Accident

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Accident porta in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia il cinema di Cheang Pou-soi, regista quasi completamente sconosciuto in Italia ma in grado di ritagliarsi un ruolo di tutto rispetto nel sistema produttivo di Hong Kong. Prodotto dalla Milkyway di Johnnie To questo thriller urbano non riesce però a mantenere le attese giustificate anche da un notevole incipit.

Pericolo di eclisse

Brain, a capo di una banda che organizza omicidi facendoli passare per pura casualità, è ossessionato dalla morte della moglie avvenuta durante un incidente stradale. Quando si convince di essere a sua volta vittima di qualcuno che opera con le sue stesse modalità criminali, cade preda della paranoia… [sinossi]

All’interno di un concorso ufficiale che fino a questo momento ha inanellato una serie di titoli che resteranno, è certo, nella memoria cinefila collettiva, si è mosso in decisa controtendenza Accident (titolo scelto per il mercato internazionale in vece dell’originale Yi ngoi), decimo capitolo della filmografia di Soi Cheang (o Cheang Pou-soi), cineasta hongkonghese poco noto in Italia – ma qualcuno si stupisce ancora, data la proverbiale ignoranza della critica italiana nei confronti delle pellicole provenienti dall’estremo oriente? – ma capace di ritagliarsi un posto di tutto rispetto nel caotico mondo della settima arte prodotta nella città-stato. Cheang è arrivato a concorrere per il Leone d’Oro dopo una gavetta durata una decina d’anni, lasso di tempo in cui ha avuto modo di mettersi in mostra per una non comune versatilità artistica: dall’esordio Diamond Hill a oggi, il regista hongkonghese ha attraversato con i suoi film i più disparati generi cinematografici, dalla fantascienza ibridata con la commedia demenziale (Hidden Heroes) alla storia d’amore virata in action (Love Battlefield), fino ad arrivare all’horror psicologico con intuizioni lynchiane (il solitamente sottostimato Horror Hotline… Big Head Monster).

Si rende però a questo punto doverosa una precisazione: non siamo intenzionati a muoverci in direzione di una valutazione acritica della carriera di Cheang, e ammettiamo senza alcun problema che fino a questo momento la sua verve creativa abbia dimostrato di far capolino a singhiozzo. Non aspettatevi da tutti i titoli che vi abbiamo elencato fino a questo momento chissà quale miracolo cinematografico, perché non stiamo parlando di un autore infallibile, tutt’altro; allo stesso tempo è però giusto rimarcare come le aspettative riposte in Accident siano state a conti fatti in buona parte tradite. I motivi per aspettarsi da Cheang un vero e proprio colpo di coda erano più d’uno: già solo la presenza in Concorso aveva alimentato false speranze, senza contare il cast di prim’ordine che il film può sfoggiare (Louis Koo, Lam Suet, Michelle Ye), la produzione affidata alla Milkyway di sua maestà Johnnie To e soprattutto la memoria dello splendido Dog Bite Dog, miracoloso dramma action del 2006, a tutt’oggi l’opera più compiuta portata a termine da Cheang insieme a Love Battlefield.

A dir la verità, Accident parte nel migliore dei modi: la testa di una donna, in dettaglio e al ralenti, spacca il parabrezza di un’automobile, finendo – con il resto del corpo – sul cofano, oramai esanime. Di seguito, un arzigogolato piano ordito da un gruppo di persone permette di far passare l’omicidio di un membro della Triade per un bizzarro incidente dagli esiti tragici. La messa in scena è folgorante – elemento che contraddistingue l’intera pellicola, e che ci permette di affrontare con occhio maggiormente benevolo l’aspetto critico -, il ritmo serrato, la violenza deflagra d’improvviso senza alcun tipo di mediazione. L’impressione è quella di trovarsi di fronte ai thriller-noir metropolitani nei quali la produzione hongkonghese ha da sempre dimostrato di sguazzare con una classe non indifferente, e per una buona mezz’ora l’illusione regge perfettamente, grazie anche alla già citata forma estetica in cui è incorniciata la vicenda. Poco per volta, però, ci si inizia a rendere conto di come la struttura narrativa orchestrata in fase di sceneggiatura da Szeto Kam Yuen (Expect the Unexpected, A Hero Never Dies ed Exiled sono tre film che da soli valgono un’intera carriera) e Nicholl Tang (già al lavoro per Cheang nell’inconcluso horror Home Sweet Home) perda inesorabilmente colpi, finendo ben presto per girare a vuoto. Col risultato di avere a che fare con una splendida canzone che si è bloccata su un preciso punto e non fa che ripeterlo all’infinito: tutti vorrebbero sentire il ritornello e la conclusione, privilegio che non ci è però concesso. Più Accident va avanti, meno le defaillance che ne minano il corpo trovano giustificazione: e anche il tentativo di innervare la vicenda spostando l’attenzione sulla paranoia di cui è oramai caduto preda il protagonista, si rivela un clamoroso buco nell’acqua, per non parlare del finale – con tanto di eclisse di sole – più adatto a uno dei paradossi morali in cui erano soliti cimentarsi i telefilm horror di un tempo che a un’opera di queste ambizioni.
Insomma, si resta con l’amaro in bocca e con la spiacevole sensazione di essere stati in fin dei conti menati per il naso per un’ora e mezza. Un menare il naso piacevole agli occhi, certo… Ma è forse una consolazione?

Info
Il trailer di Accident.
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