Je suis heureux que ma mère soit vivante

Je suis heureux que ma mère soit vivante

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Claude Miller torna a raccontare con Je suis heureux que ma mère soit vivante le mortifere turbolenze nei legami tra genitori e figli, sponsorizzando l’esordio del figlio Nathan che per la prima volta si cimenta nella regia di lungometraggio.

Sedotto e abbandonato

L’innamorato è Thomas, affascinato e sedotto, appena nato, dalla giovane madre, dalle morbide forme del corpo di lei, dalle sue mani calde, dalle sue colorate e rassicuranti vesti scollate. Una madre troppo giovane e troppo irresponsabile per riuscire a tenere il figlio con sé. Thomas cresce con la famiglia adottiva insieme al fratellino, approdando all’età adulta tra mille tormenti, in preda al più terribile complesso dell’abbandono. Fronteggiare la madre biologica diventa prima un semplice desiderio, poi una necessità impellente, fino a quando il volto della donna, ancora fatalmente simile a quello di decenni prima, non scatena un’attrazione morbosa e una violenza profonda e nera come il lungo doloroso silenzio di Thomas. [sinossi]

Claude Miller viene da un’onorevole carriera. Formatosi accanto ad alcuni tra i più grandi autori del cinema francese (Bresson e Truffaut i più illustri) torna a raccontare con Je suis heureux que ma mère soit vivante le mortifere turbolenze nei legami tra genitori e figli, sponsorizzando l’esordio del figlio Nathan che per la prima volta si cimenta nella regia di lungometraggio. Il progetto sulla carta è una rischiosissima collezione di clichè strappalacrime da melodramma d’antan. La mano leggera e sapiente di Claude Miller però sfrutta ogni nodo narrativo per costruire dispositivi d’immagini e di suoni raffinati e complessi. Così riesce nel disegno netto della relazione ossessiva che lega Thomas al corpo di Julie, la madre bambina che agli occhi del ragazzo è colpevole d’averlo rifiutato insieme al fratello per rincorrere l’amore di altri uomini. Nonostante qualche piccolo indugio un po’ superfluo, i due Miller raccontano con esemplare razionale essenzialità: non concedendo nulla né ai facili sentimentalismi e neppure ai mille possibili rivoli di indagini psicologiche facilmente volgari, regia e sceneggiatura lavorano insieme all’intenso tratteggio della traiettoria esistenziale d’un protagonista enigmatico eppure pieno d’umanità. Anche i personaggi dei due coniugi che adottano Thomas insieme al fratello minore, di fatto non indispensabili all’impianto del film, sono trattati con cura, ritagliati della giusta misura, piccoli e tondi a fare da sponda al protagonista e concedere un più ampio respiro alla sua vicenda. Nella cura per la ricerca del giusto dettaglio, nell’esattezza degli scambi campo/controcampo, nella moralità alta e asciutta del film sembra di scorgere l’insegnamento di Robert Bresson. Più di tutto nella discreta ma fibrillante perlustrazione del volto del protagonista sembra di scoprire un’eredità ben investita, l’insegnamento d’un vecchio che si fa nuovo nelle mani del discepolo, un percorso di ricerca che si modifica ma prosegue, tentando d’essere all’altezza del presente.

Je suis heureux que ma mère soit vivante ondeggia con rapidità violenta dall’intimo lirismo del ricordo, alla cronaca scarna e puntuta del presente. In mezzo c’è il dolore di Thomas e il lungo tempo che separa il desiderio dal corpo desiderato, la ricerca inquieta d’uno sguardo che non smette la propria disperata nostalgia. Il ragazzo che fin dall’infanzia aspetta l’abbraccio della madre, la cerca e la trova ormai adulto, senza quasi riuscire a toccarla. A ogni avvicinamento segue sempre il riprodursi d’una distanza che sembra incolmabile, insuperabile. Quando Thomas alla fine si avventa sul corpo della mamma, dopo averlo lungamente contemplato, le coltellate – esplosivo, erotico e conclusivo gesto di compassione per sé ma anche per la giovane donna – sembrano l’unico sollievo possibile. Dopo questo gesto – nel quale icasticamente si riassume la relazione tra eros e thanatos – i due sguardi sembrano potersi riconciliare e ricongiungere nella nuova apertura dell’amore. Nell’ultima inquadratura dentro il corridoio della prigione di Thomas risuona chiara l’eco del finale di Pickpocket.

Info
Je suis heureux que ma mère soit vivante, un trailer.

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