Il petroliere

Il petroliere

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Rigoroso e spietato, Il petroliere di Paul Thomas Anderson non ricerca empatia e trae la linfa vitale della sua perfezione geometrica e dalle interpretazioni di Daniel Day Lewis e Paul Dano.

Sono io la terza rivelazione

Agli inizi del ventesimo secolo, un cercatore di petrolio texano inizia la sua scalata. Dopo aver trovato il primo giacimento, l’avidità prende presto il sopravvento, e la sua corsa verso il potere sarà senza scrupoli. [sinossi]

È un’epopea scarna, schietta e silente quella messa in scena da Paul Thomas Anderson in Il petroliere (There Will Be Blood), tratto dal romanzo Oil! di Upton Sinclair, un racconto asfittico, oscuro, reticente. Fin dall’incipit del film, di stampo quasi documentaristico, nessuna facile rivelazione ci viene presentata e per le restanti due ore di proiezione sarà proprio il mistero che il protagonitsa incarna a tenerci col fiato sospeso, in attesa che sgorghi quel “sangue” che il titolo originale del film annuncia come inevitabile. Pertanto, e forse è inutile dirlo, il titolo dato dalla distribuzione nostrana ha il sapore di un torto, inferto a una pellicola che non vuole essere soltanto il ritratto di un individuo, quanto piuttosto un apologo sul binomio protestantesimo/capitalismo e sull’inevitabilità della violenza.

All’etica protestante appartiene infatti quel piacere della pura e semplice accumulazione di ricchezze, mai destinate a far sfoggio di sé, che il nostro protagonista Daniel Plainview (Daniel Day Lewis) rispetta in tutto e per tutto, mosso dallo scopo ascetico di conquistarsi l’indipendenza e l’isolamento dal resto del genere umano. Fustigatore del falso – del falso fratello come anche del falso profeta – Plainview incarnerà lungo il percorso molteplici ruoli: egli è padre di famiglia, capitalista fiero e indipendente, ma anche patriarca di una comunità che chiama a raccolta agitando la trivella come fosse su una torre campanaria. Niente torrette estrattive a simboleggiare disfunzioni sessuali, dunque, come avveniva nel melodramma di ambientazione petrolifera di Douglas Sirk Come le foglie al vento (Written on the Wind, 1954), né epica familiare su arricchimento e decadenza morale, come ne Il gigante (Giant, 1956) di George Stevens o nelle serie TV Dynasty e Dallas, lo scontro, ce lo annuncia l’onomastica prescelta per i personaggi, è qui soprattutto geografico e religioso. Da un lato abbiamo l’uomo dalla visione chiara e orizzontale (plainview), dall’altro la sua nemesi Eli Sunday (Paul Dano), ovvero il profeta della domenica. E il nodo da sciogliere, il mistero che il film mira a chiarire è chi dei due sia l’eletto, e chi invece il falso profeta.

Il petroliere elabora dunque un conflitto semplice, geometrico, tra l’orizzontalità della plainview e la verticalità di una religione esibita in sermoni d’impianto teatrale, che simulano un’ascesi al divino, mentre dissimulano un interesse economico e un’avidità mai sopite. Sarà proprio con un movimento rigorosamente orizzontale (come l’oleodotto che farà la sua fortuna, o come un feroce scivolare sulla liscia pista da bowling) che Plainview sottrarrà all’avversario ogni speranza di ricchezza, con quel drenaggio, sottile e invisibile, che non ha bisogno nemmeno più della verticalità dei “campanili” estrattivi. È tutto sulla terra e sotto di essa che si agita infatti lo spirito secolare di Plainview, creatura del paesaggio e mai sua diretta emissione, piuttosto maieuta geologico, in grado di ridisegnare il territorio e di metterlo a frutto. Non vi è dubbio alcuno, e il suo successo lo conferma, che sia lui l’eletto del Signore, la Terza Rivelazione. Almeno finché un imminente rivolgimento economico, e dunque anche divino, non deciderà altrimenti; il venerdì nero del 1929 è alle porte, pronto a livellare ogni differenza.

Rigoroso e spietato, Il petroliere non ricerca empatia, e trae la linfa vitale della sua perfezione geometrica dalle interpretazioni di Daniel DayLewis e Paul Dano, che ci elargiscono delle performances attoriali di rara perfezione. L’elegante regia di Anderson si sofferma a lungo sui dettagli, l’autore edifica la sua messinscena con accortezza, alternando primi piani a visioni di paesaggi quasi preistorici, il cui potere ancestrale è amplificato dalle splendide musiche di Jonny Greenwood (chitarrista dei Radiohead), che innesta la sua elaborata partitura su sonorità che paiono emergere dalle profondità della terra, insieme al rombo assordante del petrolio che sgorga. È ancora l’incipit del film a introdurci da subito in questo clima da “alba dell’uomo”, paragonabile per sonorità e mistero alla celebre sequenza iniziale di 2001: Odissea nello spazio di Kubrick.
L’ottimo lavoro svolto da Greenwood fa di Il petroliere una delle esperienze “audio” più piene e avvolgenti della storia del cinema, accostabile, per alcuni tratti, a quella inflitta allo spettatore in The Sorcerer (Il salario della paura) di William Friedkin, dove sul frastuono meccanico degli ingombranti camion da trasporto, era innestata l’elettronica sperimentale dei Tangerine Dream. A coronare il tutto infine è qui la splendida performance del cinematographer Robert Elswit che dosa luci e ombre basandosi su una tavolozza dalle nuances limitate per dipingere un mondo oscuro e sinistro, mai completamente in piena vista, in plain view, appunto.

Info
Il sito ufficiale de Il petroliere.
La pagina Facebook del film.
Il trailer su Youtube
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