Throw Down

Throw Down

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Throw Down, presentato nel restauro digitale come film di chiusura del Far East di Udine, è una delle opere più elegiache di Johnnie To. Un omaggio ad Akira Kurosawa che diventa anche nostalgico sguardo sulla perdita di memoria di Hong Kong, sull’onore e sul rispetto dell’altro. Struggente.

“Io faccio Sugata Sanshirō, tu fai Higaki”

Il manager di una sala karaoke e chitarrista Bo Sze-to è stato un campione di judo, prima di lasciare per motivi ignoti la disciplina e diventare un alcolista depresso e dedito al gioco d’azzardo. Il giovane judoka Tony arriva a destarlo dal suo torpore esistenziale sfidandolo ripetutamente a duello. Anche lo storico rivale di Bo, Lee Ah-kong, dichiara aperta la sfida per mettere la parola fine all’antica rivalità sportiva. C’è poi una ragazza taiwanese, figlia di un uomo d’affari, che sogna di diventare cantante ma è stata costretta alla prostituzione, un boss della mala che si fa chiamare “Selvaggio”, e l’anziano mentore di Bo che cerca di salvare il suo dojo e di lasciare in buone mani suo figlio affetto da ritardo, Ching, che finge di essere Sugata Sanshiro, l’eroe del film di Akira Kurosawa… [sinossi]

Throw Down ha fatto la sua apparizione l’ultimo giorno del Far East Film Festival 20, e con lui sul palco del Teatro Nuovo Giovanni da Udine c’era ovviamente Johnnie To, a ricevere l’applauso scrosciante della platea e il DCP del suo film restaurato in digitale dal festival insieme a L’Immagine Ritrovata di Bologna – al lavoro, con il colorista del film, c’è stata la divisione di stanza a Hong Kong. To si è detto felice del riconoscimento e del regalo (pur preferendo in ogni caso la pellicola), e la mente è volata lontano, indietro nel corso degli anni. All’handover del 1997, come sempre quando si tratta di cinema prodotto nella “città dei fiori” nell’ultimo ventennio, ma anche al 1998 e all’ardito Hong Kong Film Festival da cui germinò in maniera naturale il FEFF l’anno successivo: in quell’edizione numero zero interamente dedicata alla produzione cantonese venne proiettato anche All About Ah Long, l’ottavo lungometraggio di To prodotto nel 1989. E il regista di Throw Down è stato uno dei grandi, grandissimi protagonisti delle venti edizioni del festival, che ha selezionato nel corso del tempo A Hero Never Dies, Running Out of Time, i capolavori The Mission e PTU, le coregie con Wai Ka-fai (Help!!!, Needing You…, Fat Choi Spirit, Fulltime Killer, Love on a Diet, Running on Karma, Turn Left Turn Right, Mad Detective), e poi ancora Sparrow, Don’t Go Breaking My Heart, Romancing in Thin Air, quel Yesterday Once More girato dal regista proprio a Udine.
Fino ad arrivare per l’appunto all’omaggio di quest’anno. Un omaggio che riannoda i fili con un’altra esperienza fondamentale per il rapporto di Johnnie To con l’Italia, vale a dire la direzione veneziana di Marco Müller. Fu durante l’edizione 2004 della Mostra, la prima sotto l’egida di Müller, che Throw Down venne presentato fuori concorso al pubblico lidense e al popolo degli accreditati. E fu sempre al Lido che To tornò negli anni successivi con Exiled, il già citato Mad Detective e Life Without Principle.

A quattordici anni dalla sua prima proiezione veneziana Throw Down assume dei contorni ancora più definiti, e amplifica il senso di nostalgia negli occhi degli spettatori. Quell’abbattimento presente nel titolo – e che fa riferimento a uno dei colpi classici del judo – assurge a vero e proprio precipizio, orrido dal quale in qualche modo si salvano i protagonisti del film, ma non il cinema hongkonghese. Il fantasma dell’handover è sempre lì, dietro l’angolo, e non è un caso che la rappresentazione della città-stato appaia così volutamente artefatta, lontana dal reale, concentrata su pochi vicoli, su un viaggio in autobus, sull’esterno di locali dalle scritte sgargianti al neon che catturano l’occhio e una volta di più lo proiettano fuori dal concetto di naturale, lasciandolo però ancorato al vero. Non esiste forse film più dolente all’interno della filmografia di To, perché l’epica dello scontro diventa qui virtù quotidiana aggrappata a un concetto di onore e rispetto che non trova più appigli a Hong Kong. Non è più tempo di eroi, e la figura tragica di Sze-to, ex campione di judo diventato in un paio d’anni un alcolizzato schiavo del gioco d’azzardo, ne è la rappresentazione più evidente e palese: risvegliato dal suo torpore atletico, Sze-to ricostruisce se stesso pezzo dopo pezzo, senza andare incontro ad alcuna catarsi, senza doversi affidare a un cristologico martirio.
In Sugata Sanshirō, esordio alla regia di Akira Kurosawa che il film cita apertamente (il figlio ritardato di Cheng, maestro di Sze-to, si presenta a tutte le persone sfoderando la medesima frase: “Io faccio Sugata Sanshirō, tu fai Higaki”, in riferimento all’acerrimo nemico del judoka nel film di Kurosawa), tutta l’azione era concentrata sull’allenamento di Sanshirō, teso ad arrivare pronto al combattimento finale, uno scontro all’ultimo sangue su una montagna immersa nella tempesta; l’idea di combattimento, per Sze-to e per tutti i personaggi di Throw Down, è quella di un breve scontro tra amici, tra persone che si conoscono. Un momento di passaggio in cui saggiare la propria forza e, attraverso il rispetto per l’avversario, connettersi con il mondo esterno. Proprio quel rispetto che il protagonista di Kurosawa non riscontrava più nel judo – e un’affermazione del genere, nel Giappone impegnato nella Seconda Guerra Mondiale e all’apice del suo cruento militarismo, assumeva un’accezione politica dirompente.

Dolorosamente voltato verso il passato, alla ricerca di un umanesimo che non rintraccia più nella Hong Kong del nuovo millennio, To tratteggia il suo film come un’infinita corsa, una commedia che flirta con il noir e il film sportivo. I generi, paletto insormontabile altrove, vengono qui ibridati con una naturalezza che lascia stupefatti: il Selvaggio, il boss a cui Sze-to cerca in tutti i modi di sfilare i soldi che tiene in un borsello marrone, viene descritto come violentissimo e lo si vede sgarrare il petto di un suo dipendente per il solo fatto che è arrivato in ritardo nella consegna delle vincite alle scommesse sportive. Eppure questo barbaro malavitoso non solo non alza mai un dito contro Sze-to, ma gioca a sua volta un ruolo nel delizioso balletto orchestrato da To. Un musical senza musica. Come le eleganti movenze del judoka, anche i personaggi di Throw Down sembrano danzare, muovendosi a perdifiato per le strade di Hong Kong, ipotizzando coreografie struggenti nel locale gestito – poco e male – da Sze-to, dove i tagli di luce sembrano rimandare al noir ma i duelli sono solo verbali, come sentenzia una delle sequenze più armoniose e stupefacenti, con tutti i personaggi a battibeccare da un tavolo all’altro. Una sequenza che certifica una volta di più la capacità di To di maneggiare l’action senza bisogno di un’azione effettiva (si pensi alla sublime “demenza” rintracciabile in Fat Choi Spirit, per esempio).
Anche se forse nessun frammento del film potrà mai competere con l’incredibile sequenza che vede Sze-to e Mona – la ragazza taiwanese che è in perenne fuga dal padre alla ricerca della propria consacrazione come attrice o cantante – scappare con i soldi dalla bisca clandestina che l’ex campione di judo bazzica tra una bevuta e l’altra. In quella corsa, fatta di continui ritorni e di pause in cui tutti cercano di mettere le mani sui soldi che volano via dalle braccia della giovane, si nasconde il senso ultimo di Throw Down, commedia leggera che contiene al proprio interno il germe del pathos, film sportivo che gioca con il noir senza permettergli mai di prendere il controllo, omaggio al passato che è sia cinematografico che sociale. Immateriale e materiale. Un’opera liberissima, che veleggia leggiadra alla ricerca del proprio spazio, come il palloncino rosso incastrato tra le fronde di un albero e che spinge comunque naturalmente verso il cielo. In un film orizzontale come un combattimento judo To non dimentica la verticalità di una città che si sviluppa sempre in altezza, piano dopo piano, e costruisce una regia elegantissima e dichiaratamente artefatta. In un afflato di totale finzione, in un finale che ricompone i pezzi del puzzle disseminati durante il film – svicolando da qualsiasi minaccia del patetico di solito rintracciabile nel genere: ecco quindi che il glaucoma di Tony scompare prima ancora di poter davvero prendere corpo sullo schermo – si cela l’omaggio a “il più grande regista di sempre” ma prima ancora a una città, e a un modello produttivo che stavano già nel 2004 svanendo all’orizzonte. Oggi, con la Cina che ha finito di vincere la sua battaglia (senza codice d’onore e senza regole), il cuore di Throw Down appare ancora più sanguinante. Vivo e ucciso. Sconfitto e vitale.

Info
Il trailer di Throw Down.
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