Viola di mare

Viola di mare

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Viola di mare, secondo lungometraggio di Donatella Maiorca dopo Viol@, dà voce allo scontro fra sentimento e codici sociali, attraverso un paradigma classico dell’amore impossibile che stavolta ha il volto segnato dal disagio ma anche dalla speranza di due giovani lesbiche chiuse in una comunità che si rapporta con difficoltà a ciò che appare “diverso”.

I “maschi” innamorati

Nell’aspra Sicilia patriarcale di metà Ottocento, Angela sopravvive allo scandalo della propria omosessualità e all’odio del padre-padrone, solo accettando di fingersi uomo, grazie alla complicità della madre e a quella del parroco del paese che le cambia nome e sesso all’anagrafe. Dal libro di Giacomo Pilati “Minchia di re”. [sinossi]

Angela e Sara, nella brulla Sicilia della seconda metà dell’Ottocento, si amano: le travolge una passione intensa, affannosa, palpitante. Un amore saffico che sboccia in Angela sin dall’infanzia e che dopo anni di lontananza finisce per coinvolgere anche Sara quando, dopo aver trascorso un lungo periodo sul continente, tornerà nell’isola natìa: così le due giovani donne sceglieranno di combattere l’ipocrisia e l’ottusità di un padre padrone e dell’intera comunità, difendendo la propria libertà di essere e di agire.
Viola di mare, secondo lungometraggio di Donatella Maiorca dopo Viol@ (bisogna constatare una certa predisposizione alla monocromaticità nei titoli scelti dalla regista messinese) dà voce allo scontro fra sentimento e codici sociali, attraverso un paradigma classico dell’ “amore impossibile” che stavolta ha il volto segnato dal disagio ma anche dalla speranza di due giovani lesbiche chiuse in una comunità che si rapporta con difficoltà a ciò che appare “diverso”.
Dopo aver raccontato l’esperienza del sesso virtuale e alienante in Viol@, la Maiorca setaccia le emozioni, le gioie e i dolori intrecciate alla vicenda di Angela e Sara: un amore semplice, puro, vissuto in faccia al vento e alle onde, reso complicato dalla violenza di un padre dapprima restio nell’accettare la femminilità della propria figlia e poi incapace di gestirne le scelte sentimentali, mentre sullo sfondo si moltiplicano gli sguardi inquisitori degli abitanti di una piccola isola dove tutti si conoscono e tutti silenziosamente si giudicano.

La tematica affrontata da Viola di mare è complessa e sfaccettata, particolarmente attuale soprattutto in un periodo come quello contemporaneo nel quale la paura e l’ostilità nei confronti del “diverso” continuano a rappresentare degli ostacoli apparentemente insormontabili: eppure il film della Maiorca arranca, insegue affannosamente le vicende delle protagoniste che si susseguono con estremo schematismo. La causa probabilmente è da individuarsi in una sceneggiatura troppo rigida, che ricalca sempre gli stessi modelli, riproponendo quindi scene e sequenze troppo simili le une alle altre, innescando uno spiacevole senso di ripetitività e prevedibilità.
Il cast (che inanella una serie di volti noti del cinema italiano, dalle protagoniste Valeria Solarino e Isabella Ragonese, a Ennio Fantastichini e Maria Grazia Cucinotta, per citarne solo alcuni) cerca di trasferire verità ed emozione al di là dello schermo ma troppo spesso sembra perdersi nello stereotipo dei ruoli, cristallizzandosi in espressioni sempre troppo paradigmatiche che minano l’autenticità dei personaggi.
Il rapporto intenso, poetico e straziante fra Angela e Sara sembra quasi possa vantare vaghe assonanze con le tragedie classiche: il soggetto del film è ispirato in realtà dal romanzo di Giacomo Pilati Minchia di Re, il nome siciliano attribuito alla donzella di mare (anche detta “viola di mare”, da cui il titolo del film), un pesce piuttosto comune nei mari siciliani che nel corso della propria vita cambia sesso, tanto da guadagnarsi la fama di ermafrodito. In effetti nel libro (liberamente tratto da una vicenda realmente accaduta nell’800 a Favignana) così come nel film, si assiste a un’autentica metamorfosi esteriore di Angela, vero cardine attorno al quale ruota l’intera vicenda: la giovane camufferà la propria femminilità fingendosi uomo per poter amare liberamente la sua Sara, per scongiurare lo scandalo della propria omosessualità. Sarà la seconda parte del film ad aprirsi verso svolte (parzialmente) inattese.

Viola di mare apre uno squarcio su una Sicilia dove una bugia costruita attorno al potere è l’unico stratagemma per non sconvolgere una comunità: la menzogna, la maschera, l’artificio sono l’unico, superficiale mezzo attraverso il quale far sopravvivere con stabilità le piccole grandi certezze sulle quali si fonda un nucleo arcaico, dominato dal timore e dalla referenza nei confronti dell’autorità.
L’elemento umano e quello naturale convivono fino a fondersi in un ambiente estremamente suggestivo, dove fra cave di tufo, arbusti, scogli e mare si incontrano profumi, sapori, colori diversi: è una Sicilia intensa quella che passa attraverso l’obiettivo, sebbene spesso tratteggiata con uno stile che finisce per ricondurla ai classici stereotipi (coppole, omertà…). La colonna sonora, firmata da Gianna Nannini e Wil Malone, si avvale della commistione non sempre particolarmente felice fra reminescenze classiche e incursioni pop-rock: l’elemento musicale però stride con la rappresentazione visiva e con lo svolgersi della narrazione, risultando talvolta addirittura quasi molesto.
Donatella Maiorca si inoltra in un viaggio attraverso la sofferenza che esorcizza ulteriori dolori, un sentiero inerpicato nel quale i sentimenti sono messi a dura prova dalle circostanze: peccato che il progetto non risulti del tutto convincente e che non sappia forse mettere a frutto al meglio le potenzialità di una vicenda umana tanto ricca di vita, di morte e di rinascita.

Info
La scheda di Viola di mare.

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