Pagine chiuse

Pagine chiuse

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Pagine chiuse è la sorprendente opera prima di Gianni Da Campo, recuperata dagli archivi della memoria dalla Mostra di Venezia nel 2012.

Prove tecniche di ribellione

Il piccolo Luciano Mainardi viene affidato dal padre, il quale ha deciso di separarsi dalla moglie e non vuole che il bimbo resti con lei, a un collegio retto da religiosi. Affezionato alla madre, abituato a trascorrere le sue giornate in aperta campagna in compagnia di un cane, Luciano non riesce ad adattarsi, come i suoi compagni, alla nuova vita: si chiude in se stesso e non ha amici. Soffre in silenzio la mancanza dell’ambiente familiare, mentre gli ottusi religiosi, preoccupati soltanto della disciplina, reprimono ogni suo slancio… [sinossi]

Tra le esperienze più straordinarie che studiosi e appassionati di cinema possono sperare di vivere nel corso della loro esistenza un posto di primaria importanza è senza dubbio alcuno rivestito dall’eventualità di imbattersi in perle del passato, piccoli e grandi capolavori nascosti, rimasti chiusi nei cassetti della memoria per i motivi più disparati. Ancor più emozionante, bisogna ammetterlo, è posare gli occhi su produzioni italiane che all’epoca della loro irruzione sugli schermi non vennero benedette né dal successo di pubblico né dal riconoscimento critico necessario per essere inseriti sui libri di storia del cinema. Chiunque fosse presente al Lido nel 2004, durante la monumentale – e in parte confusionaria – retrospettiva dedicata agli “Italian Kings of the b’s”,  non potrà ad esempio non ricordare l’esaltazione generale che fece seguito alla proiezione del clamoroso Colpo di Stato di Luciano Salce, delirante invettiva politica tra il sarcastico e il profetico. Lo stesso sentimento, misto di sorpresa ed enfasi emotiva, è stato possibile percepirlo in maniera vivida al termine della proiezione di Pagine chiuse, presentato alla sessantanovesima edizione della Mostra di Venezia all’interno della retrospettiva “80!”, tesa proprio alla riscoperta di opere passate al Lido nel corso dei decenni e perse successivamente per strada.

Pagine chiuse, opera d’esordio dell’allora ventitreenne Gianni Da Campo, fu girato tra il gennaio e il dicembre del 1966, lavorato al montaggio per il successivo anno e mezzo e infine presentato alla Mostra nel settembre del 1968, in piena contestazione studentesca e operaia: applaudito a scena aperta, fu inquadrato nell’ottica di un cinema di protesta che metteva in discussione l’intero sistema educativo, morale e politico italiano. Un concetto senza dubbio presente all’interno del film di Da Campo, ma che merita una contestualizzazione più certosina e approfondita: se nel 1968 la messa alla berlina dell’ordinamento borghese iniziava a far parte della quotidianità di una nazione alle prese con un profondo rinnovamento dei costumi, con il cinema pronto a far la propria parte, appena due anni prima pensare a un’opera rivoluzionaria come Pagine chiuse appariva ancora come una pura eresia. Pochi mesi prima dell’inizio delle riprese, il 31 ottobre del 1965, era uscito nelle sale l’esordio dietro la macchina da presa di Marco Bellocchio con I pugni in tasca, e l’onda nuova proveniente dall’Europa aveva invaso anche il cinema di Bernardo Bertolucci, prima con il pasoliniano La commare secca e quindi con Prima della rivoluzione, ispirato dalle parole di Charles Maurice de Talleyrand-Périgord. Vagiti della contestazione che iniziavano a intaccare la dura scorza del cinema italiano, ansiosa di vivere la libertà creativa in ogni suo aspetto ma ancora oppressa dai rigurgiti di un cattolicesimo ben distante dai dettami del Concilio Vaticano II convocato nel 1959 da Giovanni XXIII.

Se però le eversioni (estetiche e contenutistiche) dei vari Bellocchio e Bertolucci rimanevano in qualche modo confinate nel cinema “istituzionale”, pur con alle spalle produzioni indipendenti (la Doria Cinematografica per I pugni in tasca e la Iride Cinematografica per Prima della rivoluzione), la scelta di Ganni Da Campo è davvero estrema e priva di compromessi: Pagine chiuse è infatti il parto creativo di un gruppo di amanti del cinema composto essenzialmente da tre persone, lo stesso Da Campo, la co-sceneggiatrice e fotografa di scena Laura Borin, e il direttore della fotografia e operatore Livio Sposito (tutti, all’epoca, poco più che ventenni). Armati di una 16mm caricata a molla e di un enorme calderone di idee, i tre si lanciarono a corpo morto sulla messa in scena della storia del piccolo Luciano, costretto alla vita in collegio religioso a seguito della separazione dei genitori nel dopoguerra dell’entroterra veneziano. Ne viene fuori un film che a prima vista potrebbe apparire figlio dell’esperienza autoriale di François Truffaut e della nuovelle vague, ma che in realtà sembra guardare più dalle parti di Jean Vigo e del suo capolavoro Zéro de conduite – non a caso, effettivamente, alla base anche dell’idea primigenia de I quattrocento colpi. Mentre l’inquietudine di Antoine Doinel rientra nell’ottica del coming of age, pur non disdegnando stilettate ai poco ortodossi metodi di educazione, è nella “vendetta” degli scolari Caussat, Bruel, Colin e Tabard che si può respirare quell’ansia di cambiamento e di non accettazione delle regole imposte che agita anche Luciano Mainardi, costretto a vivere in un universo che non capisce – non ha neanche ricevuto la prima comunione, nonostante tenga nascosto questo particolare ai compagni di collegio e ai preti che lo gestiscono – e dal quale non viene neanche preso in considerazione. Se il “signor professore, io vi dico merda!” esclamato da Tabard all’indirizzo del professore e del preside segnava un punto di non ritorno nella critica all’istruzione omogeneizzata e imposta dall’alto, i dialoghi di Luciano con i preti, culminanti della splendida sequenza della confessione, scardinano dall’interno il principio stesso di impartizione del sapere: pur senza mai scadere nella mera esecuzione di un film a tesi, ed eludendo con eleganza qualsiasi rischio di retorica spicciola, Da Campo attacca frontalmente l’ipocrisia del potere religioso – con una veemenza e una coerenza etica ed estetica a paragone del quale l’invettiva anti-ecclesiastica de La mala educación di Pedro Almodóvar appare puerile, confusa e raffazzonata – e allo stesso tempo traccia un ritratto angosciante e pessimista della geografia umana nell’Italia a pochi anni dal boom economico. Senza alcun aiuto esterno, facendosi beffe di quella che all’epoca era ancora un’industria fiorente, dimostrando una volta per tutte che l’espressione artistica può germinare anche dove non ci sono fondi e non c’è assistenza: cinema autarchico e fieramente indipendente, di nome e di fatto, che non ha timore nel mettere in scena un universo cattolico in piena decadenza – suggerendo perfino, ma anche lì senza farsi prendere dalle fregole del sensazionalismo, una fascinazione pederastica tra prete e bambino – e una società ancora lontana dalla reale liberazione dal bigottismo morale, come dimostra in maniera lampante il personaggio paterno.

A illuminare ulteriormente la scena è poi la scelta del protagonista, ovviamente non professionista: una recitazione di rara intensità, sincera e mai succube dei birignao cui spesso fanno ricorso i bambini-attori (si veda la struggente incursione nella sala dove le donne stanno rammendando i vestiti degli scolari). Da Campo, cosciente della necessità di liberare il cinema italiano dalle costrizioni della sceneggiatura e della messa in scena preordinate e classificate, si adatta a una narrazione episodica, slabbrata, fluttuante come i tagli di montaggio lavorati nel final cut anche da Valerio Zurlini – che il regista aveva avuto modo di conoscere per via epistolare quando aveva appena diciotto anni e che aveva visionato una prima copia del film, della durata di tre ore e senza traccia audio. Il risultato, troppo eretico e coraggioso per l’epoca, ricevette plausi unanimi ma venne ben presto rinchiuso nel più buio dei cassetti. Ne esce ora, a distanza di più di quarant’anni, grazie alla Mostra del Cinema e all’Istituto Luce, permettendo al popolo cinefilo di riappropriarsi di un capolavoro perduto nelle nebbie del tempo.

Info
Un ricordo di Gianni Da Campo curato da Sergio Grmek Germani.
Una clip tratta da Pagine chiuse.

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