Acrid

In concorso al Festival di Roma ed ora in sala, Acrid è un dramma corale di amore, odio e convenzioni sociali sullo sfondo dell’Iran contemporaneo.

Amore e convenzioni sociali in Iran

Sheila e Jalal sono una coppia di mezza età in crisi da tempo, a causa soprattutto dei comportamenti scorretti di Jalal. Azar viene assunta come segretaria proprio nello studio medico di Jalal (che fa il ginecologo) e anche lei ha seri problemi familiari: madre di due figli piccoli, scopre in seguito a ripetuti litigi che il marito, Khosro, la tradisce. Quest’ultimo ha infatti una relazione clandestina con la professoressa di chimica Simin. Infine Masha, studentessa di Simin, scopre che il fidanzato la tradisce con la sua coinquilina e decide di fare ritorno a casa dei genitori, che sono proprio Sheila e Jalal. [sinossi]

Nella semioscurità del corridoio di una struttura sanitaria, un bambino con la sindrome di down avanza lentamente strisciando sul pavimento. È con questa immagine in long shot che si apre Acrid (Gass) di Kiarash Asadizadeh, dramma polifonico, complesso e composito, presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. A partire da questo incipit che traccia dunque un movimento lineare nello spazio, si dipanano poi una serie di storie intrecciate che, a loro volta rivelano gradualmente il percorso circolare di un racconto che chiude in una morsa i suoi personaggi, rivelando quanto il destino di una coppia, in Iran, sia determinato anche e soprattutto dal contesto sociale, con le sue convenzioni e rigidità.

Ma non è solo la società ad essere qui oggetto di analisi e di accusa. L’amore stesso, per Kiarash Asadizadeh, al suo esordio nel lungometraggio, può costituire un pericolo, in quanto sentimento sostanzialmente egoistico, che nell’affermare il suo diritto ad esistere non fa caso alle vittime innocenti che si lascia alle spalle. Ecco allora che, accanto alle relazioni adulterine, ci ritroviamo a seguire la sofferenza di chi le subisce e il microcosmo familiare si fa metafora di un macrocosmo altrettanto conflittuale: entrambi sono un coacervo di menzogne e tradimenti, di passioni e rancori mai domi. Ma il vero monito – come ben esemplificato nel prologo – è rivolto dal film soprattutto verso chi, non riuscendo a esprimere liberamente i propri sentimenti, finisce per rivalersi nei confronti degli innocenti, le vittime predestinate di una spirale montante di insoddisfazione che tutto macina e inghiotte, senza sosta.

Forse un po’ troppo debitore – come conferma la circolarità del racconto – a Il cerchio di Jafar Panahi (Leone d’Oro a Venezia nel 2000), Acrid riesce comunque a sviluppare un suo discorso personale e ben circostanziato, attraverso una galleria di personaggi le cui singolarità sono messe in luce attraverso scontri verbali fatti di recriminazioni affilate e rivelazioni scottanti, ma affrontate con uno sguardo umanista volto più a comprendere che a condannare.
Affascinante e avvolgente grazie allo sviluppo ben calibrato di ciascuna storia, Acrid forse non aggiunge molto alla visione che noi occidentali possiamo avere, soprattutto attraverso i festival, del cinema iraniano odierno, ma costituisce comunque un’ulteriore testimonianza della sua vitalità.

Info:
La scheda di Acrid sul sito del Festival di Roma
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