Surviving Life

Surviving Life

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La riflessione sulla psicanalisi, di fondo il primario degli obiettivi di Surviving Life, è carica di un surrealismo amaro, ma ancora ben lontano dal lasciarsi assuefare dalla corruzione del reale: come un’Alice nascosta al di là dello specchio Švankmajer pone una volta per tutte il confine tra il mondo del raziocinio e quello del potere dell’Idea.

La teoria della vita nella pratica del sogno (e viceversa)

Eugene, un uomo sulla via della vecchiaia, vive una doppia vita, reale e immaginaria. Visita uno psicanalista, che prova a interpretare il significato dei suoi sogni. Eugene trova un modo per entrare a piacimento nel mondo dei suoi sogni e scopre finalmente la verità sulla sua infanzia e su ciò che accadde ai suoi genitori. Quando infine la moglie lo costringe a decidere tra realtà e sogno, la sua scelta cade sul sogno… [sinossi]
Cara immaginazione, quello che più amo in te è che non perdoni.
André Breton, Manifesto del Surrealismo

Nel commovente e delicato percorso a ritroso nella memoria del protagonista di Surviving Life (Prezít svuj zivot), sesto lungometraggio di Jan Švankmajer, è impossibile non scorgere la dolorosa ricerca dell’elaborazione del lutto dell’amata moglie Eva Švankmajerová, morta nel 2005 poco dopo la fine della lavorazione di Lunacy (Šílení) e sua fedele collaboratrice fin dai tempi di The Last Trick (Poslední trik pana Schwarcewalldea a pana Edgara, 1964). Ancor più che nelle opere del recente passato, appare infatti doveroso rapportarsi all’ultima creatura partorita dalla fervida mente del geniale cineasta ceco con la stessa attenzione e il medesimo sguardo che si dedicherebbe a un’autobiografia. La storia dell’ottuagenario Eugene (interpretato da Václav Helšus), diviso tra il grigiore ordinato e malsano della realtà e il prorompente – per quanto intimamente squarciante – anarchismo destrutturato e visionario del sogno, acquista, nell’ottica di uno scavo (auto)psicanalitico, un pathos e un nitore che con troppa facilità gli sono stati disconosciuti a ridosso della proiezione veneziana dello scorso settembre.

Non vi è alcun dubbio che nel corso di Surviving Life l’incessante vomitare dell’anormale (nel senso più stretto di negazione della norma) sia protratto a tal punto da correre il rischio di divenire insostenibile anche per lo spettatore più appassionato, e allo stesso tempo è certo che non ci si trovi di fronte al capo d’opera di Švankmajer, ma sarebbe anche sciocco e limitante ridurre l’intera riflessione su un universo così magmatico e complesso a un misero gioco di paragoni con il decennale percorso autoriale del regista. Allo stesso tempo, anche ristagnare in un giudizio legato a doppio nodo agli intimi sentimenti dell’autore di Alice e Little Otik parrebbe altrettanto limitativo: Surviving Life possiede una propria forza immaginifica che lo eleva ben al di sopra dei discorsi appena accennati. Švankmajer non abbandona le tecniche a lui care, e pur lavorando in forma quasi esclusiva su materiale fotografico, inonda letteralmente la pellicola di movimenti in stop motion, accelerazioni, fotomontaggi, sovrimpressioni: un metodo di narrazione visiva che lo ha reso uno dei maestri indiscussi dell’animazione europea e mondiale. La riflessione sulla psicanalisi, di fondo il primario degli obiettivi di Surviving Life (per quanto non l’unico, e forse persino nemmeno il più interessante), è carica di un surrealismo amaro, ma ancora ben lontano dal lasciarsi assuefare dalla corruzione del reale: come un’Alice nascosta al di là dello specchio – e il romanzo di Carroll resta, ancora oggi, la sua lettura fantastica preferita – Švankmajer pone una volta per tutte il confine tra il mondo del raziocinio e quello del potere dell’Idea. Una creazione che diventa ricreazione (in quanto messa in scena ludica di un universo ridicolizzato, crudelmente sbeffeggiato), ma anche e soprattutto ri-creazione di un percorso umano: il viaggio di riscoperta della propria esistenza, per quanto intriso di fantastico, si delinea a conti fatti come l’atroce e insostenibile rimosso di un abominio, un dolore dal quale non si può uscire indenni. Ed è per questo che Eugene rinasce, in un finale catartico ed evanescente in quanto irrisolvibile (e questa riflessione teorica sull’inadeguatezza stessa dell’essere umano al mero esercizio del grigio raziocinio avrebbe trovato un suo naturale sostenitore nei padri del Surrealismo), proprio nel sangue che prorompe dalle vene squarciate di sua madre. Sua madre che è sua moglie, ed è anche l’oggetto del desiderio raggiungibile solo attraverso la propria immaginazione. Carico di una riottosità imbastardita e mai conciliante, e di un humor nero che non riesce a evadere dalle cupe sbarre del pessimismo (come evidenzia la stessa immagine-feticcio del film, vale a dire il cranio di Švankmajer in persona che si spacca in due parti scoprendo al suo interno il volto della morte), Surviving Life è un film ostico, in cui la narrazione arranca maledettamente dietro il volo pindarico della fantasia, ultima utopia (ir)realizzabile.

Nell’incipit è sempre Švankmajer a spiegare come la lavorazione in stop motion derivi esclusivamente dalle ristrettezze economiche cui il film ha dovuto far fronte: estremo sberleffo di un cineasta ancora convinto, come scrisse quasi novant’anni fa André Breton, che “la sola parola libertà è tutto ciò che ancora mi esalta”.

Info
La filmografia di Jan Švankmajer su Imdb.
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