Soffocare

Soffocare

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Prima regia dell’attore e sceneggiatore Clark Gregg, Soffocare si mostra al pubblico come una commedia dissacrante, un film che smantella la convinzione della bontà umana fino a prova contraria, creando quella della malattia cronica della civiltà. Gli uomini, vili esseri fatti nient’altro che di budella, sono soltanto dei lungodegenti. Per tutta la vita.

Cose che Gesù NON farebbe

Uno studente di medicina fallito e sesso-dipendente, Victor Mancini, sfrutta le sue doti recitative per pagare le costosissime cure ospedaliere della madre. Victor, infatti, ogni sera, si reca in un ristorante diverso, dove finge di soffocare per farsi aiutare da qualche buon samaritano, che, una volta salvatagli la vita, lo mette sotto la sua ala protettiva donandogli di tanto in tanto qualche somma di denaro… [sinossi]

C’è chi affonda nei terreni viscidi e deformi della propria coscienza e chi su fondamenta sconnesse almeno prova a costruire qualcosa. C’è chi persegue il delirio come forma organica e organizzata di vita e chi mette in piedi il simulacro di un passato scomparso e ormai infetto, putrescente omaggio alle origini della propria specie. C’è questo in Soffocare. E poi ci sono i personaggi, gli attori, il regista, le maestranze, le luci, le macchine da presa, il set, il cinema.
Non si riesce a guardare in maniera disincantata e univoca il film d’esordio di Clark Gregg, attore americano (tanti ruoli in numerose serie tv, da Law and Order a West Wing), sceneggiatore de Le verità nascoste, e ora regista indipendente che, partito dal Sundance 2008, ha visto il suo primo lavoro riempire le sale in quasi tutto il mondo.

Soffocare è per forza di cose connesso al romanzo da cui è tratto, opera omonima di Chuck Palahniuk, forse il miglior testo creato dallo scrittore statunitense. Non si può distinguere in maniera netta i due testi in quanto Gregg cerca di essere il più fedele possibile al libro di Palahniuk, ricostruendo sullo schermo tutte le sequenze principali presenti nel romanzo, senza riadattare, senza forzare, senza tradire, tranne che in una breve sequenza del finale, in un continuo scambio che si avverte tra le due opere.

Victor Mancini è un bastardo che finge di soffocare nei ristoranti per poter ricevere aiuto, e poi soldi, dai suoi soccorritori e pagare così le spese mediche di sua madre. Fa credere di voler essere amato per ottenere di che vivere e ciò che sorprende è che riesce a piangere così felicemente tra le braccia di chi lo salva. Victor è rappresentato così come lo immaginiamo dal libro: smilzo, un po’ emaciato, aria scontrosa e cinica, capelli non curati e spregiudicata fantasia erotica, dimesso figurante del parco a tema Colonial Dunsboro, puntigliosa riproposizione di un villaggio del 1734. Sam Rockwell lo interpreta magnificamente.
Sua madre, una Anjelica Huston stranita e sconvolta dalla malattia mentale, in punto di morte vuole confessargli la verità sulle sue origini, ma l’Alzheimer non le permette di riconoscerlo quando riceve le sue visite e il momento fatidico slitta sempre più avanti.
Page Marshall, dottoressa della clinica in cui la donna è rinchiusa, si propone di tradurre dall’italiano il suo diario per dare a Victor La risposta. È da questo triangolo che si innesca il meccanismo di autodistruzione di Victor. Page lo convince di essere nato dal risultato di un assurdo esperimento scientifico a cui si è sottoposta sua madre, essere fecondata da spermatozoi ricavati dalla clonazione del DNA di una reliquia sacra trafugata: il prepuzio di Gesù. Victor sarebbe il figlio di Dio. L’assurdità è tale che sembra vera.
Inseguendo il suo passato Victor si disinteressa totalmente al suo presente, abbassandosi sempre più, appiattendosi, spiaccicandosi, deformandosi agli occhi del mondo, in un susseguirsi di pratiche sessuali estreme e di azioni spregevoli, le cose che Gesù non farebbe, per provare a se stesso di essere cattivo, malvagio, perché in un mondo come quello in cui viviamo non c’è spazio per buone azioni, romanticismo, felicità.
Ma soffocando nei ristoranti, donando quei pochi secondi di coraggio e di eroismo a chi lo soccorre, Victor compie del bene senza accorgersene. Del ripugnante bene nella società dell’egoismo, dove se non hai una dipendenza (dal sesso, dalla droga, dal gioco d’azzardo, dall’amore) non sei nessuno e se non ti senti prima perduto non potrai mai salvarti. Ma il bene non viene dal cervello, non è razionale, è qualcosa che sgorga dalle viscere (elemento fondamentale del romanzo e del film), che non controlli, che non decidi. Quindi meglio cercare di andare avanti restando se stessi, provando a seguire l’istinto come Danny, il migliore amico di Victor, onanista patologico che diventa una specie di profeta laico, e costruire pietra su pietra quello che sarà del proprio destino, senza stare troppo a chiedersi cosa si vuole raggiungere, perché in fondo è il percorso la cosa necessaria.

Soffocare si mostra al pubblico come una commedia dissacrante, un film che smantella la convinzione della bontà umana fino a prova contraria, creando quella della malattia cronica della civiltà. Gli uomini, vili esseri fatti nient’altro che di budella, sono soltanto dei lungodegenti. Per tutta la vita. Una malattia dalla quale non si guarisce con i gruppi di ascolto o con le medicine, né con le terapie o affrontando il proprio super-io in sedute di psicoanalisi. Una patologia con cui bisogna convivere, una herpes latente che quando meno te l’aspetti crea bubboni infetti sulla pelle che non è possibile nascondere.

Info
Il trailer di Soffocare.

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