Connected

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Chi ha detto che un remake sia sempre inferiore all’originale? Connected, che Benny Chan dirige con grande intelligenza rifacendo Cellular di David R. Ellis, dimostra il contrario. Un thriller d’azione dinamitardo, carico di tensione e al fulmicotone.

Una telefonata allunga la vita

Grace Wong è una giovane vedova che sta tornando a casa dopo aver accompagnato la figlia di sei anni a scuola. Mentre è alla guida, un veicolo colpisce la sua auto ed ella viene rapita. I rapitori si recano a casa di Grace dove uccidono la cameriera e avviano l’ispezione del luogo. Grace, rinchiusa in una casa abbandonata, riesce a riparare un telefono distrutto e prova così a chiedere aiuto a qualcuno. Riesce casualmente a mettersi in contatto con Bob, un padre single che per lavoro riscuote debiti. Bob ha promesso a suo figlio, il piccolo Kit-Kit, e a sua sorella, Jeannie, che li avrebbe incontrati all’aeroporto, prima che Kit-Kit prenda il volo per l’Australia. [sinossi]

Avete mai creduto alla fola secondo la quale è impossibile che un remake risulti superiore al film originale? Bene, oggi cercheremo di raccontarvene un’altra…
C’era una volta Cellular, thriller adrenalinico diretto da David R. Ellis e intepretato da Chris Evans e Kim Basinger: parlava di una donna rapita che riesce a contattare via telefono un ragazzo sconosciuto e, solo grazie a quel marchingegno moderno che è il cellulare, a convincerlo a salvare lei e la sua famiglia. Un prodotto anodino, neanche troppo inventivo da un punto di vista registico, di cui con ogni probabilità nessuno conserverà mai chissà quale memoria; la maggior parte del pubblico aveva stipato Cellular in un angolo della mente assai poco frequentato. A farne riaffiorare il ricordo è stato, non è neanche il caso di specificarlo, il rifacimento hongkonghese portato a termine da Benny Chan e inserito nel programma dell’XI Far East Film Festival di Udine. Non che ci si aspettasse granché da Connected (titolo scelto per la vendita internazionale, assai più sintetico del cantonese Bo chi tung wah): Benny Chan è un regista senza dubbio dotato, ma dai risultati decisamente altalenanti, come dimostrano i begli action Big Bullet e New Police Story e i mediocri What a Hero e Man Wanted. Uno dei tanti onesti mestieranti di quella grande industria cinematografica che fece grande la città-stato e che negli ultimi anni sembra vivere in uno stato di perenne crisi.

Crisi che non si avverte neanche per un momento in Connected: Chan affronta la sfida del remake nell’unica maniera possibile, senza lasciarsi sedurre dalla trappola hollywoodiana e volgendo invece lo sguardo senza indugi verso i grandi classici dell’action di Hong Kong. In questo modo Connected si trasforma ben presto in un confronto diretto tra due colossi dell’intrattenimento ad alta tensione: da un lato gli Stati Uniti, dove da un paio di decenni sono andati a svernare non pochi registi dell’area cantonese (John Woo, Andrew Lau, Ronnie Yu), dall’altro Hong Kong, in cui al di là dei nomi fatti poc’anzi, ancora si aggirano maestri del calibro di Tsui Hark e Johnnie To. La vittoria per il porto profumato è a nostro modesto avviso schiacciante: laddove Ellis sembrava indeciso sulla strada da prendere, puntando tanto sull’aspetto originale della vicenda – svolta per gran parte attraverso telefonate, sms e chi più ne ha più ne metta – quanto sulle sequenze più mozzafiato, Benny Chan pigia il piede sul pedale dell’acceleratore e non lo sposta mai neanche di un millimetro.
Connected è una corsa affannosa, rutilante e frastornante nella quale il cinema d’azione esplode in tutte le sue potenzialità: senza dimenticare mai il contrappunto ironico (dopotutto una delle sue migliori creature resta la commedia Rob-B-Hood, vista al festival di Venezia nel 2006), Chan si lancia a corpo morto, come i suoi personaggi, sfidando qualsiasi legge – umana e naturale – gli si possa porre di fronte come ostacolo.

Diretto con uno stile fulminante e un montaggio sincopato che dona sempre mille e più punti di vista dai quali spiare, seguire e anticipare le mosse dei protagonisti (brava Barbie Hsu, già vista in Silk di Su Chao-bin e The Ghost Inside di Herman Yau, ma addirittura strepitoso Louis Koo, che gli amanti di Johnnie To ricorderanno in Fat Choi Spirit, Election ed Election 2, Throw Down e Triangle), Connected regala almeno un paio di sequenze destinate a entrare di diritto nell’empireo del cinema d’azione mondiale. La prima è il lungo inseguimento in macchina con il quale Bob/Louis Koo cerca disperatamente di raggiungere la vettura in cui i criminali hanno sequestrato la figlioletta di Grace/Barbie Hsu: Bob guida l’automobile prima in un canale di scolo a dir poco angusto, poi contromano su un’arteria importante della città, quindi attraverso un camion che trasporta bottiglie. La seconda è la complessa messa in scena all’aeroporto, dove deve avvenire lo scambio pattuito tra i rapitori e Bob: come da prassi non tutto andrà per il verso giusto, e il terminale dei voli nazionali diventerà un vero e proprio campo di battaglia. Benny Chan sembra non avere freni inibitori, e si permette di tutto e di più: fra macchine che si rovesciano, persone che rischiano di cadere in burroni, sparatorie in villette a schiera eccetera, il suo cinema diventa il simbolo stesso della potenza dell’immaginario cinematografico. La sospensione di incredulità teorizzata da Samuel Taylor Coleridge nel 1817 è l’elemento essenziale per potersi avvicinare a un’opera come Connected e comprenderne senso e valore: come gli avi osservavano la lanterna magica vedendo al di là di essa infiniti e sconosciuti mondi (im)possibili, a volte anche oggi si deve accettare ciò che viene regalato (d)al cinema come fosse una fede. È senza dubbio una sfida non facile, e non per tutti i film vale la pena sforzarsi in tal senso. Nel caso di Connected sì.

Info
Il trailer di Connected.

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