Fear of Falling

Fear of Falling

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Dominato da un nitore della messa in quadro che trova profondità insospettabili anche nel più canonico dei campo/controcampo, Fear of Falling deflagra definitivamente grazie alle interpretazioni di un cast sopraffino.

Halvard Solness è il più celebrato architetto della sua era. Giace a letto malato, e al suo capezzale si riuniscono dipendenti, amanti, sotto l’occhio vigile e austero della moglie. Solness torna a nuova vita con l’arrivo nella sua casa della giovane Hilde… [sinossi]

Coerenza e purezza. Questo trasmette lo sguardo cinematografico di Jonathan Demme, una carriera quarantennale alle spalle (l’esordio fu nel 1974 con il cormaniano Caged Heat) nella quale è stato attraversato l’intero corpo della produzione statunitense, dal b-movie ai blockbuster hollywoodiani, dall’indie al documentario. Coerenza e purezza, due doti che troppo spesso la Settima Arte relega in secondo piano, attribuendo loro un valore relativo.
Erano cinque anni che Jonathan Demme non portava a termine un’opera di “finzione” (il virgolettato è d’obbligo quando si parla di un cineasta così trasversale), dai tempi del sublime Rachel Getting Married, ospitato all’epoca nel concorso veneziano. E non è certo un caso che Demme approdi con il suo nuovo, fiammeggiante Fear of Falling, dalle parti dell’Auditorium Parco della Musica durante le giornate dell’ottava edizione del Festival di Roma: il cineasta statunitense è sempre stato trattato con particolare riguardo nelle selezioni dirette da Marco Müller, come dimostra la presenza al Lido dei vari The Manchurian Candidate, Man from Plains, I’m Carolyn Parker e Enzo Avitabile Music Life. Un progetto come quello di Fear of Falling può essere considerato minore (errore commesso da ben più di un accreditato al festival) solo se non si ha alcuna conoscenza del lavoro drammaturgico di Wallace Shawn e André Gregory, tra i nomi più rilevanti del teatro statunitense degli ultimi decenni. Già al lavoro in passato (tra gli altri) con Louis Malle, per il quale scrissero e interpretarono My Dinner with André e Vanja sulla 42esima strada, Shawn e Gregory adattano in questo caso Il costruttore Solness, quartultimo dramma di Henrik Ibsen portato per la prima volta in scena nel 1892.

Non è un caso che Fear of Falling sia dedicato a Malle, e non solo per la già citata collaborazione che il regista di Ascensore per il patibolo e Atlantic City, USA ebbe con Shawn e Gregory: la verità è che Demme sembra evocare il fantasma di Malle in ogni inquadratura, rimosso irremovibile come il melò, altro riferimento costante della messa in scena. Nel porre davanti alla videocamera questo dramma in interni, Demme non compie mai un’operazione di travaso tra teatro e cinema, ma si spinge ben oltre: la scena non si limita mai ai corpi che la abitano e alle parole che vi vengono pronunciate, ma mira sempre a un fuori campo, ora materiale e palese (la casa che Solness sta facendo erigere sulle ceneri dell’amata magione in cui era cresciuta la moglie e nel cui incendio i coniugi avevano perso i loro due bambini), ora puramente metaforico (la memoria del primo incontro tra Solness e la giovane e avvenente Hilde). Un film di spettri e di ectoplasmi della mente, che agitano i sogni/incubi di Solness anche a sua insaputa, percorso nell’umanità che, come sempre in Ibsen, non ha una destinazione definita né una soluzione di qualche tipo.

Demme, insieme a Shawn e Gregory, attualizza il testo originale senza mai snaturarlo, ma riconducendolo a un discorso inevitabilmente amaro sull’ambizione, sul superamento di sé, sul raggiungimento di quella cima agognata e verso cui l’innamorata e appassionata Hilde spinge Solness, memore di una ghirlanda che l’architetto appose all’inagurazione di una alta torre. La parola, preponderante in Fear of Falling, non rimane mai puro verbo, ma si trasforma in azione cinetica, in cinema nella sua accezione più pura.
Dominato da un nitore della messa in quadro che trova profondità insospettabili anche nel più canonico dei campo/controcampo, Fear of Falling deflagra definitivamente grazie alle interpretazioni di un cast sopraffino, guidato per mano da uno straordinario Shawn, cui si affiancano Julie Hagerty, Larry Pine, Gregory nel ruolo dell’anziano Brovik, Emily Cass McDonnell e Jeff Biehl. Ma a rubare la scena a tutti, eccezion fatta ovviamente Shawn, è la splendida Lisa Joyce, già vista sul piccolo schermo nello scorsesiano Boardwalk Empire e in Muhammad Ali’s Greatest Fight di Stephen Frears. La sua irruzione nella casa dei Solness e il lungo dialogo in cui ricorda al costruttore il loro primo incontro dieci anni prima rappresentano uno degli apici del 2013 cinematografico. Come i camera-car, unica concessione all’esterno fatta da Demme, che passano in rassegna ville e palazzi.

INFO
Bygmester Solness (Il costruttore Solness) su Project Gutenberg.
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