50 e 50

50 e 50

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Con una messa in scena semplice e una scelta accorta ma non pretenziosa della soundtrack che affianca – fra gli altri – i Radiohead ai Bee Gees e ai Pearl Jam, 50 e 50 lascia che la vivacità dei dialoghi e la mutevolezza di registro detengano un ruolo determinante per la resa finale del progetto. Il risultato è uno spaccato umanissimo che sa esorcizzare la paura e la morte grazie a personaggi credibili nei loro atteggiamenti e reazioni nonché nella loro emotività. Presentato al Torino Film Festival.

Nonostante la raccolta differenziata

Adam ha ventisette anni, una bella fidanzata, artista di talento, e un buon lavoro alla radio. Tutta la sua vita viene però sconvolta dalla diagnosi di una rara forma tumorale. Il ragazzo si trova così a dover far fronte alle contraddizioni generate dal suo stato e alle reazioni paradossali delle persone a lui vicine: Kyle, che usa la malattia dell’amico per attirare le ragazze, la madre, che perde di vista le esigenze del figlio sommersa dalle proprie paure, Rachael, che cerca di non pensare alle condizioni del fidanzato coltivando una vita sociale frenetica, e Katherine, la psicoterapeuta alle prime armi… [sinossi – Torino Film Festival]

Si può parlare di malattia senza necessariamente doversi attestare nel territorio del “cinema del dolore”: ne è un validissimo esempio 50 e 50 di Jonathan Levine, brillante ibrido fra dramma e commedia che rifugge il pietismo e non cede alla superficialità: il film – pur non essendo autobiografico – è ispirato all’esperienza personale di Will Reiser, autore della sceneggiatura, colpito quando era appena ventiquattrenne da una grave forma tumorale alla spina dorsale e supportato dai suoi amici e colleghi nel lungo percorso che lo ha portato alla guarigione dopo un rischioso intervento chirurgico. La forza del film sta nel suo rigoroso e armonioso equilibrio, nella piacevole alternanza fra momenti divertenti e disimpegnati e segmenti decisamente toccanti e commoventi: 50 e 50 è un efficace ritratto dell’amicizia e dell’importanza che i rapporti umani ricoprono anche nelle situazioni di maggiore difficoltà.

Jonathan Levine – che ha esordito nel 2006 con All the Boys Love Mandy Lane – mette da parte la furbizia estetica e formale del suo secondo lavoro (The Wackness – Fa’ la cosa sbagliata, vincitore al Sundance Film Festival e all’LA Film Festival) e mette in scena un racconto dallo sviluppo lineare che occhieggia con intelligenza all’indie meno “radicale” senza cadere nei suoi cliché più leziosi (l’approccio generale è ben diverso per esempio da quello di (500) giorni insieme di Marc Webb, un’altra commedia agrodolce che però talvolta pareva esagerare nel suo manierismo affettato, indebolendo di fatto l’idea di partenza). Con una messa in scena semplice e una scelta accorta ma non pretenziosa della soundtrack che affianca – fra gli altri – i Radiohead ai Bee Gees e ai Pearl Jam, 50 e 50 lascia che la vivacità dei dialoghi e la mutevolezza di registro detengano un ruolo determinante per la resa finale del progetto. Reiser nel suo soggetto voleva raccontare il volto bizzarro e bifronte dell’esperienza che aveva vissuto (“Avere il cancro significa che le cellule del tuo corpo stanno mutando. Non c’è nulla di più personale del tuo corpo che si attacca da solo” ha affermato) e soprattutto restituire attraverso la scrittura l’incredibile avventura emotiva che aveva condiviso con le persone che gli sono state accanto: Il risultato è uno spaccato umanissimo che sa esorcizzare la paura e la morte grazie a personaggi credibilissimi nei loro atteggiamenti e reazioni nonché nella loro emotività.
“Sono gli attori a guidare tutta la vicenda” ha dichiarato Levine ed effettivamente il suo cast è davvero uno dei fiori all’occhiello del film: Joseph Gordon-Levitt conferma di essere uno degli attori più interessanti della sua generazione ma è doveroso segnalare anche le ottime prove di Seth Rogen (il vero motore comico-irriverente della pellicola), Anna Kendrick (che dopo Up in the Air di Jason Reitman si conferma una spalla più che affidabile) senza dimenticare Bryce Dallas Howard e Anjelica Huston nei panni di una mamma iper-protettiva.

Un po’ come accadeva nel recente Restless di Gus Van Sant, 50 e 50 – contrariamente a quanto si possa pensare – non individua nel cancro il suo motore d’azione ma  evidenzia nella malattia l’opportunità di riscoprire se stessi e gli altri: certo non c’è nulla di positivo nel minaccioso Schwannoma neurofibrosarcoma, ma il lungo ed estenuante percorso fisico e psicologico vissuto dal protagonista gli darà la forza di assorbire e imparare quanto più possibileda questa travagliata avventura. La morale della pellicola è chiara e probabilmente neanche troppo originale (il sorriso aiuta a vincere i mali peggiori, nella difficoltà si riconoscono i rapporti davvero sinceri…) ma l’efficacia del film sta nel rifuggire il richiamo pedante all’aspetto più “educativo” del progetto scegliendo di anteporvi l’elemento più spigliato da bromance.
Jonathan Levine non edulcora gli aspetti più drammatici delle traversie mediche e non nasconde il trauma di un ragazzo appena ventisettenne repentinamente trascinato in una lotta per la sopravvivenza: la chemio e i suoi effetti collaterali, lo shock nel riconoscere nello specchio la propria immagine illividita dalle cure, la drammatica presa di coscienza della caducità della vita hanno un ruolo centrale nello sviluppo e nella resa del film, che si dimostra incisivo anche nei suoi passaggi più dolorosi.
Humor e umanità sono le linee guida di un progetto rischioso che vince la scommessa contro la celebrazione del lacrimevole, regalando allo spettatore un viaggio tenero e autentico che rifugge la retorica con naturale delicatezza, fondendo fragilità e robustezza in un ritratto sensibile che tratteggia il limbo di sospensione fra la vita e la morte.

Info
Il trailer originale di 50 e 50.
La scheda di 50 e 50 sul sito del TFF.
Il trailer italiano di 50 e 50.
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