Sukiyaki

Sukiyaki

di

Tetsu Maeda, già autore di School Days with a Pig, raggiunge la maturità registica con Sukiyaki, commedia carceraria dove il cibo assume il valore della melanconia nei confronti della libertà, e del passato. Al Far East di Udine.

La grande abbuffata immaginaria

Una prigione. Nella cella 204 arriva un nuovo prigioniero, Kenta Kurihara, apprendista yakuza dallo sguardo torvo condannato a tre anni di reclusione per aggressione e percosse. I suoi compagni di cella sono un anziano dal passato oscuro, un ladro professionista, un gigolo da nightclub e un ex lottatore di sumo passato al wrestling. In attesa dell’arrivo del pasto di Capodanno, l’unico decente ricevibile in cella, i quattro sono soliti raccontarsi le mangiate migliori della loro vita, in un gioco che prevede per il vincitore (l’autore della storia in grado di far venire l’acquolina in bocca) la scelta dei bocconcini più prelibati dai piatti di Capodanno dei suoi compagni di cella. Ora tocca a Kenta essere introdotto al rito… [sinossi]

Probabilmente in pochi conservano nella memoria cinefila un ricordo di Ribelli per caso, opera seconda di Vincenzo Terraciano che uscì malridotto dallo scontro al botteghino del Natale del 2001: in questa non certo indimenticabile opera corale si raccontava la rivolta di un gruppo di lungodegenti di un ospedale napoletano intenzionati a farsi beffe degli ordini medici ricevuti e di regalarsi una cena sontuosa. Nulla di eclatante, sia chiaro: eppure le immagini di questo film sono riaffiorate in maniera rapsodica durante i primi minuti di proiezione di Sukiyaki nella splendida cornice del Far East Film Festival. A obbligare un detour mnemonico è l’idea stessa che si agita alla base dei due film in questione: laddove, come si è scritto, Terraciano raccontava con toni scanzonati la voglia di evasione culinaria di malati più o meno gravi, Sukiyaki narra il rito di cinque detenuti in una prigione giapponese, sempre legato a doppia mandata al cibo. In entrambi i casi si tratta dunque di persone rinchiuse loro malgrado in uno spazio pubblico ben definito, accomunate dall’amore per la cucina. Le analogie si fermano però qui: se infatti Ribelli per caso flirtava a più riprese con la farsa – pur non evitando deviazioni dolorose dal percorso della commedia – e materializzava sullo schermo i gustosi desideri dei protagonisti, il cibo in Sukiyaki rimane appannaggio solo ed esclusivamente dell’anima, e i piatti di cui si favoleggia sono solo il frutto di una nostalgica melanconia del tempo che fu. 

Alla base del film c’è l’omonimo manga gurume di Shigeru Tsuchiyama, trasportato sul grande schermo da Tetsu Maeda, regista tutt’altro che noto al grande pubblico, e ricordato per lo più per l’interessante ambientazione scolastica di School Days with a Pig (2008). A conti fatti Sukiyaki appare come la sua prima vera opera della maturità, e non solo per la capacità di lavorare su uno spazio esiguo come quello di una cella (per quanto l’evasione mentale dei cinque protagonisti permetta alla messa in scena di rifuggire dall’angusto rettangolo della camerata per volare nel mondo esterno), ma anche e soprattutto per l’umanità che poco per volta prende corpo all’intero del film. Sarebbe infatti profondamente riduttivo inquadrare Sukiyaki nell’ottica di una commedia pura e semplice, per quanto sia piuttosto semplice trovarsi a ridere di fronte alle situazioni che si susseguono nel corso della narrazione: nascosta dietro una serie di gag anche di grana grossa – i frequenti riferimenti scatologici, la sana volgarità popolare di alcuni passaggi, in primis il corpulento ex lottatore di sumo che si lancia a quattro ganasce su due soufflé a forma di mammella – è infatti rintracciabile un’anima profondamente dolente, desiderosa di raccontare non solo le disgrazie più o meno riparabili di questi reietti ma anche una società complessa, non sempre facile da decifrare. I racconti che i compagni di cella si scambiano nella speranza di trascinare l’uditorio all’onomatopeico “glub” che cela il desiderio di soddisfare il proprio appetito sono solo superficialmente culinari: in realtà si tratta di canti disperati alla propria libertà perduta e forse impossibile da ritrovare anche una volta che si è pagato il debito con lo Stato.

In sorprendente equilibrio tra risata, pianto e sorriso nostalgico, Sukiyaki è un’opera difficile da catalogare con esatta precisione, condotta con mano sicura da un regista che sarà interessante vedere all’opera nel proseguo della propria carriera autoriale. Come tutti i film di questo tipo, ovviamente Sukiyaki si regge in buona parte sulla qualità dello script e sulla scelta dei protagonisti: in tal senso eccellenti le interpretazioni di Tasuku Nagaoka (Love Exposure di Sion Sono), Masanobu Katsumura (Sonatine di Takeshi Kitano), Motoki Ochiai, Gitaro e Akaji Maro (quasi esordiente nel 1969 in Diario di un ladro di Shinjuko di Nagisa Ōshima). Ma a rimanere nel cuore è anche la graziosa e commovente Fumino Kimura (la ragazza di Kenta nella finzione scenica), che a ventiquattro anni sembra uno dei volti nuovi su cui scommettere nel multiforme universo dell’industria cinematografica nipponica.

Sukiyaki è un film dal quale si esce con una discreta pienezza cinefila e una notevole fame, da soddisfare magari a furia di ramen…

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