Karoy

Karoy non ha paura di sbatterti in faccia povertà e disperazione, anche perché quella disperazione riesce a superare se stessa, la propria rappresentazione puramente drammatica, agendo (e svelando) nell’intimità e nei mondi dei personaggi, e raccontandone i lati più profondi. Presentato alla Settimana della Critica di Venezia 2007.

La Povertà mangia via anche i ricordi

Azat è un bugiardo senza scrupoli, capace di sfruttare gli altri e di compiere azioni malvagie. Tuttavia, quando si confronta con la morte imminente di sua madre, è costretto a riflettere sul suo comportamento e sulla sua coscienza, cercando di capire se c’è ancora spazio per la redenzione… [sinossi]
Anche l’uomo più miserabile
è in grado di scoprire le debolezze
del più degno,
anche il più stupido
è in grado di scoprire gli errori
del più saggio.
– Theodor Adorno

Karoy è davvero un film spietato, uno di quelli che non lascia il tempo allo spettatore di percorrere quella linea immaginaria che divide il bene dal male. Un film tutto d’un pezzo, verrebbe da dire, perché in un colpo solo tira fuori la forza necessaria per spingerti da un lato e poi dall’altro e abbandonarti a terra senza respirare. Spietato e cinico, esattamente come il protagonista Azat (Yerzhan Tusupov), un uomo solo, alcolizzato, disposto a mentire spudoratamente ai propri parenti, a rubare l’impossibile agli amici, a violentare donne (di cui una incinta) e a ingannare bambini pur di ottenere qualche spicciolo in denaro che poi finirà puntualmente per sperperare e perdere al gioco delle carte. Azat, a vuoto, si muove per le stradine dissestate dei miserabili villaggi desertici del Kazakhistan (splendidamente raccontati dall’abile regista Zhanna Issabaeva, anche sceneggiatrice e produttrice del film), tra le case vecchissime e i campi sterminati; ha perso la dignità e il rispetto dalla sua gente, e in fuga da quella gente va alla disperata ricerca di un posto dove sopravvivere.

Karoy non ha paura di sbatterti in faccia tanta povertà e disperazione, anche perché quella disperazione riesce a superare se stessa, la propria rappresentazione puramente drammatica, agendo (e svelando) nell’intimità e nei mondi dei personaggi, e raccontandone i lati più profondi.
Quando Azat, pestato a sangue da alcuni vecchi creditori, si ritrova ferito nella casa della sorella, scopre che la madre da tempo è malata di cancro. Comincia da qui un viaggio lunghissimo all’interno del legame silenzioso e autentico, che Azat ritroverà con la sua famiglia: il rapporto che instaura con i suoi due nipoti prima e con sua madre poi, lo porterà a capire di non essere solo l’uomo distaccato e freddo di ora, ma anche (e ancora) il figlio che lui sa di essere sempre stato, un uomo sensibile e presente.
Estratti di una quotidianità semplice e cruda, spesso in trasformazione, immagini poetiche e taglienti che fanno del film una storia affascinante, da approfondire, piena di verità, delle sue debolezze tanto quanto delle sue certezze.

Straordinaria l’interpretazione di Yerzhan Tusupov, che passa dalla piena indifferenza all’amore in soli trenta secondi. Da brividi (ed emblematica) la scena in cui la madre, pur di non gravare più sulla famiglia, chiede a lui di essere uccisa.
Eh sì, scorre via Karoy, proprio come Azat, in piena notte di ritorno verso l’alba. Un’opera prima, questa, realizzata con un budget ridottissimo da una produzione indipendente, che merita davvero di essere vista e di ritrovare anch’essa la sua strada così come la sua gente.

Info
Il sito della SIC.

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