Palo Alto

Palo Alto

di

L’esordio di Gia Coppola, Palo Alto, in concorso in Orizzonti a Venezia 70, è un détour adolescenziale nello stile della zia Sofia, ma forse con qualche tratto di maggior interesse. Protagonista Jack Kilmer, figlio di Val.

Teddy, April, Fred ed Emily bevono, fumano marijuana e fanno sesso per superare l’inquitudine dell’adolescenza. [sinossi]

Il “familismo” coppoliano non conosce limiti: dopo Francis Ford, Sofia e Roman, ecco arrivare anche la giovanissima Gia, figlia del primogenito dell’autore di Apocalypse Now, Giancarlo, scomparso nel 1986. Nata pochi mesi dopo la morte del padre, Gia Coppola con il suo esordio, Palo Alto – presentato a Venezia nella sezione Orizzonti – dimostra di avere del talento, pur tra incertezze e acerbità. A prima vista potrebbe colpire, e forse perfino infastidire, la tematica scelta: i turbamenti adolescenziali che rimandano immediatamente a tutto il cinema di Sofia Coppola, a sua volta figlio un po’ inerte dell’indie americano degli anni Novanta. In particolare, rispetto a Palo Alto, viene alla mente Il giardino delle vergini suicide, esordio di Sofia Coppola.

Ma va detto che, rispetto alla zia, Gia sembra avere, almeno mettendo a confronto i rispettivi esordi, un minor grado di autocompiacimento e una maggiore capacità nel tratteggiare in modo non univoco i suoi personaggi.
Il merito va in parte diviso con il solito James Franco, autore della raccolta di racconti da cui è tratto il film, del quale si riconosce la particolare sensibilità nella descrizione dei personaggi e a cui va dato atto di aver scelto di partecipare anche come attore in un ruolo estremamente ambiguo e sgradevole, quello dell’allenatore di calcio innamorato delle sue calciatrici. Ma, al di là di Franco, Palo Alto mostra una buona consapevolezza registica, un certo tatto nella direzione dei giovanissimi attori e un gusto particolare per quello spleen adolescenziale in cui la tensione verso il futuro finisce spesso per annegare nella noia e nella sensazione di un immutabile presente.

Il vero limite di Palo Alto sta nello schematismo del suo arco narrativo, nel voler identificare nel Male o nel Bene assoluti le possibili strade da seguire per i due protagonisti, April e Teddy (un ottimo Jack Kilmer, figlio di Val). Sostanzialmente i due sono innamorati l’uno dell’altra, ma non riescono a confessasserlo e finiscono per perdere tempo con le persone sbagliate, personaggi ambigui e tendenzialmente negativi che li portano sulla cattiva strada. Lo schematismo di questo assunto, pur se spesso lasciato sullo sfondo, è comunque percepibile e finisce per indebolire la portata di sequenze anche ben scritte, dirette e recitate (come ad esempio la divertente scena dell’approccio omosessuale che Teddy subisce dal padre di un suo amico). Un po’ manicheo nelle svolte narrative e un po’ moralista, Palo Alto riesce comunque a farsi apprezzare proprio per la sincerità e la spontaneità che Gia Coppola usa nel mettere in scena i suoi adolescenti.

INFO
La pagina facebook della Rabbit Bandini Productions, casa di produzione di Palo Alto.
  • palo-alto-01.jpg
  • palo-alto-02.jpg
  • palo-alto-03.jpg
  • palo-alto-04.jpg
  • gia-coppola.jpg
  • gia-coppola-2.jpg

Articoli correlati

  • Festival

    Venezia 2013Venezia 2013

    La vittoria che ha sdoganato il documentario. Quasi ogni testata giornalistica italiana ha introdotto le riflessioni più o meno positive sulla settantesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con questa affermazione apodittica...

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento