The White Raven

The White Raven

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Un melodramma d’amore, capitalismo e vendetta con protagonista un’eroina virile e volitiva: Ethel Barrymore risplende sul grande schermo delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone in The White Raven.

Non per soldi ma per onore

Nan Baldwin lavora come cantante in un saloon dell’Alaska, e sogna di poter tornare a New York e lì raggiungere il successo. Riuscirà nel suo obiettivo grazie al prestito di uno straniero che in cambio però le chiede di concedergli, una volta divenuta ricca e famosa, tutta se stessa. Nan accetta, anche perché il suo più ardente desiderio non è la fama, ma l’umiliazione e la rovina dell’uomo che in passato ha rovinato suo padre.

Non di soli gigli infranti ed esili fanciulle in pericolo si è alimentato il cinema muto, dove di quando in quando hanno fatto la loro comparsa anche eroine volitive e decise, di quelle che al giorno d’oggi un gran numero di attrici hollywoodiane (e non), brama ardentemente interpretare. Probabilmente il cinema delle origini era molto più generoso nei confronti delle interpreti donne di quanto non lo sia quello odierno, dove i ruoli da protagonista risultano pochi, spesso bidimensionali e destinati prevalentemente alle giovanissime.
Sorprende dunque – anche se non dovrebbe essere così – vedere come The White Raven, melodramma del 1917 firmato da George D. Baker, riesca a tratteggiare, con tutti i chiaro scuri del caso, il percorso di crescita e rivalsa di una donna dal carattere forte e per nulla remissivo. Ad incarnarla sul grande schermo è d’altronde un’eccellente Ethel Barrymore, artista poliedrica, mezzosoprano, pianista, grande interprete del teatro newyorkese del primo novecento, nonché sorella di John e Lionel Barrymore.
Presentato alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone all’interno della retrospettiva dedicata ai tre fratelli, gloriosi componenti di una delle più celebri dinastie di interpreti hollywoodiane, The White Raven è un melodramma solido e per nulla lacrimevole, che veicola una storia di capitalismo e vendetta personale, in perfetto accordo con l’etica protestante.

Protagonista è la giovane Nan Baldwin (Ethel Barrymore), cantante in un saloon dell’Alaska che sogna le luci della ribalta newyorkesi e, pur di avervi accesso, mette all’asta se stessa in una riffa che scatena le brame di possesso dei cercatori d’oro di passaggio nella locanda. Ad avere la meglio nell’agone è un barbuto straniero, che accetta di posticipare la ricezione del suo “premio” a quando Nan avrà raggiunto il successo. Ma il vero obiettivo della donna, non è solo la fama imperitura o il denaro che questa comporta, quanto piuttosto umiliare e far cadere in disgrazia il perfido arrivista che anni prima provocò la rovina del padre.

Altera, aggraziata, ma anche seducente e combattiva, la Nan incarnata da Ethel Barrymore avviluppa lo spettatore nelle spire del suo inesorabile percorso di vendetta, la sua energia non genera però alcun eccesso interpretativo (niente primi piani con lacrimoni, né languidi agganci ai tendaggi), scatenando piuttosto un’energia centripeta, che ne fa la sorgente pulsante di una rabbia sempre pronta ad esplodere, dal centro di ciascun fotogramma.

Sovvenzionata dalla sua sobria e umbratile bellezza, frutto di un elegante amalgama di lineamenti marcati e regolari, la Barrymore recita con il corpo e con il volto, canta (peccato non poterla sentire), danza, si muove agilmente tra le nevi dell’Alaska così come negli ambienti ovattati dell’alta borghesia newyorkese ed è pronta ad allearsi, da pari a pari, con i rappresentanti dell’alta finanza.

Personaggio moderno di sef made woman pronta a tutto pur di raggiungere il suo obiettivo – anche a firmare un pagherò che prevede come ricompensa “tutta se stessa” –, Nan è tuttavia capace di arrestare la sua furia vendicatrice per dimostrare, all’occorrenza, compassionevole benevolenza nei confronti dell’innocente prole del suo nemico.
Sullo sfondo di The White Raven, che costituisce sfortunatamente l’unico lungometraggio sopravvissuto dell’era del muto con protagonista la Barrymore, si agitano poi gli scenari western della corsa all’oro, l’avidità di un sogno capitalista cinico e baro, i lustrini e le illusioni dei palcoscenici della Grande Mela. Ma, relegato a lungo sullo sfondo è anche l’amore, accessorio e abbellimento conclusivo di una storia che mantiene al suo centro la donna, il suo ingegno, la sua forza di volontà.

INFO
Il sito delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone
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