Heaven’s Story

Heaven’s Story

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Takahisa Zeze tenta con Heaven’s Story un racconto megalitico, stratificato, universale. Un’opera magmatica e affascinante. Alla Berlinale 2011.

My Life in a Bush of Ghosts

Sato, una bambina di otto anni la cui famiglia è stata trucidata da uno psicopatico che in seguito si è suicidato, viene a sapere di un uomo che ha giurato di vendicarsi dell’uomo che gli ha ucciso sua moglie e sua figlia. Per otto lunghi anni, lei aspetta che l’uomo mantenga la sua promessa, poi prende l’iniziativa da sola, dando il via ad una tragica catena di eventi… [sinossi]

Il nome di Takahisa Zeze, pressoché mai avvistato sulle mappe cinefile italiane (destino tristemente comune a molti dei nomi più importanti del cinema giapponese, contemporaneo e non), continua a far capolino con una certa regolarità all’interno del circuito festivaliero internazionale. Non ha dunque prodotto chissà quale clamore la presenza del cinquantenne cineasta nativo di Oita nel folto programma di Forum, la sezione meno allineata della Berlinale. Eppure, l’impressione fin da subito è stata quella di trovarsi di fronte un’opera impossibilitata per sua stessa natura a lasciare indifferente il proprio pubblico: a partire dall’improbabile e mastodontica durata (quasi quattro ore e quaranta), Heaven’s Story si presenta infatti come un progetto megalitico, inadatto alle forme e alle istanze del cinema classico. A cogliere di sorpresa anche i più attenti esegeti della cinematografia di Zeze sono poi giunte le tradizionali classifiche di fine anno delle varie riviste di settore: Kinema Junpo lo ha innalzato fino al gradino più basso del podio, ed Eiga Geijutsu ha osato addirittura di più, segnalandolo come miglior film giapponese del 2010. Un clamore spiazzante, soprattutto se si prende in considerazione l’ostica composizione estetica e drammaturgica di Heaven’s Story.

Film corale sulla barbarie quotidiana dell’umanità, Heaven’s Story punta a interrogarsi sul senso delle relazioni interpersonali nel Giappone contemporaneo: partendo da fatti cruenti (il duplice omicidio di una donna e della sua bambina, lo sterminio di una famiglia) e collegandoli a una serie di personaggi borderline, in bilico sul crinale che divide il raziocinio dalle pulsioni più belluine, Zeze architetta un pamphlet in piena regola, facendo letteralmente tracimare gli umori sullo schermo, senza preoccuparsi – almeno apparentemente – delle conseguenze che ciò può comportare. Ecco dunque che Heaven’s Story trabocca di rancori mai sopiti, istinti alla vendetta, amori furibondi: lacrime e sangue scorrono a profusione, fungendo da ideale contrappunto dell’etereo, silente e statico teatro tradizionale che a intervalli regolari irrompe sullo schermo, spezzando l’azione e ricomponendo le varie parti del racconto. Lontano per ispirazione all’altrettanto fluviale capolavoro di Sion Sono Love Exposure, Heaven’s Story sembra di quando in quando inseguirne comunque gli stilemi (anti)narrativi: se però nell’opera di Siono nulla appare superfluo e l’azione è scandita da un ritmo devastante e coinvolgente, Zeze lavora in modo fin troppo palese per accumulo di materiali, finendo ben presto per infarcire il film di passaggi non essenziali e ridondanze eccessive. A interi brani (il film è suddiviso in ideali capitoli, destinati comunque a fondersi tra di loro) decisamente ispirati, come la lunghissima sequenza nella città fantasma immersa nella neve, spettrale simbolo di un Giappone che seppellisce i suoi cadaveri senza volerne perpetrare realmente il ricordo, fanno seguito passaggi a vuoto in cui la storia non procede né ciò che viene mostrato sullo schermo arriva ad acquistare un vero valore poetico. Lo stesso discorso vale per i personaggi portati alla ribalta da Zeze: alcuni colgono alla perfezione il senso di provvisorio e di devastato che il film vuole suggerire, altri appaiono stanche ombre destinate più che altro ad ammannire ulteriormente il minestrone cucinato dal regista.

Pur riconoscendo dunque dei difetti al film, soprattutto nella parte centrale, sembra impossibile non avvertirne il sincero fremito affabulatorio, animato da un’urgenza rapsodica di esprimersi che è sottolineata con cura e precisione dagli isterici movimenti della macchina a mano, tratto peculiare dell’intera narrazione per immagini.
Opera inclassificabile e di non facile lettura, non sempre in grado di gestire la propria tendenza super-reale – e in tal senso il finale ectoplasmatico non convince in pieno – Heaven’s Story non può essere sorvolata con troppa leggerezza, perché impone a suo modo una riflessione sul cinema e sulla società giapponese contemporanea, e lo fa scegliendo una via di rottura con la prassi coraggiosa, per quanto fragile. Riuscendo anche, in alcuni casi, a coinvolgere e a straziare lo spettatore.

Info
Il trailer di Heaven’s Story.
  • heavens-story-2010-takahisa-zeze-01.jpg

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