Personal Tailor

Personal Tailor

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Con Personal Tailor il regista e attore cinese Feng Xiaogang racconta la Cina di oggi, tra desideri inespressi e crisi di identità, in una commedia che ambisce a diventare pamphlet politico, non sempre convincendo.

I sogni son desideri

Vuoi dare vita ai tuoi sogni? Chiama la Dream Factory! Il suo personale metterà in scena le tue fantasie. Così un autista diventerà un politico che resiste alla corruzione, un regista di commedie grevi proverà la strada del cinema d’autore, una barcaiola avrà ricchezza e privilegi degni di una regina… Almeno per un giorno. [sinossi]

Populismo: atteggiamento ideologico che, sulla base di principî e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con significato più recente forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall’economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione. In ambito artistico e letterario, rappresentazione idealizzata del popolo, considerato come modello etico e sociale.

Questa la definizione da dizionario (per l’esattezza nel caso specifico è stato consultato un volume della Treccani) di populismo, primo inevitabile punto di partenza per cercare di comprendere un’opera come Personal Tailor di Feng Xiaogang e, nel complesso, l’intera poetica autoriale del cineasta cinese. Presentato alla sedicesima edizione dell’udinese Far East Film Festival, Personal Tailor è una riflessione amara sul disfacimento morale della Cina contemporanea: perseguendo nella sua lettura della progressiva liberalizzazione economica di un paese che al contempo conserva i dogmi più usurati della memoria maoista (assorbendo dunque il peggio sia del sistema capitalista che di quello socialista), Feng tratteggia un’umanità alla disperata ricerca di un sogno che le permetta di distrarsi, anche se per poco tempo, da una realtà che la affligge.
I clienti che si rivolgono alla Dream Factory per far sì che possano essere esauditi i loro desideri sono i membri più disparati della società, perché non esiste classe sociale (eccezion fatta forse per i politici e i banchieri, unici a essere messi generalmente alla berlina, secondo il più classico degli schemi populisti) che si senta appagata: c’è chi vuol vivere un’esperienza da partigiana antifascista, chi vuole abbandonare il proprio ruolo di regista commerciale per ambire alla cultura “alta”, chi amerebbe festeggiare un diciottesimo compleanno da principessa, e via discorrendo.

Per mettere in scena questa sequela di “sogni”, Feng si affida a uno schema rigidamente ripartito in capitoletti, come se si trattasse delle diverse missioni di un programma televisivo: lo stile invece è quello della commedia, con cui Feng si è più volte confrontato in passato (Be There or Be Square, Sorry Baby, Big Shot’s Funeral, i due If You Are the One), chiazzata qua e là di una tintura agrodolce, e pervasa da una moralità a tratti in effetti indigesta. Spinto dalla voglia di catechizzare il proprio pubblico sulle iniquità della Cina di oggi, Feng si lancia in digressioni etiche che cozzano con un apparato visivo e narrativo che sembrerebbe naturalmente spingere in tutt’altra direzione, e non è forse un caso che l’unico segmento realmente riuscito sia quello dedicato al regista dozzinale di opere di intrattenimento che decide di dover dare una svolta alla propria carriera puntando su un’autorialità esasperata.
In quel caso, nel contrasto salvifico tra l’ironia salace nei confronti del cinema “d’impegno” e la cornice demenziale, Personal Tailor riesce a scalfire la superficie raccontando i paradossi non solo della società di Pechino e dintorni, ma anche dell’intero sistema cinematografico internazionale, trascinando nella risata liberatoria lo spettatore. Si tratta però di un’eccezione, che non trova conferma nel resto del film se non in episodi isolati e frammentati. E alla fine, il j’accuse privo di reali imputati – lo Stato non viene mai direttamente menzionato, con ogni probabilità anche per non incorrere in problemi con i visti di censura – rivela solo la sua faccia populista, annacquando e disperdendo le pretese politiche vagheggiate in più di un’occasione.

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Il trailer di Personal Tailor
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