Australia

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È il cinema che guarda dall’alto i personaggi di Australia e li protegge, li salva, li porta oltre l’arcobaleno, in un mondo che non è realmente vero, ma che vorremmo credere reale. Baz Luhrmann si dimostra cineasta sopraffino, capace di comprendere l’essenza del sogno e di rinnovarlo, trovando nuove traiettorie per la magia e la fascinazione.

Over the Rainbow

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, un’aristocratica britannica eredita un ranch sito in Australia. Quando i magnati del bestiame inglesi tentano di impadronirsi della sua terra, unisce le sue forze a quelle di un rude mandriano per condurre 2000 capi di bestiame attraverso centinaia di chilometri di terra desolata… [sinossi]

E così approda finalmente anche nelle sale italiane il nuovo film di Baz Luhrmann; l’arrivo nel belpaese dell’epopea che ha per protagonista la bella possidente inglese Nicole Kidman è stato anticipato, nel corso dell’ultimo mese e mezzo, da un numero non indifferente di news che spesso poco o nulla avevano a che fare con il risultato artistico della pellicola. Al di là dell’affermazione critica, piuttosto marcata, ricevuta in patria, Australia ha dovuto fare i conti con la comunità aborigena, offesa da alcune libertà prese dalla Kidman in occasione di un intervento televisivo, e con il ciarlare più deteriore che sembra accompagnare, quasi di prammatica, operazioni cinematografiche di questo tipo. Perché Australia è, prima di ogni altra cosa, un film estremamente coraggioso: e non solo nel dispiego di mezzi, verso cui il cinema di Luhrmann, così sovrabbondante, acceso, rutilante, non può assolutamente fare a meno, ma anche e soprattutto per la pervicace volontà, da parte del quarantaseienne cineasta, di portare a nuova vita un cinema che sembrava oramai irrimediabilmente defunto.
Quali sono stati, dopotutto, i titoli solitamente accostati ad Australia, se non Via col vento e – ma in maniera decisamente più spregiudicata e improvvida, a nostro modesto avviso – Titanic nella versione di James Cameron?

Al di là del fatto che permanga, nel codice genetico di Australia, una traccia in grado di connettere automaticamente questo mastodontico ritratto del nuovissimo continente ai due kolossal sovracitati (e in particolare all’epopea di Tara e della sua proprietaria Scarlett O’Hara), ci permettiamo di dissentire garbatamente da un apparentamento che rischia seriamente di dimostrarsi forzato fino all’eccesso. Australia non è “solo” una riesumazione dei kolossal d’antan, operazione nostalgica velatamente passatista nei confronti del cinema da ‘età dell’oro’, ma si pone un obbiettivo assai più alto e difficile da raggiungere: percorso narrativo costruito a più strati dallo stesso Luhrmann (coadiuvato in fase di sceneggiatura da Stuart Beattie, Ronald Harvood e Richard Flanangan), dipana l’intera lunghezza del suo corso in tre grandi frammenti, dotati a tratti quasi di una loro peculiare indipendenza. Se l’incipit e la prima ora possono essere ricondotti nei solchi di quel carnevale dell’eccesso e dello stupore, opera buffa della magnificenza che è con ogni probabilità il tratto distintivo più immediatamente riconoscibile dello stile di Luhrmann – a loro modo speculari a questo sono anche gli inizi di Romeo + Juliet e soprattutto Moulin Rouge! – si ha nella parte centrale un ardito slittamento verso l’avventura picaresca che si conclude, nell’ultima ora, in un melodramma fiammeggiante e disperato.

Tre zone cinematografiche, tre aree della settima arte che non hanno solitamente avuto modo di flirtare più di tanto; eccola la vera sfida di Luhrmann, già evidenziata nel suo cinema pregresso – e non sfugge da questa annotazione neanche il suo illuminante esordio, quel Ballroom che troppo spesso viene dimenticato in un angolo e che invece mostrò in nuce, la bellezza di diciassette anni fa, ciò che ora abbiamo davanti agli occhi – e che qui non mostra probabilmente il suo volto più “perfetto”, l’apice del suo tracciato autoriale, ma che senza dubbio si spinge con maggior forza verso una riscrittura del genere che fece grande l’Hollywood d’oro e di lustrini. Perché quello rimane il simbolo, l’icona, il sogno come lo definirebbero i protagonisti di Australia, verso cui protende Luhrmann: lo dimostra, in maniera indiscutibile e a tratti quasi troppo palese, il riferimento a Il mago di Oz di Victor Fleming – regista, ma guarda tu il caso, anche di Via col vento – più volte ripetuto all’interno della pellicola. Non si tratta più di mera citazione, come potrebbe apparire da principio, quando Nicole Kidman (sublime interpretazione, tra le migliori della sua carriera) canticchia Over the Rainbow al piccolo meticcio Nullah (l’esordiente Brandon Walters), ma più che altro della messa in scena di un vero e proprio deus ex machina: è il cinema che guarda dall’alto i personaggi di Australia e li protegge, li salva, li porta oltre l’arcobaleno, in un mondo che non è realmente vero, ma che vorremmo credere reale. Baz Luhrmann si dimostra dunque cineasta sopraffino, capace di comprendere l’essenza del sogno e di rinnovarlo, trovando nuove traiettorie per la magia e la fascinazione (sorprendente come anche le sequenze più “banali” vengano risolte da punti di vista imprevedibili): quella stessa arte che il regista riconosce al popolo aborigeno, motore immoto dell’intera vicenda, presenza/assenza che è, nella sua radice più profonda, la natura stessa dell’Australia.
Australia inizia con una morte e termina con il raggiungimento di un sogno. Metafora perfetta di un cinema produttivamente defunto capace di trasfigurare la sua lotta contro il ritmo della contemporaneità nel sogno. Perché, dopotutto, ciò che ancora conta è “raccontare una storia”.

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