro ancora, i due daranno vita ad un teso faccia a faccia dal quale emergeranno tensioni erotiche ma che soprattutto si trasformerà in un confronto nel quale entrambi i personaggi metteranno a nudo le loro vere anime, le loro debolezze, le loro vulnerabilità… [sinossi]

Se si dovesse stilare una lista dei cineasti colpiti con maggior durezza dalla malasorte, è praticamente certo che a Theo Van Gogh spetterebbe il gradino più alto dell’ipotetico podio. Il regista olandese, pressoché ignoto al pubblico italiano, è stato infatti assassinato da un folle nel novembre del 2004, probabilmente in risposta al suo Submission: Part I, film prodotto dalla televisione nel quale Van Gogh indagava – accompagnato dallo script della somala Ayaan Hirsi Ali – sui maltrattamenti subiti dalle donne in seguito a una quantomai personale interpretazione del Corano.
È così che Van Gogh è diventato agli occhi del mondo una sorta di martire dell’arte contemporanea, con il risultato che non si è avuto modo di dare il giusto peso alla sua carriera artistica. Ed è un vero peccato, perché l’autore di Submission: Part I (che, tanto per fugare ogni dubbio, è un calcolato prodotto televisivo: niente per cui valga la pena gridare allo scandalo, né in un senso né nell’altro) aveva dimostrato di avere delle belle carte da giocare. Non tanto nelle digressioni politiche che si è concesso – al di là del succitato “film scandalo”, rimane impressa nella memoria la faziosità che impregnava negativamente il mediocre 06/05, uscito postumo – quanto in alcuni piccoli gioielli, opere scarne ed essenziali attraverso le quali Van Gogh ha lanciato uno sguardo acuto e beffardo sulla società dello spettacolo. Fanno parte di questa cerchia di film l’episodio Euroquiz inserito nel bel quadro collettivo di Visions of Europe (al quale parteciparono alcune delle migliori menti del cinema continentale: Aki Kaurismäki, Sharunas Bartas, Laila Pakalnina, Béla Tarr, Peter Grennaway tra i “vecchi” e, meno brillanti sotto il profilo artistico, Fatih Akin, Christoffer Boe, Sasa Gedeon per quanto concerne le nuove generazioni) e, soprattutto, Interview. Nel film in questione Van Gogh metteva in scena una diva della televisione olandese (Katja Schuurman; i più attenti potranno averla notata di sfuggita in The Rules of Attraction di Roger Avary), e la faceva interagire, nella parte di se stessa, con un giornalista in una sapida commedia dall’impianto teatrale.

Morto Van Gogh, giubilato il suo nome in ogni luogo cinematografico, Interview è diventato, nelle mani della Ironworks Productions di New York, un remake. A voler (ri)portare sugli schermi le confessioni notturne di una starlette e di un attempato giornalista è stato Steve Buscemi, uno che di film fatti con poco e di recitazione si intende decisamente. Ed è proprio grazie alla mano di Buscemi che Interview raggiunge l’obiettivo laddove probabilmente molti altri cineasti avrebbero fallito: riuscire a superare nel risultato finale la stessa fonte d’ispirazione. Onde evitare incomprensioni, non c’è nulla di stravolgente nell’operazione compiuta da Buscemi: in fase di sceneggiatura l’attore newyorchese – vent’anni di carriera alle spalle, durante i quali ha arricchito con la sua classe opere quali Mystery Train, King of New York, Crocevia della morte, Barton Fink, In the Soup, Le iene, Mister Hula Hoop, Si gira a Manhattan, Pulp Fiction, Fargo, Fuga da Los Angeles, Il grande Lebowski, Coffee and Cigarettes; valeva la pena citare quantomeno i titoli essenziali –, coadiuvato da David Schechter, non fa altro che affidarsi al robusto plot originale orchestrato da Theodor Holman, come prassi consiglierebbe. Lo spettatore ha dunque di nuovo a che fare con Katya, stavolta interpretata dall’astro nascente Sienna Miller – della quale avrete sentito parlare ultimamente per “qualità” che esulano dall’universo professionale, ma che altresì si dimostra qui ottima attrice. Ed ecco subito il primo netto distacco di Buscemi dall’opera di Van Gogh: non si è più di fronte a una messa in scena che tende al realismo, dato che la Miller non interpreta se stessa. Mentre nell’originale buona parte della sua efficacia il plot la giocava nel gioco insito nella stessa scelta attoriale, in quel perenne bilico tra realtà e finzione, nel trucco illusorio della recitazione, nel fascino sottilmente perverso del gossip (che era di fatto l’elemento messo con crudeltà alla berlina), nella parvenza obnubilatrice di docu-film, in questo remake non si possono avere dubbi sulla falsità di ciò che viene proposto.

Buscemi, che già aveva portato personalmente in scena tre film apparsi fin da subito declinazioni diverse sul tema dell’introspezione e della ricerca umana (i titoli, che sarebbe il caso di recuperare, sono Trees Lounge, Animal Factory e Lonesome Jim), si disinteressa dell’aspetto più peculiarmente metalinguistico e si attacca invece forsennatamente ai suoi due personaggi: ne svela senza indugi le bassezze morali, le debolezze, ma allo stesso tempo li rende umani. In appena un’ora e venti costruisce due psicologie estremamente approfondite; non si limita alla pura apparenza, che a suo modo potrebbe già bastare data la possibilità di lavorare su dialoghi serrati e logorroici, ma continua in maniera testarda a scavare. Ciò che si scopre di questa giovane attrice e del suo intervistatore non è dato saperlo tanto dai giochi intellettuali che i due architettano a vicenda per difendersi dall’analisi altrui, quanto da quei primi piani insistiti, instabili, fugaci e fuori fuoco. E se è vero che in pratica tutti i segreti che la Miller e Buscemi si svelano nell’arco di una nottata sono in realtà armi usate per scardinare la fortificazione dell’astante, è altrettanto vero che il regista riesce, senza apparire mai pretestuoso e invasivo, a palesare la loro verità con una precisione millimetrica.

Per quanto possa apparire bizzarro o arduo da credere, Interview in versione a stelle e strisce non è una requisitoria al vetriolo del mondo dello spettacolo e della sua vacuità, ma “solo” il viaggio di conoscenza della fragilità ineluttabile dello stare al mondo. Il tutto narrato attraverso una serie di vezzi che riportano immediatamente alla mente le abitudini della contro-industria indie statunitense: macchina digitale a mano, fotografia sgranata, interni scelti come unica (quasi) possibilità scenografica, dialoghi estremamente brillanti basati su un botta e risposta pressoché inesauribile, tanto parlato e poca azione. Come si era già avuto modo di accennare, nulla di sconvolgente o rivoluzionario: eppure c’è qualcosa, nascosto tra le pieghe di Interview, che lo fa apparire incredibilmente fresco e naturale. Probabilmente il merito di questo va all’interpretazione monumentale dei due attori, alla loro capacità di mettersi in scena come corpo e voce senza mai rivelare pose posticce. Certo è che uscendo da Interview si prova una strana sensazione di appagamento.
E tutto il resto, la dedica a Van Gogh e il bla bla deteriore che accompagnerà (questo è il timore) il nome del defunto cineasta olandese, è solo un inavvertibile rumore di fondo.

Info
Il trailer di Interview.
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