Caregiver

Caregiver

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Il poliedrico Chito S. Roño torna al Far East di Udine con Caregiver, abbandonando le derive orrorifiche e concentrandosi su un dramma realista che racconta la vita all’estero di una donna filippina che cerca maggiori fortune fuori dalla madrepatria.

E partiva l’emigrante

Sarah insegna inglese in un liceo di Manila e suo marito Ted lavora all’estero in un ospedale di Londra. Lei vuole cambiare vita e finalmente spicca il volo: rinuncia a una promozione a scuola, lascia suo figlio Paulo alle cure dei nonni e diventa parte della forza lavoro che ogni anno vanno a lavorare all’estero in cerca di una vita migliore per realizzare i propri sogni. [sinossi tratta dal catalogo del Far East]

All’interno delle cinematografie presentate al Far East Film Festival di Udine, abbiamo sempre guardato con un certo sospetto quella filippina: è nella scelta di selezionare solo i film più direttamente commerciali dell’arcipelago con capitale Manila, evitando come la peste i prodotti che si avvicinano a una volontà estetica forte o autoriale (laddove per altre nazioni si ragiona diversamente, si veda la varietà di vedute che arriva da Giappone, Cina e Corea del sud), che si può rintracciare la “colpa” di un nucleo di opere solitamente abbastanza trascurabili. La musica non è cambiata neanche in  occasione di quest’undicesima edizione: una commedia anodina e dalle derive pericolosamente bigotte (My Only Ü di Cathy Garcia-Molina) e un melodramma storico dalle intenzioni spudoratamente nazionaliste (Baler di Mark Meily). L’unica speranza per risollevare le sorti della pattuglia filippina in Friuli risiedeva dunque nel terzo e ultimo film in concorso, Caregiver di Chito S. Roño, uno degli ospiti fissi della kermesse udinese.
Roño non è certo un signor nessuno, per quanto la sua carriera sia composta di una serie di saliscendi che neanche le più spaventose montagne russe possono permettersi: solitamente riconosciuto come maestro dell’horror di Manila (insieme al cinema di Rico Maria Ilarde), Roño ha presentato al Far East, nel corso degli anni, il dimenticabile La vida rosa, il non disprezzabile Feng Shui – durante uno degli Horror Day meno convincenti, inaugurato dal pessimo The Call 2 di Renpei Tsukamoto e proseguito con una galleria degli orrori che metteva in fila Zee-Oui di Nina Sudasna e Buranee Rachaiboon, Pontianak di Shuahimi Baba e Art of the Devil di Tanit Jitnukul – e il sufficiente Sukob. Al di là di questo, è senza dubbio uno dei cineasti più prolifici di Manila, con venti e passa anni di carriera alle spalle, durante i quali ha affrontato i generi più disparati; questo cappello introduttivo è reso a suo modo necessario per riuscire a contestualizzare un film come Caregiver, che correrebbe altrimenti il rischio di apparire una mosca bianca all’interno della produzione del suo autore.

Portare a termine un film su quella che può essere considerata a ragione una vera e propria diaspora – si considera che le Filippine siano la nazione con la percentuale più alta di emigranti a livello mondiale, considerando che abbandona la propria terra un decimo della popolazione – non è certo un’operazione facile: non tanto per lo sforzo produttivo di cui necessita (per una troupe di Manila affrontare una trasferta in Inghilterra comporta problematiche di non poco conto) quanto per quello emotivo. I filippini, come ogni popolo dopotutto, sono estremamente legati alla propria terra: ricordiamo ancora con un misto di tenerezza e commozione le decine e decine di immigrati da Manila e dintorni che presero d’assalto le sale del Festival di Torino del 2006 durante la retrospettiva dedicata a Lino Brocka – il più grande maestro del cinema dell’arcipelago – spinti fino alle lacrime dalla visione della propria patria.
Nel portare sullo schermo la storia di una donna che emigra, e che rifugge un eventuale ritorno a casa, vedendolo come un fallimento umano prima ancora che professionale, Roño dimostra un coraggio leonino: è questo aspetto ad averci convinto maggiormente, e lo ammettiamo senza difficoltà. Il personaggio interpretato da Sharon Cuneta, attrice di spicco dello star system di Manila al ritorno in scena dopo quattro anni di silenzio, rappresenta a suo modo una ventata di novità per quel che concerne il cinema mainstream delle Filippine: evitando le trappole della morale borghese che solitamente annienta ogni velleità personale, e avvicinandosi alla messa in scena del femminile che rese celebre proprio Lino Brocka (e un capolavoro come Bona dovrebbe essere riscoperto e studiato nei minimi particolari anche dalle nostre parti), ma anche Mario O’Hara e, in questi ultimi anni, Brillante Mendoza e Lav Diaz, Roño delinea un personaggio di donna forte, fieramente indipendente, decisa a non svendere in nessun modo la propria dignità. Peccato che il cineasta e lo sceneggiatore Chris Martinez non dimostrino la stessa finezza nel rappresentare il contesto che circonda Sharon e la comunità filippina di Londra nel suo complesso; molti dei passaggi chiave della pellicola sono appesantiti da una retorica debordante, in alcuni casi francamente posticcia, che rallenta di fatto l’azione e fa affiorare fastidiose velleità populiste.
Un peccato, certo, ma forse pretendere qualcosa di più e di diverso, e una visione meno manichea della vita, sarebbe stato chiedere troppo a un regista come Chito S. Roño, artigiano di non disprezzabile spessore, ma dalla mano non propriamente lieve. Rimane comunque l’impressione di un film a suo modo “importante” anche al di là dei suoi meriti squisitamente artistici: e allora, forse vale la pena accontentarsi.

Info
Caregiver, il trailer.

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