Il pugile e la ballerina

Il pugile e la ballerina

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L’opera prima di Francesco Suriano Il pugile e la ballerina saetta via per i vicoli stretti e angusti del centro di Roma, soffermando la sua attenzione su personaggi atipici, a volte addirittura fuori tempo, costretti a lottare contro lo spazio che li circonda sia per scelta (la promessa del pugilato Fabio Mattei) che per pura necessità.

Cinema (o) verità

Enzo e Fabio sono una strana coppia. Vivono assieme in una grande casa al centro di Roma. Enzo è diventato un grande esperto e abile mercante d’arte del Novecento. Fabio è un pugile che sta consumando la possibilità di una carriera sportiva all’inizio promettente, ora destinata al fallimento. Enzo è omosessuale, Fabio non lo è per niente. Dunque la loro è una vita difficile: Enzo rispetta Fabio, Fabio rispetta Enzo, ma le loro tensioni contrapposte sono destinate ad esplodere in conflitti tanto violenti quanto irrazionali. È la storia di cinque anni di amore univoco, senza speranza. Anche Osho e Carletto sono una strana coppia: passano le giornate facendo piccole truffe. Per compiere i loro imbroglio si fingono poliziotti, girando insieme sulla loro autocivetta per le strade del centro. Il loro è un rapporto di irrisolta sopraffazione: Osho riesce a far commettere qualsiasi cosa a Carletto, che lo teme. Le due coppie vivono una vita parallela fatta di incomprensione e violenza. Ognuno di loro è a suo modo infelice e irrisolto, vittime della loro solitudine maschile! [sinossi]
La ragazza che viene d’oltreoceano vuole la supremazia
Osho il poliziotto

Il pugile e la ballerina è un film che lancia a se stesso e allo spettatore che vi si avvicina una serie pressoché infinita di sfide. L’opera prima di Francesco Suriano saetta via per i vicoli stretti e angusti del centro di Roma, soffermando la sua attenzione su personaggi atipici, a volte addirittura fuori tempo, costretti a lottare contro lo spazio che li circonda sia per scelta (la promessa del pugilato Fabio Mattei) che per pura necessità; lo sguardo del regista non sembra minimamente interessato alla tessitura narrativa della vicenda che sta mettendo in scena, quanto piuttosto appare rapito dalla volontà di descrivere il desiderio, la pulsione che si nasconde alle spalle di quello strano marchingegno sconosciuto e misterioso che abbiamo imparato a chiamare “amore”. Perché non esiste, a conti fatti, una risoluzione al desiderio all’interno della pellicola: non viene mai compiuto quel passo ulteriore, forse definitivo, che trascinerebbe il pugile Fabio e la ballerina Enzo nel vortice omoerotico che viene continuamente accennato, a volte addirittura palesemente annunciato, come nel caso del furibondo litigio che si scatena nella non-coppia in seguito al disinibito comportamento di Fabio con due amici del suo padrone di casa. Sospinto da una continua ricerca fenomenica della visione, Suriano accorpa il vero al falso, giocando con l’illusione alle spalle della macchina/cinema: prende una storia realmente accaduta (quella di Fabio ed Enzo) e la trasporta sullo schermo convincendo i protagonisti della vicenda a interpretare loro stessi, e la avvince a una trama di finzione, incentrata su una coppia di finti poliziotti dediti alla truffa, affidata alle cure attoriali di due cavalli di razza del teatro italiano come Marcello Mazzarella e Peppino Mazzotta. La scelta, di per sé effettivamente coraggiosa, non arriva in realtà mai alle estreme conseguenze, e le due storie si muovono parallele, sia nel tempo che nello spazio, sfiorandosi senza mai arrivare a integrarsi: i due mondi, la realtà e la finzione, si mantengono a un’onorevole distanza, e si guardano di sottecchi, quasi riconoscessero l’uno nell’altro i vizi, le virtù, le miserie e le glorie in cui sono costretti a sguazzare loro malgrado.

Suriano conduce le danze con un passo vagamente sottomesso, quasi avesse paura di spiare troppo da vicino i suoi personaggi, ed è forse questo uno dei problemi maggiori del film: laddove l’anomalia di una storia d’amore che esula da quelle che solitamente ci racconta tanto il cinema dei Moccia quanto quello solo apparentemente non allineato degli Ozpetek – cambia il sesso degli amanti, ma non la compiacente forma con cui ci viene mostrato -, avrebbe avuto il diritto di lanciarsi in un assolo finalmente libero di metriche e sintassi, tutto ci appare troppo calcolato, misurato. L’edulcorazione è un morbo potente e terribile, e Il pugile e la ballerina non riesce a sfuggirgli: così anche la vicenda di contrappunto, quella dei miserabili truffatori che si fingono poliziotti – e che poliziotti lo sono stati o hanno provato a esserlo senza riuscirvi -, languisce dietro lo specchio di un mondo malavitoso che si rifà al cinema classico (il Kubrick di Killer’s Kiss, il Siodmak di The Killers, il Tourneur di Out of the Past) ma non riesce in nessun modo ad ancorarsi al contemporaneo, al reale. A questo, e a una recitazione troppo disomogenea, si somma una messa in scena caotica, adagiata su un maremoto strutturale, tsunami narrativo che stravolge la prassi ma non riesce a trovare una nuova logica interna: la storia finisce dunque ben presto per dimostrarsi inintelleggibile, con lo spettatore in balia dei flutti. Tutti gli spunti interessanti che avevamo avuto modo di appuntare in precedenza vengono dunque smentiti, o per lo meno annacquati da questo marasma affabulatorio che si trasforma ben presto in un muro innalzato tra Il pugile e la ballerina e il pubblico. La storia si annoda su sé stessa, accartocciandosi come le esistenze ferite e allo sbando dei protagonisti, e veniamo ricacciati indietro, neanche fossimo degli ospiti sgraditi. Alla fine non sappiamo più a quale tempo dovremmo danzare, e ci è impossibile evitare i colpi che, in pochi istanti, ci condurranno al ko.

Info
Il pugile e la ballerina, il trailer.

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