Under the Mountain

Under the Mountain

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L’opera seconda del neozelandese Jonathan King, Under the Mountain, delude profondamente le attese. Al Future Film Festival del 2010.

Sette vulcani per sette Wilberforce

I gemelli Rachel e Theo Matheson, dopo aver perso la madre in un incidente automobilistico, vengono spediti dal padre a casa degli zii, ad Auckland. Indagando sulla decrepita e lugubre casa vicino alla loro, i giovani gemelli scoprono i Wilberforce, creature cambia-forma che si nascondono sotto i vulcani spenti attorno ai quali è costruita Auckland. Guidati dal misterioso mr. Jones e con l’aiuto del cugino Ricky, i gemelli dovranno riattivare gli speciali poteri che possedevano un tempo, per distruggere questo antico male prima che annienti la Terra… [sinossi]

Quando venne alla luce Black Sheep, delirante e spassosa incursione nell’horror e nello splatter con protagonisti centinaia di ovini assetati di sangue, l’impressione fu quella di trovarsi di fronte a un nipotino del Peter Jackson degli esordi. Dopotutto anche Jonathan King, come il regista di Braindead e Lovely Bones, è un giovanotto neozelandese di belle speranze. Se queste ultime non sono state spazzate via in toto dall’arrivo sugli schermi dell’opera seconda Under the Mountain, si può dire che c’è davvero mancato poco. Di Under the Mountain si parlava già un paio di anni fa, per quanto del progetto non si sapesse poi molto, al di là della sua collocazione nei solchi della cinematografia horror e della partecipazione al progetto di una gloria locale come Sam Neill. Due elementi, questi, su cui sarebbe forse necessario soffermarsi con maggiore attenzione: se l’intervento in scena di Neill può essere davvero considerato un favore dell’attore a King, e il suo personaggio (per quanto centrale) risulta essere a conti fatti uno di quelli maggiormente sfocati nel contesto generale della pellicola, la realtà dei fatti dimostra come Under the Mountain non riesce a rientrare in pieno in un campo pur vasto come quello del cinema dell’orrore. A negargli il visto d’ingresso è una messa in scena che, preoccupata di riuscire a edificare una struttura adeguata anche a un pubblico minorenne, evita di fatto qualsiasi incontro ravvicinato con gli aspetti più truculenti della vicenda narrata. Ciò che ne viene fuori è un prodotto ibrido, che freme dalla voglia di mostrare e si vede costretto in continuazione a castrare i propri desideri. A risentire direttamente di questo approccio indeciso è il ritmo stesso del film: Under the Mountain è un film che, a un incipit decisamente folgorante (sia la sequenza ambientata nel 1879 sia quella in cui vengono introdotti i due giovani protagonisti funzionano alla perfezione) e ben calibrato, fa seguire una corsa a perdifiato verso la conclusione. Il ritmo si fa decisamente diseguale, a scapito di una narrazione già di per sé non propriamente oliata. Ogni passaggio viene sempre risolto nella maniera più sbrigativa possibile, ulteriore sintomo dell’insicurezza di fondo con cui King si trova ad affrontare una materia, quella del fantasy per ragazzini, che probabilmente non gli si confà: il timore di portare a conclusione un prodotto inadatto al target fissato in partenza, costringe il regista a lavorare di sottrazione laddove al contrario sarebbe stato necessario dare sfogo alle più profonde e sincere capacità immaginifiche per sopperire a un

a sceneggiatura decisamente esile. Un’evidente dimostrazione di quanto appena affermato la si può rintracciare nel modo in cui vengono trattati i Gargantua, mostri che dormono alle radici dei vulcani e che sarebbero in grado di fare un boccone di interi mondi, se solo potessero risvegliarsi: il pubblico viene reso edotto della loro esistenza, prima verbalmente (in un breve monologo di Neill/Mr. Jones che sottolinea ulteriormente la volontà di semplificare il più possibile la questione da parte dell’autore del film) e in seguito visivamente, ma la partecipazione di queste orribili creature a Under the Mountain si ferma qui. Una comparsata e poco più.
È davvero un peccato che King non abbia avuto il coraggio di spostare l’atmosfera del film in territori più tenebrosi e chiaroscurali, perché Under the Mountain rischia davvero di essere ricordato come un esperimento incapace di soddisfare le voglie sia dei più piccoli – che potrebbero non appassionarsi alle vicende dei due gemelli, vista la già citata semplificazione della scrittura che va a corrodere le capacità empatiche dei personaggi – sia del pubblico più maturo, che non ha materiale al quale attaccarsi. Anche perché le potenzialità per sfornare un nuovo gioiellino il giovane cineasta neozelandese le aveva, e lo si evince da alcune sequenze effettivamente coinvolgenti che, di quando in quando, trovano spazio all’interno della pellicola. Ma la casualità non è certo un punto a favore per un film che dovrebbe fare della compattezza il suo punto di forza. King avrà sicuramente molte altre occasioni per tornare a essere considerato il nipotino di Peter Jackson, ma il consiglio che viene naturale dargli, qualora avesse ancora intenzione di confrontarsi con una materia come quella trattata in Under the Mountain, è di andarsi a ripescare The Faculty, ironico e spaventoso omaggio alla fantascienza che rappresenta uno dei punti più alti raggiunti in carriera da Robert Rodriguez, grazie anche alla sceneggiatura di Kevin Williamson. Una penna, quella di Williamson, che forse avrebbe trasformato Under the Mountain in un film di culto; ma queste sono divagazioni che lasciano il tempo che trovano. La speranza è che la carriera di King riparta da Black Sheep: perché i gemelli avranno anche salvato il mondo, ma se tremiamo ancora di fronte alle pecore qualcosa vorrà pur dire…

Info
Il trailer di Under the Mountain.
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